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Recensione: Il maestro dei morti, Yannick Roch

Parigi, anni trenta. Strascichi di Belle Époque conditi con la giusta dose di decadenza, ambientazione che calza perfettamente all’intreccio giallo, o forse noir, di questo romanzo.
L’autore è stato maestro, il titolo non è forse un caso, nel tessere una trama che potrebbe ricordare la Christie o forse Doyle.
Ma perché scomodare quei due inglesi quando nell’investigazione che si rincorre nella storia di Roch possiamo vederci degli echi del Maigret di Simenon?
Gli investigatori Renard e Tortue sono alla ricerca della signora Lathune, benestante, forse strozzata da un’esistenza intrappolata nella noiosa routine borghese di ‘buona famiglia’.
C’è lo spettacolo di un’ illusionista in città, il Maestro dei Morti, l’occultista Larnac.
Che la ‘povera’ Lathune sia caduta vittima del Maestro mentre era alla ricerca di uno sfogo dalla noia e dal perbenismo?
Lo scopriremo seguendo il duo Renard e Tortue tra le vie della Ville Lumière, ritratta nel periodo tra le due guerre, luccicante e a volte tetra. Bellissima ma inquietante come un baratro sul buio di una vita vuota.
Un romanzo ben scritto ed editato con cura, pubblicato da Le Flâneurs che ha sede a Bari ed ha un nome particolare che viene così spiegato:

Il termine francese “flâneur” fa riferimento a una figura prettamente primonovecentesca d’intellettuale che, armato di bombetta e bastone da passeggio, vaga senza meta per le vie della sua città discutendo di letteratura e filosofia.

Affascinante, no?

L’autore, che ci ha gentilmente inviato il suo romanzo per poterlo leggere e recensire, si è anche prestato a farsi fare qualche domanda da noi:

– Il Maestro dei morti è un giallo, o forse un noir, che a me ha ricordato Simenon ma che in alcuni ha richiamato la Christie e Doyle. Hai avuto un’ispirazione diretta ad uno dei grandi maestri del genere?

Leggere che “Il Maestro dei morti” ti ha rammentato Simenon è un bel complimento. Ho letto molte opere dei maestri del giallo deduttivo come Agatha Christie, Sir Doyle, S.S. Van Dine o Ellery Quinn, ma non è che io mi sia ispirato a uno di loro. Credo che siano più le ambientazioni dei classici del genere (la famosa Golden Age nei primi decenni del secolo scorso) che mi abbia ispirato che un autore (o autrice) in particolare.

– L’occulto e la società borghese in Francia negli anni trenta del Novecento? Perché proprio questi temi e questa ambientazione?

Quando uno legge un giallo, è per poter scoprire la polvere sotto il tappetto mettendosi alla prova per risolvere un mistero (la “Sfida al lettore” di Ellery Quinn). Quando ho iniziato a scrivere le prime idee per “Il Maestro dei morti”, ho voluto tornare alle radici del giallo deduttivo: questo genere è nato virtualmente a Parigi con le opere di Edgar Allan PoeI delitti della Rue Morgue” e “Il mistero di Marie Rogêt”, poi è arrivato Gaboriau con il suo “Ispettore Lecoq” e così si sono aperte le porte del genere che conosciamo. Parigi era la città perfetta per il mistero, ma quando si nomina la “Ville Lumière”, si pensa subito alla borghesia o addirittura agli aristocratici e ho voluto giocare con questa immagine: gettare un secchio d’acqua sporca sull’immagine di una “Parigi bene” con gente che ha scheletri nell’armadio. La scelta del tema dell’occulto è per approfondire l’ambientazione: tutto quello che riguardava l’esoterismo era in voga, anche se non era più con lo stesso fervore di prima della Grande Guerra. E chi dice occulto dice anche segreti, il che è perfetto per questi borghesi con la coscienza sporca. 

– Hai in mente un secondo lavoro improntato alle investigazioni di Renard e Tortue?

Ma perché me lo chiedono tutti? (risata) Qualcosa bolle in pentola, ma non lo metto sul tavolo finché non è ancora cotto.

– Il tuo editore, les Flâneurs, ha un nome particolare che fa riferimento ad un certo tipo di intellettuale, ti definiresti un “flâneur”? 

Questa è una bella domanda! Direi che mi riconosco in parte nella definizione che Baudelaire dà del “Flâneur”, ma non è il mio stile di vita… si deve anche vivere nel mondo reale, quello delle scadenza da rispettare, delle bollette e dei tristi eventi che ci riguardano tutti. Però, questo non deve impedire a nessuno di cercare un motivo per meravigliarsi o semplicemente sorridere.

– Non sei molto presente sui social (no, non è assolutamente una critica) ma hai un bel blog all’indirizzo https://inchiostronoir.wordpress.com/, dove oltre a parlare della tua attività di autore scrivi anche del genere giallo e di giochi. Hai scelto il blog come metodo di comunicazione per il tuo romanzo e poi il resto è stata un’aggiunta oppure hai pensato ad un blog proprio per poter raccontare anche le tue passioni?

Grazie per il complimento! I social non mi interessano molto: li ho sempre considerati come una sorta di fast-food dell’informazione e quelli che erano importanti ancora cinque anni fa sono ormai in una fase discendente (Facebook, tanto per fare un esempio). Ho un account twitter (@incnoir), ma lo utilizzo solo per avere più lettori e per seguire qualche account che mi interessa.

La blogosfera è molto diversa del mondo dei social più recenti perché sono gestiti da gente con una passione e che vuole condividerla: “Il bistrot dei libri” ne è un ottimo esempio. Praticamente, “Inchiostronoir” è nato per promuovere “Il Maestro dei morti“. Ho passato settimane a programmare il blog in ogni dettaglio per renderlo facile da leggere e visualmente gradevole. Pur sapendo che un blog è come un essere vivente e che deve essere nutrito, non potevo sperare di campare parlando solo del romanzo. Quindi, ho deciso di parlare anche di altri temi che mi piacciono come vari tipi di giochi, fumetti, ma anche approfondire i temi del giallo, scrivere recensioni e fare interviste di autori (e non solo) e dare una mano ad altri aspiranti autori segnalando dei concorsi e premi letterari che possono permettere di entrare nel mondo dell’editoria. Il blog è anche un modo di fare incontri interessanti e scoprire tanto.

Speriamo di avervi incuriosito e terminiamo con la descrizione de ‘Il Maestro dei morti‘:

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Titolo: Il Maestro dei morti
Autore: Yannich Roch
Casa editrice: Le Flâneurs
Costo: 13 euro cartaceo e 2.99 in versione ebook, gratis per kindle unlimited

Quarta di copertina:
Settembre 1933. Mentre nell’alta borghesia della Ville Lumière esplode la moda degli spettacoli di magia dell’enigmatico Monsieur Larnac, la scomparsa improvvisa di madame Géraldine getta la famiglia Lathune nella disperazione. La polizia annaspa, finché l’intervento di due investigatori privati – lo stravagante Renard e il più posato Tortue – non riesce a districare la fitta trama tessuta dalle menti criminali che si nascondo dietro le facciate maestose dei palazzi parigini. Fra cervellotiche sciarade e incursioni nell’occultismo, Il Maestro dei morti offre al lettore il gusto classico del romanzo poliziesco e una riflessione sulle inquietudini che si annidano nell’animo umano.

Dicono dell’autore:
Yannick Roch è nato in Francia nel 1983. Appassionato da sempre di lettura, di scrittura e di viaggi, si è trasferito da una decina di anni in Italia, dove insegna la lingua francese e lavora come traduttore.


Recensione a cura di Bianca Casale

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Recensione: Virus Zombie, Ettore Spatola

di Bianca Casale

Edito da Armando Editore, il libro ha 574 pagine e costa 18 euro nella versione cartacea.


Pandemia. La parola d’ordine del 2020.
Anche in questo libro c’è una pandemia, non è il Covid-19, è un virus che trasmette una malattia che rende i colpiti degli esseri privi di umanità con l’unica volontà di aggredire a morsi qualsiasi malcapitato.
Una malattia che uccide, anzi peggio, rende zombie.
Siamo a New York (qui potreste gridare al cliché, non fatelo perché c’è dell’altro) e Lucas è un italiano che vive nella Grande Mela da molto tempo, apprezzandone alcuni aspetti e disprezzandone molti altri.
Non appena intuisce la tragedia che potrebbe abbattersi sul mondo Lucas pensa una cosa sola. Deve tornare a casa, riunirsi ai suoi, alla famiglia, agli amici.
Ed è così che atterriamo in Italia. Gli zombie arriveranno anche nella amata penisola che chiamiamo casa?
Sembra di sì, altrimenti non sarebbero giustificate le cinquecento (e oltre) pagine di questo romanzo d’esordio.
Un romanzo che pare un horror distopico e invece si rivela un’altra cosa. Rivela un marchio di indagine sulla natura umana, sulla rimozione delle superfetazioni e delle convenzioni sociali in condizioni emergenziali.
Sull’amore e sulla famiglia come fondamento della vita stessa.
La famiglia che conta, quella biologica ma anche quella che ci si crea intorno negli anni, il gruppo che sarà il tuo supporto, la tua rete e la tua possibilità di essere qualcosa per qualcuno.
E poi c’è la musica in questo libro, si può dire lo stesso di tutti i romanzi?
La copertina è di Luca Raimondo e l’editore è Armando editore di Roma.
Come Lucas anche Ettore Spatola vive a New York dove svolge la professione di architetto. Come Lucas anche Ettore Spatola è originario di Battipaglia e le analogie non finiscono qui. Lucas è Ettore, l’autore parla di se stesso e lo fa con il cuore.
Ci vuole coraggio a scrivere un horror sugli zombie e ambientarlo nella provincia di Salerno, Spatola non pecca di coraggio, evidentemente. E anche il suo Lucas, infatti, è un protagonista interessante e sfaccettato.
Diamo un’occhiata alla descrizione riportata nel risvolto di copertina:

New York. Lucas sta tornando dal lavoro, quando, davanti agli schermi di Best Buy, resta come ipnotizzato guardando un servizio televisivo di dubbia certezza. Un giovane reporter sta documentando un anomalo attacco a morsi in un piccolo villaggio africano. Ancora confuso, Lucas raggiunge gli amici per un happy hour su un noto roof-top della città. Adesso è distratto dal ricordo di quelle immagini mosse, ma chiare ai suoi occhi, e non riesce a rilassarsi.
Conosce una ragazza e con lei scambia qualche parola con la promessa di ritrovarsi.
I giorni che verranno lo porteranno a dubitare delle certezze sulle quali ha costruito la sua esistenza, mentre un virus sconosciuto sembra impadronirsi del mondo, trasformandole persone in esseri aggressivi e privi di memoria.

Ho terminato il romanzo in poco tempo e il finale, ovviamente non svelerò nulla in più di quello che si può rivelare senza creare spoiler, non è per niente scontato ed è un aspetto assolutamente importante nella narrazione.
Per tutto il tempo si ha la sensazione di trovarsi in un film di Romero anche se l’ambientazione italica crea un piacevole sfasamento. La natura inoltre è estremamente centrale in questo libro, quasi una denuncia della negativa influenza della presenza antropica sugli equilibri e sugli ecosistemi.
Il mare, l’oceano da attraversare per tornare a casa e poi il mediterraneo delle origini. Il mare che è casa, vita e sostentamento. Il mare è dentro questo romanzo.
Indubbiamente Spatola è alle prime armi come romanziere e pecca, in alcune parti, di prolissità. Inoltre i personaggi femminili sono talvolta, a mio avviso, lacunosi e tendono a ricadere in schemi prevedibili. Come se fosse un fumetto. Non è detto che sia un male, tenendo anche conto che il genere non è certamente tra i miei preferiti, il romanzo è più che soddisfacente. Ritmato e avvincente si arriva alla fine con facilità.
Ritengo che potrebbe essere un ottimo spunto per un film o una serie tv. La sceneggiatura sarebbe già pronta e le location farebbero invidia a Hollywood.
Chissà che un giorno la storia di Lucas non venga adattata per gli schermi?
Per ora limitiamoci al cartaceo.
Se sono riuscita ad incuriosirvi il lavoro di Spatola si può trovare dal primo ottobre in tutte le librerie ed ordinabile già da adesso sul sito della casa editrice armandoeditore.it

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Recensione: Il morso della Vipera – Alice Basso

Alice Basso è una penna eccezionale, questo lo sapevamo già dai tempi di Vani Sarca, la ghostwriter talentuosa protagonista dei libri precedenti.
Ma che fosse anche in grado di riportare in vita la Torino del 1935 non lo potevamo

LR19 Alla Rinascente, novità di stagione - Marcello Dudovich
Inserisci una didascalia

sospettare. Ed invece con una perizia ottenibile solo grazie ad un grande lavoro di ricerca: l’autrice ci proietta in mezzo ad una Piazza Statuto uguale ma diversa, una Piazza Statuto dove cammina una ragazza ventenne col cervello svelto e il corpo da pin-up. Una ragazza che ci accompagnerà alla scoperta di una storia gialla in mezzo ad altre storie gialle, una storia che implica le camicie nere ed ha anche una spruzzata di rosa. Che, diciamolo, non guasta per niente.
In questo arcobaleno di colori, giallonerorosa la giovane Anita Bo si batte con i suoi stessi pensieri, accompagnata dalla fedele amica Clara e dalla ex professoressa Candida. Amiche che credono in lei, vedendo oltre la cortina di belletto e avvenenza, la supportano nella scelta azzardata —ricordate che siamo nel ventennio— di voler lavorare prima di convolare a giuste e italiche nozze con il giovane Corrado.

Negozio Olivetti a Torino - Domus
il negozio delle macchine per scrivere Olivetti a Torino, realizzato da Xanti Schawinsky, foto di Zveteremich, 1935

Corrado che la vorrebbe sposare subito, onesto buon partito osannato dalle famiglie, ma il sogno del buon fascista di quartiere si scontra con la volontà di Anita che, forse per scappare proprio a quel buon matrimonio, finisce per andare a fare la dattilografa  —nemmeno molto brava— alle edizioni Monné. Editori che traducono racconti gialli americani e pubblicano la rivista ‘Saturnalia’, sulla scorta dei pulp magazine come Black Mask di cui avrebbero comprato i diritti per l’Italia.
Italia che però è affondata con tutte le scarpe dentro il Ventennio e la rivista è dunque vittima di censura e costretta a pubblicare anche racconti filo-fascisti. Chi si occupa di queste traduzioni e dei racconti filo-fascisti è tal Sebastiano Satta Ascona che diverrà l’altro protagonista della storia giallonerorosa.

Torre Littoria – AtlasFor

Ciliegina sulla torta sono i numerosi riferimenti agli albori del genere giallo e anche alle delizie architettoniche che il caro razionalismo ha lasciato sul territorio della città di Torino.

Per chi, come me, è una torinese doc c’è anche da aggiungere l’apprezzamento per l’ottimo lavoro svolto nella descrizione della città e dei suoi abitanti, porto un piccolo esempio:

[…]pullula di gente ben vestita, seppur con quella sobrietà che contraddistingue i torinesi, che più sono benestanti più gioielli e accessori eliminano dalle loro mise, in quel terrore dell’ostentazione che li qualifica da secoli come gli alfieri italiani dell’understatement.

Niente di più vero sotto la Mole. Ah, era il sole? Come volete.
E insomma, i discorsi ‘politici’ sono, volendo, marginali ma l’antifascismo pervade assolutamente l’intero romanzo e potrei anche spingermi a dire, magari sotto pseudonimo, che ci ho letto anche alcuni paralleli con i nostri anni.
Così, en passant. Enpassanto direbbe Anita.
Primo di una serie ‘il morso della vipera’ non è solo una prova magistrale di buona scrittura ma anche un esempio di avvincente narrazione. Teso e argomentato al punto giusto non cede mai spazio alla retorica ma rimane perfettamente lucido e brillante anche nelle parti più divertenti e frivole.
Con tutto che si parla di un periodo non proprio proprio leggero e facilmente affrontabile. Si arriva al termine in un amen, santa polenta fritta (cit).
E girata l’ultima pagina di questo gioiellino in salsa sabauda (verde, tanto per aggiungere un altro colore) non si può che sperare che il seguito arrivi velocemente.
L’autrice spiega anche in una postfazione cosa l’ha portata a scrivere proprio di una dattilografa di quegli anni neri lì e aggiunge che il personaggio di Anita è arrivata e si è fatta largo prendendo il sopravvento su tutte le altre storie. E allora forza Anita, scalpita ancora e scalpita forte, i lettori non vedono l’ora di leggerti di nuovo in azione.

recensione di Bianca Casale


_il-morso-della-vipera-1592770177Casa Editrice: Garzanti 
Prezzo: 
€ 16,90 cartaceo, € 9,90 ebook
Pagine:
302 pagine
Data di uscita:
2 luglio 2020
Valutazione: 
✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina:
Il suono metallico dei tasti risuona nella stanza. Seduta alla sua scrivania, Anita batte a macchina le storie della popolare rivista Saturnalia: racconti gialli americani, in cui detective dai lunghi cappotti, tra una sparatoria e l’altra, hanno sempre un bicchiere di whisky tra le mani. Nulla di più lontano dal suo mondo. Eppure le pagine di Hammett e Chandler, tradotte dall’affascinante scrittore Sebastiano Satta Ascona, le stanno facendo scoprire il potere delle parole. Anita ha sempre diffidato dei giornali e anche dei libri, che da anni ormai non fanno che compiacere il regime. Ma queste sono storie nuove, diverse, piene di verità. Se Anita si trova ora a fare la dattilografa la colpa è solo la sua. Perché poteva accettare la proposta del suo amato fidanzato Corrado, come avrebbe fatto qualsiasi altra giovane donna del 1935, invece di pronunciare quelle parole totalmente inaspettate: ti sposo ma voglio prima lavorare. E ora si trova con quella macchina da scrivere davanti in compagnia di racconti che però così male non sono, anzi, sembra quasi che le stiano insegnando qualcosa. Forse per questo, quando un’anziana donna viene arrestata perché afferma che un eroe di guerra è in realtà un assassino, Anita è l’unica a crederle. Ma come rendere giustizia a qualcuno in tempi in cui di giusto non c’è niente? Quelli non sono anni in cui dare spazio ad una visione obiettiva della realtà. Il fascismo è in piena espansione. Il cattivo non viene quasi mai sconfitto. Anita deve trovare tutto il coraggio che ha e l’intuizione che le hanno insegnato i suoi amici detective per indagare e scoprire quanto la letteratura possa fare per renderci liberi.


 

Dicono dell’autriceAlice Basso - Garzanti

Alice Basso è nata a Milano nel 1979. Ha lavorato per diverse case editrici come redattrice, traduttrice e valutatrice di proposte editoriali. Nel tempo libero finge di avere ancora vent’anni, ama cantare e scrivere canzoni, suonare il sassofono e disegnare. Cucina male, guida ancora peggio e di sport nemmeno a parlarne. Con Garzanti ha pubblicato le avventure della ghostwriter Vani: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome (2015), Scrivere è un mestiere pericoloso (2016), Non ditelo allo scrittore (2017), La scrittrice del mistero (2018), Un caso speciale per la ghostwriter (2019), più i racconti La ghostwriter di Babbo Natale (2017), Nascita di una ghostwriter (2018), Un caso speciale per la Ghostwriter (2019), Questione di Costanza (2019) e Il morso della vipera (2020).

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Recensione: Le solite sospette, John Niven

Pagliaccio insaziabile con il QI di un assorbente.

Leggendo la citazione un nome vi sarà saltato alla mente. Dico bene?
Ecco, partendo da questa semplice frase vi faccio solo immaginare cosa è questo romanzo.
Ho rischiato di perdermelo, ma grazie al cielo esistono gli amici.
La parola chiave di questo romanzo è: risate.
Avete presente quella risata genuina, divertita e così spontanea che dopo ti senti subito meglio?
Se sentite il bisogno di sentirvi leggeri per qualche ora, leggetelo.
Se sentite di voler leggere qualcosa di nuovo, irriverente e dannatamente geniale, dovete leggerlo.
Le solite sospette è il romanzo di cui credi di avere bisogno, ma una volta che lo leggi capisci che è proprio quello di cui hai bisogno.

A chi non è capitato di andare a casa di amici e di mettersi a spulciare la libreria in cerca di qualcosa di nuovo da leggere o semplicemente per il gusto di curiosare nelle librerie altrui? Non mentite, non siete credibili.
Ogni buon lettore che si rispetti appena vede dei libri ci si fionda senza remore.
Se poi gli amici, che ti conoscono da anni, ti spacciano libri come Le solite sospette il gioco è fatto. Quelli sono considerati amici con la A maiuscola.
Gli amici giusti, quelli da tenersi davvero davvero stretti. Perché sono coloro che ti prestano i libri e ti convincono con un semplice: “Leggilo. Primo ti piacerà e secondo ridi da solo a crepapelle.”
E indovinate un po’?
L’ho adorato e ho riso davvero a crepapelle come una cretina.
“Ma stai ridendo da sola?”, “Ma sei tu che ridi così?”, ” Oh, mamma mia…questa ride da sola” Giusto per citare alcuni esempi.
Questo romanzo di John Niven – il primo che leggo in assoluto e devo assolutamente recuperare – vi farà spanciare dal ridere, in parecchie occasioni durante la lettura avrete le lacrime agli occhi.
Ci scommetto. E’ impossibile non ridere.
Edith, Susan, Julie e Jill sono esilaranti, uno spasso e arriverete alla fine che vorrete avere delle amiche o delle nonne come loro.


978880623054GRA

Casa Editrice: Einaudi
Prezzo: € 18,50 cartaceo, € 7,99 ebook
Pagine:346 pagine
Data di uscita:23 agosto 2016
Valutazione: ✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: Quando Susan – a causa dei vizi nascosti del marito – si ritrova vedova e con la casa pignorata, insieme ad alcune amiche decide di compiere una rapina. Contro ogni probabilità, il colpo va a buon fine, e alle “cattive ragazze” non resta che raggiungere la Costa Azzurra, riciclare il denaro e sparire. Nulla che possa spaventarle, dopo tutto hanno più di un motivo per riuscire nella loro impresa: andare in crociera e fuggire il brodino dell’ospizio.


Dicono dell’autore.

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John Niven è nato a Irvine, Ayrshire, Scozia, nel 1972. Scrive per «The Times», «The Independent», «Word» e «FHM». Ha pubblicato il romanzo breve Music from Big Pink e i romanzi Kill Your Friends (per «Word Magazine» probabilmente il miglior romanzo inglese dopo Trainspotting) e The Amateurs.
Il successivo, A volte ritorno (Einaudi, 2012), è stato un caso editoriale. In seguito, sempre per Einaudi, ha pubblicato Maschio bianco etero (2015), Le solite sospette (2016) e Uccidi i tuoi amici (2019).

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Recensione: L’amica geniale (tetralogia) -Elena Ferrante

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Piccolo consiglio: mai, e poi mai, iniziare a leggere una saga durante una pandemia mondiale, soprattutto se nelle accoglienti e sicure mura delle vostre case non avete tutti i libri a disposizione. Vi sento già affermare due parole:
Internet ed Ebook, ed in caso di contenimento in cui non puoi uscire e soprattutto tutte le librerie sono chiuse si può anche prendere in considerazione l’opzione, ma solo in questo caso esclusivo.
Determinati libri
non puoi, è impossibile, leggerli attraverso lo schermo di un e-reader: devi assaporarli, devi sentirli, devi fondamentalmente viverli.

La curiosità, si sa, è lettore e quando un numero notevole di persone ti chiedono se hai mai letto la saga di Elena Ferrante e la tua risposta è sempre no, alla decima persona che te lo chiede inizi a cercare il libro in biblioteca o a chiederlo in prestito ad altri tuoi amici lettori. Alla fine nelle mie mani è arrivato il primo volume, prestato dalla mia collega appassionata della saga. Lenù e Lila mi hanno accompagnata nei due mesi di quarantena e non potevo chiedere compagnia migliore.

Per spiegare in modo chiaro cosa sono stati per me i quattro romanzi vi farò un esempio semplice. Prendete un vostro cibo preferito, nel mio caso le ciliegie o le fragole, e immaginate di avere questa ciotola enorme vicino a voi da dove prendete *cibopreferitoascelta* in continuazione, senza riuscire a smettere.
Ecco: le pagine di ognuno dei quattro romanzi, uno concatenato all’altro, sono state delle ciliegie. Succose, dolci, da creare assuefazione.
Milleseicentotrenta ciliegie (pagine) che raccontano la vita – fra gioie e dolori – di Elena Greco e Raffaella Cerrullo, due bambine che abitano in un rione nella Napoli degli anni Cinquanta del secondo scorso fino ad oggi.
L’amica geniale crea una vera e propria dipendenza, ripeto. Io vi ho avvertito!
Il desiderio di leggere è così forte e famelico che ogni cosa scompare e tutto diventa un ostacolo tra te e i romanzi. Dormire, mangiare? Non scherziamo proprio.
È fuori discussione, pensare anche solo di interrompere la lettura e  staccarsi dalle pagine.  Fino alla fine, la lettura ti prende così tanto che devi, ne senti proprio il bisogno, sapere come tutto si concluderà.
Parliamo di cinquanta anni di vita, di cambiamenti, di eventi narrati con ritmo serrato, a tratti feroce, dove in primo piano c’è quest’amicizia tra Elena, detta Lenù e Raffaella, detta Lila, – prima bambine, poi adolescenti ed infine donne – due persone con un legame fortissimo, diverse come il giorno e la notte, ma che nonostante le differenze sono complementari. Due anime destinate a viaggiare, tra alti e bassi, su due binari diversi ma che spesso e volentieri convergono.
Non c’è Lenù senza Lila e non c’è Lila senza Lenù.
È molto chiaro, durante la narrazione, come queste due vere, crude e stupefacenti protagoniste siano le due facce della condizione umana: chi rischia e fugge e chi invece resta fermo e resta.
Nessun personaggio all’interno dei romanzi è lasciato indietro e tutti, nessuno escluso, viene messo da parte. Arrivano, restano, vanno, ritornano e se ne vanno di nuovo ed è davvero difficile non affezionarsi perché, nel bene o nel male, sai alla fine qual è il destino di ogni personaggio.

La Ferrante è considerata una delle più grandi scrittrici dei nostri tempi (e non sappiamo con certezza chi sia veramente, ma poi ci importa qualcosa?) e non posso che confermare. La fama che precede questa scrittrice dal talento straordinario è tutta vera. Non si può fare a meno di leggerla.
Vi assicuro: ho provato sulla mia pelle cosa è capace di scrivere, dopo non potrete più farne a meno.
Elena Ferrante crea una delle più pericolose (e meravigliose) dipendenze: la voglia di non smettere di leggere.


L'AMICA GENIALE, ELENA FERRANTE DA BESTSELLER A SERIE TV

Valutazione: ✐✐✐✐✐ – Casa Editrice: Edizioni E/O

L’amica geniale (#1)

L’amica geniale comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità.
L’autrice scava intanto nella natura complessa dell’amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l’Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame.
E tutto ciò precipita nella pagina con l’andamento delle grandi narrazioni popolari, dense e insieme veloci, profonde e lievi, rovesciando di continuo situazioni, svelando profondi segreti dei personaggi, sommando evento a evento senza tregua, ma con la profondità e la potenza di voce a cui l’autrice ci ha abituati.
Si tratta di quel genere di libro che non finisce. O, per dire meglio, l’autrice porta compiutamente a termine in questo primo romanzo la narrazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Lila e di Elena, ma ci lascia sulla soglia di nuovi grandi mutamenti che stanno per sconvolgere le loro vite e il loro intensissimo rapporto.

Storia del nuovo cognome (#2)

Lila ed Elena hanno sedici anni e si sentono entrambe in un vicolo cieco. Lila si è appena sposata, ma nell’assumere il cognome del marito, ha l’impressione di aver perso se stessa. Elena è ormai una studentessa modello ma, proprio durante il matrimonio dell’amica, ha scoperto che non sta bene né nel rione né fuori.
Le vicende dell’ Amica geniale riprendono a partire da questo punto e ci trascinano nella vitalissima giovinezza delle due ragazze, dentro il ritmo travolgente con cui si tallonano, si perdono, si ritrovano. Il tutto sullo sfondo di una Napoli, di un’Italia che preparano i connotati allarmanti di oggi.

Storia di chi resta e di chi fugge (#3)

Elena e Lila, le due amiche la cui storia i lettori hanno imparato a conoscere attraverso L’amica geniale e Storia del nuovo cognome, sono diventate donne. Lo sono diventate molto presto: Lila si è sposata a sedici anni, ha un figlio piccolo, ha lasciato il marito e l’agiatezza, lavora come operaia in condizioni durissime; Elena è andata via dal rione, ha studiato alla Normale di Pisa e ha pubblicato un romanzo di successo che le ha aperto le porte di un mondo benestante e colto. Ambedue hanno provato a forzare le barriere che le volevano chiuse in un destino di miseria, ignoranza e sottomissione. Ora navigano, con i ritmi travolgenti a cui Elena Ferrante ci ha abituati, nel grande mare aperto degli anni Settanta, uno scenario di speranze e incertezze, di tensioni e sfide fino ad allora impensabili, sempre unite da un legame fortissimo, ambivalente, a volte sotterraneo a volte riemergente in esplosioni violente o in incontri che aprono prospettive inattese.

Storia della bambina perduta (#4)

Le due protagoniste Lina (o Lila) ed Elena (o Lenù) sono ormai adulte, con alle spalle delle vite piene di avvenimenti, scoperte, cadute e “rinascite”. Ambedue hanno lottato per uscire dal rione natale, una prigione di conformismo, violenze e legami difficili da spezzare. Elena è diventata una scrittrice affermata, ha lasciato Napoli, si è sposata e poi separata, ha avuto due figlie e ora torna a Napoli per inseguire un amore giovanile che si è di nuovo materializzato nella sua nuova vita. Lila è rimasta a Napoli, più invischiata nei rapporti familiari e camorristici, ma si è inventata una sorprendente carriera di imprenditrice informatica ed esercita più che mai il suo affascinante e carismatico ruolo di leader nascosta ma reale del rione (cosa che la porterà tra l’altro allo scontro con i potenti fratelli Solara). Ma il romanzo è soprattutto la storia di un rapporto di amicizia, dove le due donne, veri e propri poli opposti di una stessa forza, si scontrano e s’incontrano, s’influenzano a vicenda, si allontanano e poi si ritrovano, si invidiano e si ammirano. Attraverso nuove prove che la vita pone loro davanti, scoprono in se stesse e nell’altra sempre nuovi aspetti delle loro personalità e del loro legame d’amicizia. Intanto la storia d’Italia e del mondo si srotola sullo sfondo e anche con questa le due donne e la loro amicizia si dovranno confrontare.


Dicono dell’autrice.

Elena Ferrante, pseudonimo di una scrittrice italiana, è nata a Napoli, ma ha abbandonato presto la città natale per vivere all’estero. L’alone di mistero sul vero nome della scrittrice ha alimentato negli anni la curiosità nella comunità letteraria. Nel 2011 esce L’amica geniale ed è subito un grande successo a livello mondiale. Seguiranno successivamente Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta.
Grazie a questa tetralogia la Ferrante entra nella cinquina dei finalisti del Premio Strega, nell’edizione 2015.


A cura di Rossella Zampieri

Pubblicato in: #recensione, distopico

Ballata dell’usignolo e del serpente – Suzanne Collins

Hunger Games - Ballata dell'usignolo e del serpente: Un romanzo ...Accomunabile ad altri esperimenti di sfruttamento economico di cicli letterari famosi questo nuovo lavoro della Collins si distacca perché non racconta cosa accade dopo i fatti di Katniss e Peeta, come potevamo forse aspettarci, narra la storia del giovane  Coriolanus Snow,  l’algido e crudele presidente di Panem durante i fatti della trilogia orginale.
Ora ditemi: chi se ne frega di Coriolanus Snow e di cose (ma quali poi??) accadute sessant’anni prima rispetto alla storia che ci ha appassionato?
Sì, ricordiamo questo villain canuto e cattivissimo e le sue rose, ma per dare vita a un prequel che parli di un villain allora quello devo essere davvero un personaggio costruito magnificamente, deve essere un Hannibal Lecter, un Joker, un Thanos.
Coriolanus? Ecco lui anche no.
A mio avviso lo spessore di questo personaggio in questo libro è talmente piccolo da essere bidimensionale e anche quelle due dimensioni sono minute.

Volume tanto atteso quanto deludente, una parte di storia di Panem di cui forse non si sentiva proprio il bisogno.
Affetto da un piattume sconfortante non ha nemmeno un briciolo della brillantezza della trilogia originale di Hunger Games.

Leggendo la prima parte ci si chiede: ‘perché?‘, per la seconda invece diventa: ‘meh’ e si termina la lettura con un: ‘vabbé‘.
Inoltre per tutto il tempo c’è una lentezza inedita nei precedenti romanzi.
Soprattutto nella parte proprio dedicata agli Hunger Games dove Snow viene chiamato a fare da mentore. Non c’è pathos, non c’è tensione, tributi che si riducono ad una riga tracciata sopra un nome su una lista. Nessun coinvolgimento emotivo e tanta tanta prevedibilità.
Parrebbe scritto da altre persone rispetto all’autrice che conoscevamo e nonostante si intuisca un editing di tutto rispetto e si conti qualche colpo di scena decente non è assolutamente sufficiente a formare un lavoro a regola d’arte.

Mettiamo sulla bilancia anche le cose positive, ché non si dica che non si è trovato nulla di buono in questo libro: è bello tornare in un mondo che si conosce e che ha le sue peculiarità, inoltre si scoprono alcuni fatti della storia passata di Panem che potrebbero aiutare ad ampliare la costruzione del mondo letterario in cui esistono gli Hunger Games della trilogia originale e, ultimo ma non per importanza, la copertina ha un bel punto di verde.
Per me stop.

Ah no, attenzione, c’è un’ultima considerazione da fare: potrebbe pure non essere finita questa tortura perché il finale è, in qualche modo, aperto.
Aperto il finale ma assolutamente chiusa la mia disponibilità a spendere per comprare un libro del genere, grazie al cielo sono riuscita a farmelo prestare altrimenti forse lo avrei rispedito alla Mondadori insieme ad una lettera di protesta.

Recensione a cura di Bianca Casale


Titolo: Ballata dell’usignolo e del serpente
Autore:
Suzanne Collins
Casa Editrice:
Mondadori
Prezzo: € 22,00 cartaceo
Pagine: 480 pagine
Data di uscita:  19 maggio 2020
Valutazione: ✐✐

Quarta di copertina:

Il mondo di Panem sessantaquattro anni prima degli eventi che hanno visto protagonista Katniss Everdeen. Tutto ha inizio la mattina della mietitura dei Decimi Hunger Games…

L’ambizione lo nutre. La competizione lo guida. Ma il potere ha un prezzo.Ballata dell'usignolo e del serpente, sinossi e data d'uscita ...

È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria. La casata degli Snow, un tempo potente, sta attraversando la sua ora più buia. Il destino del buon nome degli Snow è nelle mani di Coriolanus: l’unica, esile, possibilità di riportarlo all’antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere più affascinante, più persuasivo e più astuto dei suoi avversari e di condurre così il suo tributo alla vittoria. Sulla carta, però, tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma in sorte gli è toccata la femmina della coppia di tributi. I destini dei due giovani, a questo punto, sono intrecciati in modo indissolubile. D’ora in avanti, ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l’arena avrà luogo un duello all’ultimo sangue, ma fuori dall’arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere, costi quel che costi.

L’autrice:
Suzanne Collins
 è autrice della serie Gregor e della saga Hunger Games, trilogia amata e acclamata dai lettori di tutto il mondo, e ispirazione di quattro film di straordinario successo. I suoi libri, tutti pubblicati in Italia da Mondadori, sono stati tradotti in cinquantatré lingue.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: Isola di Neve, Valentina D’Urbano

41-gDliAhQLCasa Editrice: Longanesi
Prezzo: € 19,90 cartaceo, € 9,99 ebook
Pagine: 512 pagine
Data di uscita: 13 settembre 2018
Valutazione: ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: 

Un’isola che sa proteggere. Ma anche ferire.
Un amore indimenticabile sepolto dal tempo.

2004. A ventotto anni, Manuel si sente già al capolinea: un errore imperdonabile ha distrutto la sua vita e ricominciare sembra impossibile. L’unico suo rifugio è Novembre, l’isola dove abitavano i suoi nonni. Sperduta nel mar Tirreno insieme alla sua gemella, Santa Brigida – l’isoletta del vecchio carcere abbandonato -, Novembre sembra il posto perfetto per stare da solo. Ma i suoi piani vengono sconvolti da Edith, una giovane tedesca stravagante, giunta sull’isola per risolvere un mistero vecchio di cinquant’anni: la storia di Andreas von Berger -violinista dal talento straordinario e ultimo detenuto del carcere di Santa Brigida – e della donna che, secondo Edith, ha nascosto il suo inestimabile violino. L’unico indizio che Edith e Manuel hanno è il nome di quella donna: Tempesta.

1952. A soli diciassette anni, Neve sa già cosa le riserva il futuro: una vita aspra e miserabile sull’isola di Novembre. Figlia di un padre violento e nullafacente, Neve è l’unica in grado di provvedere alla sua famiglia. Tutto cambia quando, un giorno, nel carcere di Santa Brigida viene trasferito uno straniero. La sua cella si affaccia su una piccola spiaggia bianca e isolata su cui è proibito attraccare. È proprio lì che sbarca Neve, spinta da una curiosità divorante. Andreas è il contrario di come lo ha immaginato. È bellissimo, colto e gentile come nessun uomo dell’isola sarà mai, e conosce il mondo al di là del mare, quel mondo dove Neve non è mai stata. Separati dalle sbarre della cella, i due iniziano a conoscersi, ma fanno un patto: Neve non gli dirà mai il suo vero nome. Sarà lui a sceglierne uno per lei.

Sullo sfondo suggestivo e feroce di un’isola tanto bella quanto selvaggia, una storia indimenticabile. Con la travolgente forza espressiva che da sempre le è propria, Valentina D’Urbano intreccia passato e presente in un romanzo che esalta il valore e la potenza emotiva dei ricordi, e invita a scoprire che, per essere davvero se stessi, occorre vivere il dolore e l’amore come due facce di una stessa medaglia.


Dicono dell’autrice.

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Valentina D’urbano è nata nel 1985 a Roma, dove vive e lavora come illustratrice per l’infanzia. Il rumore dei tuoi passi (Longanesi 2012), suo libro d’esordio, è stato un vero e proprio caso editoriale. In seguito sono apparsi, sempre presso Longanesi, Acquanera (2013), Quella vita che ci manca (2014), Afredo ( Longanesi e TEA, 2015) e Non aspettare la notte (2016). I suoi romanzi sono stati pubblicati all’estero, presso prestigiosi editori, ottenendo importanti riconoscimenti da parte della critica.


Cosa ne pensiamo noi.

Nessuno l’aveva toccato nel corpo. Lui l’aveva toccata nella testa, aveva acceso qualcosa, una piccola scia di luce dentro un abisso buio. La prima stella della sera che accendeva pian piano tutte le altre. E le stelle, si sa, guidano le navi e non si spengono. Era un marchio da cui non si poteva tornare indietro.

Nella vita di ogni lettore c’è una lista ben precisa, incisa all’altezza del cuore.
Questa lista, nella lingua segreta dei lettori, è definita come “Libri Indelebili”, quei libri che s’incastrano da qualche parte tra cuore, polmoni e stomaco e da lì non se ne vanno più. Questi libri semplicemente ti entrano dentro e ti accompagnano in quello spaventoso viaggio chiamato vita, come fedeli amici, e non ti abbandonano mai.
Ecco.
Isola di Neve è uno dei miei Libri Indelebili. E posso chiaramente sentirlo incastrato tra quei determinati organi.
Così a caldo ammetto che non è un buon momento per poter raccontare di questa opera narrativa, potrebbe uscirne qualcosa di delirante, ma sono in balia dei miei sentimenti e forse l’unico modo per poter mettere ordine tra questi è parlarvi della mia esperienza con questo romanzo.
Nel miscuglio di emozioni che sto provando in questo momento la nostalgia – insieme a rabbia, dolore, sconcerto, stupore, gioia – è quella più accentuata, ho appena finito di perdermi tra le cinquecentododici pagine del libro e già mi mancano.
Un secondo dopo aver concluso Isola di Neve il mio primo istinto, una volta asciugate le lacrime, è stato quello di ripartire dall’inizio e rileggerlo.
Perdermi di nuovo tra l’Isola di Novembre e Santa Brigida, fare mio il dolore dei personaggi e quel senso di prigionia e poter sentire, l’odore di salsedine attraverso le pagine.
Sto sicuramente delirando, me ne rendo conto.
Potrei stare davanti allo schermo di questo computer e riempire di frasi su frasi questo articolo di WordPress per convincervi che questo libro è davvero un piccolo capolavoro e vale la pena leggerlo, ma sono sincera io non ho parole.
Credo di averle perse più o meno a metà libro tra le imprecazioni e la venerazione nei confronti della scrittrice.
Questo dovrebbe fare un buon libro, non credete? Dovrebbe lasciare senza parole, a corto di fiato.
Quando un libro è effettivamente un buon libro l’unica cosa da fare, dopo averlo finito, è stringerselo al petto e rimanere alcuni secondi lì,  occhi chiusi, ad assaporare il momento. Ed è quello che ho fatto io e non sono ancora riuscita a separarmene – lo guardo, lo sfoglio, lo rileggo, lo poso e ricomincio tutto da capo –  perché questo libro ti entra dentro e ti dilania in tanti piccoli pezzi, così minuscoli e microscopici, che non te ne rendi conto.
È magia. La magia di un buon libro.

Ci sono cose che devono restare sepolte nei posti bui della memoria, in attesa di un’onda che possa allargare tutto, che possa spezzarle via.

La scrittrice ha davvero un dono e perdersi nei suoi romanzi è come finire in mezzo ad una tempesta e uscirne comunque, un po’ ammaccati e con qualche graffio, ma sempre con qualcosa di nuovo, magari un pezzo mancante di cui non si era a conoscenza.
Potrei dilungarmi ancora è dirvi che questo libro è meraviglioso, senza tempo e pieno di passione e non avrei ancora detto abbastanza.
Potrei anche asserire che Valentina D’Urbano è una certezza e una condanna insieme, i suoi libri un dannato dono, per potermi credere però dovete leggere uno dei suoi lavori altrimenti mi date della pazza.

Nel frattempo io vado a rileggermi il libro ed a cercare di recuperare quei pezzi di cuore abbandonati tra le pagine di questo romanzo.


A cura di Rossella Zampieri  

 

Pubblicato in: #recensione, Romanzo, young adult

Io sono Ava – Erin Stewart

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Innegabile e subitaneo il parallelo con Wonder di R. J. Palacio da cui però la Ava di Erin Stewart si discosta per età, sesso e, in parte, classe sociale e simpatia.
Sulla simpatia però dobbiamo spezzare una lancia a favore di Ava, nessuno adolescente alle prese con i suoi casini è TANTO simpatico, ammettiamolo. Un bambino di 10 anni appassionato di Star Wars come l’August di Wonder è scontato che piaccia di più.

Torniamo ad Ava, americana di 16 anni di cui 15 passati da ragazza “normale” poi un terribile incidente a levarle quasi la vita, sicuramente buona parte della pelle, i genitori e la cugina.
L’incidente è un drammatico incendio che ha distrutto interamente la casa, la famiglia e la vita di Ava.

Noi la conosciamo a circa un anno dal grave fatto mentre subisce l’ennesimo controllo dal suo medico. Impariamo presto l’entità del danno al suo corpo, ci metteremo un po’ di più a capire quello psicologico. La coppia che ora le fa da genitori sono la zia e lo zio che però hanno subito pesantemente il lutto tanto quanto Ava, la cugina che ho nominato prima era infatti loro figlia. I due hanno quindi perso una sorella, un cognato e la figlia e si sono trovati tutori unici  di una nipote con ustioni di grado elevato in buona parte del corpo.  Non dimentichiamo che siamo negli Stati Uniti, dove oltre a pensare a guarire bisogna anche pensare al denaro da trovare per pagare le cure che non sono coperte dall’assicurazione sanitaria.
Ora gli zii vogliono che lei torni a scuola, fisicamente sta meglio e vorrebbero che potesse tornare ad avere una vita che somigli di più a quella che aveva prima. Ava però fa resistenza, non vuole, ha terrore di non essere accettata, di venire additata come diversa, non ha particolarmente paura di essere bullizzata bensì di scatenare la pietà negli altri e più in generale di doversi trovare di fronte brutalmente al fatto compiuto: non è più, e forse non sarà mai più, la ragazza “normale” di prima.

L’Ava di prima era appassionata di musical, cantava e aveva tanti amici e amiche, ci informerà la Stewart nel corso dei capitoli e ricorrendo a flashback mentre porta avanti la trama. L’Ava di dopo invece è chiusa, in casa e in se stessa, non si guarda allo specchio e vive nella camera che era della cugina senza nemmeno aver modificato l’arredo. Insomma è una ragazza bloccata. Bloccata anche in un rapporto con gli zii che ormai sono genitori.
Decide quindi, dopo l’insistenza della zia, di darle un contentino e iscriversi a scuola per qualche tempo, medita di andarci il minimo indispensabile per dire di averci provato e poi mollare tutto per tornarsene nella sua camera con i suoi pensieri.
Per fortuna ciò non accade, altrimenti la narrazione sarebbe stata quantomeno deludente.

Ava supera le porte dell’istituzione scolastica e mentre la conosciamo meglio incontriamo anche gran parte degli altri personaggi della storia. Più o meno importanti…
In tutta sincerità l’egocentrismo tipico dell’adolescenza è reso molto bene e descritto con buona perizia, non per questo risulta meno fastidioso. Il ritmo narrativo però è ben dosato e il romanzo si rivela presto un pageturner della miglior specie.
Sul piatto della bilancia c’è però da mettere anche una caratterizzazione dei personaggi non troppo soddisfacente, rimangono un po’ superficiali e in alcuni casi la cosa risulta fastidiosa.

La scusa della ‘diversità’ di Ava è il modo di far ragionare più ampiamente sul tema dell’accettazione sociale, del superamento dei traumi e della forza a cui bisogna attingere per fare fronte alle sfide che la vita, volenti o nolenti, molla davanti senza certo chiedere il permesso. Si parla di modi diversi di affrontare la cosa, non siamo tutti uguali nemmeno in questo caso. Non lo siamo mai.

Ogni volta che si parla di temi di questo tipo il rischio è sempre quello di esagerare in un verso o nell’altro e confezionare una storia che sembra un saggio di psicopedagogia oppure dall’altra di essere troppo superficiali nel toccare temi delicati. La Stewart da questo punto di vista regge e porta a casa un risultato, un buon romanzo e numerosissime vendite.

Nel complesso è un ottimo libro per ragazzi in età da scuole medie e biennio superiore, discreto anche per tutti quegli adulti interessati al tema o che hanno a che fare con ragazzi e ragazze in quella splendida fase della vita che viene definita ‘adolescenza’, in questo ultimo caso inviamo tutta la nostra solidarietà umana e supporto, è difficile, ma poi passa.

recensione a cura di  Bianca Casale


Titolo: Io sono Ava
Autore: Erin Stewart
Casa Editrice: Garzanti
Prezzo: € 14 cartaceo
Pagine: 329 pagine
Data di uscita: febbraio 2020
Valutazione: ✓✐✐✐✐

La trama nel dettaglio: Ava era mille cose. Era una ragazza che adorava cantare. Era io-sono-ava-181748-1una ragazza con tanti amici. Ora è solo la ragazza con le cicatrici.

È passato un anno dall’incendio in cui ha perso i genitori. Un anno in cui Ava ha tagliato i ponti con il mondo perché le fa troppa paura. Ora è costretta a tornare a scuola. Una scuola nuova dove non conosce nessuno. Una scuola che – ne è sicura – sarà piena di ragazzi che non faranno altro che osservare il suo viso per poi allontanarsi spaventati.

Chi vorrebbe mai fare amicizia con lei? Quali nuovi modi di prenderla in giro si inventeranno i suoi compagni?

Non appena si avventura in quei corridoi i suoi incubi si avverano: non incrocia nessuno sguardo e, al suo passaggio, sente solo sussurri.

Fino a quando i suoi occhi non incontrano quelli di Asad e Piper, gli unici ad avere il coraggio di andare oltre il suo aspetto. Di vedere la vera Ava dietro le cicatrici. Perché anche loro si sentono soli e incompresi. La loro amicizia la aiuterà a ricominciare.

Le farà capire che nessuno è diverso, ma ognuno è unico così come è.

La storia di una ragazza che scopre la forza che ha dentro di sé. La storia di un’amicizia più forte di tutto. Il libro che dalla stampa e dai lettori è stato definito il nuovo Wonder.

L’autrice: Erin Stewart è l’autrice di ‘Io sono Ava’ (SCARS LIKE WINGS), il suo romanzo d’esordio. Vive nello Utah con suo marito e tre figli.
Sul suo sito ufficiale scrive: “Credo che le persone siano messe sul nostro cammino per un motivo. Sempre.”

Pubblicato in: #recensione, Romanzo

Recensione: L’ ultimo bacio, Bianca Marconero


74418975_2621327534587553_6316131957210087424_nCasa Editrice:
Self- publishing
Prezzo: € 14.90 cartaceo, € 2.99 ebook
Pagine: 382 pagine
Data di uscita: 15 novembre 2019
Valutazione: ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: 

«È una contraddizione in termini, Alice. Un bacio tra di noi non potrà mai essere l’ultimo».
Alex e Alice non lavorano più insieme. Dopo l’ultimo licenziamento, le loro strade si sono divise. Sono trascorsi nove mesi e Alice tenta di tenere insieme i pezzi della sua vita, si barcamena tra mille lavori e cerca di andare avanti. Ma pensa ancora ad Alessandro. Sono trascorsi nove mesi e Alessandro ha preso le redini del progetto internazionale del Gruppo Francalanza Visconti, dirige la nuova sede di Parigi e ha una relazione stabile con Carlotta, una ricca ereditiera indicata da tutti come la sua compagna ideale. Ma pensa sempre ad Alice. Sono trascorsi nove mesi e tutto è pronto per il matrimonio di Emilia e Fosco, la location è stata scelta, gli inviti mandati e la chiesa addobbata. Sono trascorsi nove mesi e per Alex e Alice, entrambi testimoni degli sposi, è venuto il momento di rivedersi. Nella cornice da sogno di un antico monastero sul lago di Como, tra balli mancati e un duello di sguardi, si delinea un accordo imprevisto: scambiarsi un ultimo bacio e poi ognuno andrà per la sua strada. Ma un bacio tra due persone che si vogliono ancora, nonostante proclamino di non volersi affatto, non potrà mai essere l’ultimo. Soprattutto se il destino trama e li porta a lavorare per l’ennesima volta uno accanto all’altra nella città più romantica del mondo.Ma è davvero possibile capirsi, quando il passato minaccia di tornare? E come si può trovare il perdono quando emerge un segreto in grado di separarli per sempre? Tra una salita sulla butte di Montmartre una passeggiata ai giardini del Lussenburgo, tra serate all’Opéra Garnier e shopping sulla rive gauche, Alex e Alice avranno la loro occasione per scoprire il vero significato dell’ultimo bacio.



Dicono dell’autrice.

Bianca Marconero è lo pseudonimo utilizzato da una scrittrice italiana che vive a Reggio Emilia, laureata in lettere, ha presentato una tesi su un poema cavalleresco.
Ha lavorato come redattrice per periodici per ragazzi e poi è approdata alla scrittura creativa. Nel 2012 ha ideato e scritto i testi di una serie di libri per la prima infanzia, editi da RTI Mediaset.
E’ già autrice di una saga fantasy Albion, tradotta in inglese e spagnoloche potete trovare in tutti gli store online. Con la Newton Compton ha pubblicato La prima cosa bellaL’ultima notte al mondo, Ed ero contentissimoUn altro giorno ancora e Non è detto che mi manchi, ottenendo un grande successo. Ha auto pubblicato molti altri romanzi, tra cui Un maledetto per sempre.


Cosa ne pensiamo noi: 

Sono baci che chiamano baci, tanto l’ultimo te lo darò in un altro vita, in un punto del tempo indefinito, da qui alla fine del mondo. 

La mia recensione consisterebbe in un sincera e schietta parola: compratelo.
Comprate anche Le nostre prime sette volte, rinchiudetevi in casa con una tazza di tè caldo, una coperta e leggete tutta la duologia.
Sono sicura che non farete fatica a divorarla.
Impossibile staccarsi dal libro, forse solo per mangiare, mentre si continua a leggere.
Questa sarebbe la mia personale opinione, ma pubblicare una recensione del genere non sarebbe degna di questo romanzo, perché è d’obbligo spendere qualche parola in più per spiegarvi quanto siano belli e strazianti, al tempo stesso, Alessandro e Alice.
Per potervi raccontare in poche semplici parole quanto io abbia aspettato, e atteso, per poter leggere questo romanzo, vi basti sapere che mi sono presa un giorno di ferie dal lavoro.
Con la colonna sonora di The Scientist e di tutto l’album A rush of blood to the head dei Coldplay a farmi compagnia – ho rubato un Walkman ormai definibile vintage a mio padre per poter ascoltare il cd, sperando che l’antico oggetto funzionasse ancora –  sono riuscita a iniziare a leggerlo bene solamente verso sera e ho smesso, solo ed esclusivamente, quando i miei occhi non riuscivano più a restare aperti neanche con gli stuzzicadenti, ergo ho ceduto al sonno.
L’ho concluso pochi minuti fa ed ora mi sento svuotata e piena di energie, al contempo.
Come ho già citato nella recensione di The Fucking Forever Saga, per cui tra l’altro sto ancora raccogliendo i pezzi del mio di cuore, Bianca Marconero colpisce dritto dove fa più male.
Perché è questo che fa, questa benedetta donna: ti rapisce, ti fa soffrire e poi ti fa esplodere il cuore, quasi sempre di gioia.
I pianti che ho fatto con Brando ed Agnese sono solo paragonabili a quelli di Will e Lou di Io prima di te, della Moyes, giusto per dirvi il grado di disagio che ho provato.
È straordinaria con le parole, ha un vero talento nell’esprimere i sentimenti per iscritto ed è in grado di smuovere le corde giuste per poter arrivare dritto al cuore.
Ammetto di non contare molto perché sono una romantica, un’ultima inguaribile romantica.
Una di quelle che sogna un amore con A maiuscola, ancora spera e crede che il vero amore esista non solo nei libri.
Lo sono sempre stata e anche se cerco di nasconderlo lo sono ancora adesso, e leggendo la Marconero, vado a colpo sicuro, perché so perfettamente che mi porterà nella direzione che voglio: il lieto fine.
Questo romanzo mi hanno davvero, davvero emozionata – complice ammetto una colonna sonora a me molto cara – e Alice e Alessandro potrebbero anche eguagliare i miei preferiti nella mia personale top one delle coppie migliori create dalla Marconero.
Indovinate un po’ chi c’era al primo posto.
Non voglio spoilerare niente, perché per capire quello che sto cercando di trasmettere bisogna proprio leggere questo libro.
In punta di piedi Alex e Alice si sono creati uno spazio tutto loro e sono stati capaci di arrivare dritto al cuore perché quando dai l’ultimo bacio all’amore della tua vita – quando riconosci che è l’anima gemella – tutto inizia e finisce con quel semplice contatto.
In fondo, è tutta una questione di baci.



A cura di Rossella Zampieri 

Pubblicato in: #recensione, Saggio

Recensione: Possiamo salvare il mondo prima di cena – Jonathan Safran Foer

69045381_2425962790984223_5212805444992499712_nCasa Editrice: Guanda
Prezzo: € 18
Pagine: 320 pagine, brossura
Data di uscita: 26 agosto 2019
Valutazione:  ✓✐✐✐✐ ✐
Quarta di copertina: Qualcuno si ostina a liquidare i cambiamenti climatici come fake news, ma la gran parte di noi è ben consapevole che se non modifichiamo radicalmente le nostre abitudini l’umanità andrà incontro al rischio dell’estinzione di massa. Lo sappiamo, eppure non riusciamo a crederci. E di conseguenza non riusciamo ad agire. Il problema è che l’emergenza ambientale non è una storia facile da raccontare e, soprattutto, non è una buona storia: non spaventa, non affascina, non coinvolge abbastanza da indurci a cambiare la nostra vita. Per questo rimaniamo indifferenti, o paralizzati: la stessa reazione che suscitò Jan Karski, il «testimone inascolta­to», quando cercò di svelare l’orro­re dell’Olocausto e non fu creduto. In tempo di guerra, veniva chiesto ai cittadini di contribuire allo sforzo bellico: ma qual è il confine tra rinuncia e sacrificio, quando in gioco c’è la nostra sopravvivenza, o la ­sopravvivenza dei nostri figli? E quali sono le rinunce necessarie, adesso, per salvare un mondo ormai trasformato in una immensa fattoria a cielo aperto?
Nel suo nuovo libro, Jonathan Safran Foer mette in campo tutte le sue risorse di scrittore per raccontare, con straordinario impatto emotivo, la crisi climatica che è anche «crisi della nostra capacità di credere», mescolando in modo originalissimo storie di famiglia, ri­cordi personali, episodi biblici, dati scienti­fici rigorosi e suggestioni futuristiche. Un libro unico, che parte dalla volontà di «convincere degli sconosciuti a fare qualcosa» e termina con un messaggio rivolto ai figli, ai quali ciascun genitore – non solo a parole, ma con le proprie scelte – spera di riuscire a insegnare «la differenza tra correre verso la morte, correre per sfuggire alla morte e correre verso la vita».


Recensione a cura di Bianca Casale

Jonathan Safran Foer per me è un autore magico, amo il suo modo di scrivere, la delicatezza con cui ti tira un pugno diretto sul muso con la stessa dolcezza con cui carezzerebbe un bimbo.

Perché è questo che fa, ti prende a pugni ma tu ne vorresti ancora. Arriva dritto dritto al cuore.

Bene, questo libro non è differente, nonostante non sia un romanzo, ma un saggio ben argomentato.
Si tratta di un lavoro importante, necessario e di cui Foer sentiva il bisogno. Lo si legge tra le righe, quel bisogno.
Prendiamone qualcuna, di riga:

A ogni ispirazione, assorbivo la storia della vita e della morte sulla Terra. Questo pensiero mi offriva una veduta aerea della storia: un’ampia rete fatta di un unico filo.
Quando Neil Armstrong posò lo stivale sulla superficie lunare e disse: «un piccolo passo per l’uomo…» espirò attraverso la sua visiera in policarbonato, in un mondo senza suono, molecole di Archimede che gridava «Eureka!» correndo nudo per le strade dell’antica Siracusa, dopo avere scoperto che l’acqua fuoriuscita dalla vasca da bagno mentre si immergeva equivaleva al peso del suo corpo.

Tra le prime pagine eccolo subito pronto a metterti alle corde. Lo sapevi che ‘nulla si crea e nulla si distrugge’ ma non l’avevi mai letto messo giù in questi termini.

Continua poco dopo:

La parola «emergenza» deriva dal latino emergĕre, che significa «comparire, portare alla luce».
[…]
La parola «apocalisse» deriva dal greco apokalyptein, che significa «svelare, manifestare».
La parola «crisi» deriva dal greco krisis, che significa «scelta, decisione».
Nella nostra lingua, quindi, è inscritta l’idea che i disastri tendono a esporre quello che in precedenza era nascosto. Mentre la crisi del pianeta si dispiega in una seria di emergenze, le nostre decisioni riveleranno chi siamo.

Le nostre decisioni riveleranno chi siamo.
Tiè. Primo colpo, un bel diretto al volto.

Nel corso del tempo, le mie motivazioni sono cambiate – perché sono cambiate le informazioni a mia disposizione ma, soprattutto, perché è cambiata la mia vita. Come credo valga per la maggior parte delle persone, crescere ha fatto proliferare le mie identità. Il tempo stempera le dicotomie etiche e favorisce un maggiore apprezzamento di quella che potremmo definire la confusione della vita.

La confusione della vita. Cambia tutto intorno a te o sei tu che cambi? Di sicuro il proliferare delle identità rende benissimo l’idea.

Poi l’autore ci getta addosso qualche pagina di dati, breve e concisa, cose che sai o immagini, dati scientifici e considerazioni su questi. Fantasticamente organizzate sono perfette per essere un approccio anche didattico a quello che sta accadendo e a quello che possiamo fare nel nostro piccolo.

Per esempio:

Cambiare il nostro modo di mangiare non sarà sufficiente di per sé a salvare il pianeta, ma non possiamo salvare il pianeta senza cambiare il nostro modo di mangiare.
[…]
Le quattro cose di maggiore impatto che un individuo può fare per contrastare il mutamento climatico sono: avere un’alimentazione a base vegetale, evitare di viaggiare in aereo, vivere senza macchina e fare meno figli.

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stralcio da ‘Non tutte le azioni sono uguali’ pagina 111

Dopodiché ingaggia un dialogo con se stesso, un balletto in bilico con l’assurdo che accompagna tutti noi. Lo fa da maestro quale è. Dall’Olocausto all’Antropocene passando dentro di sé.
Forse la parte del libro che ho amato di più ma che non esisterebbe, non si sosterrebbe senza tutto il resto del volume.

E dobbiamo renderci conto che il cambiamento è inevitabile. Possiamo scegliere di fare dei cambiamenti oppure possiamo subire altri cambiamenti – migrazioni di massa, malattie, conflitti armati, una qualità della vita nettamente inferiore –, ma non c’è futuro senza cambiamenti. Il lusso di scegliere quali cambiamenti preferiamo ha una data di scadenza.

Qualche pagina ancora e Foer ritorna a parlare con gli altri, con te, abbandona il dialogo a due e attacca ancora. Uppercut.

Nessuno se non noi distruggerà la Terra e nessuno se non noi la salverà. Le condizioni più disperate possono innescare le azioni più cariche di speranza. Abbiamo trovato il modo di riportare la vita sulla Terra dopo un collasso totale, perché abbiamo trovato il modo di provocare un collasso totale della vita sulla Terra. Noi siamo il Diluvio e noi siamo l’Arca.
[…] esistono sistemi potenti – il capitalismo, l’allevamento industriale, il comparto dei combustibili fossili – che sono difficili da smantellare. Nessun singolo automobilista è in grado di provocare un ingorgo. Ma un ingorgo non può verificarsi senza i singoli automobilisti. Siamo bloccati nel traffico perché il traffico siamo noi. Il modo in cui viviamo le nostre vite, le azioni che facciamo e non facciamo, possono alimentare i problemi sistemici ma posso anche cambiarli […]

E prima di volgere al termine continua a menar colpi come un pugile di carriera:

Tanto le azioni macro quante quelle micro hanno un potere […] è immorale liquidare l’una o l’altra e proclamare che siccome non si può ottenere il massimo non si deve tentare di arrivare al minimo.
Sì, servono cambiamenti strutturali, serve una transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili a livello globale. Serve imporre qualcosa di simile a una carbon tax, introdurre l’obbligo di indicare sulle etichette l’impatto ambientale dei prodotti, sostituire la plastica con soluzioni sostenibili, costruire città a misura di pedone. Servono strutture che ci spingano verso scelte che già vogliamo fare. Serve affrontare in modo etico il rapporto tra l’Occidente e il Sud del mondo. Potrebbe persino servire una rivoluzione politica. Questi cambiamenti esigono passaggi che gli individui non sono in grado di attuare da soli. Ma a parte il fatto che le rivoluzioni collettive sono fatte dagli individui, guidate da individui e rafforzate da migliaia di rivoluzioni individuali, non avremo nessuna possibilità di raggiungere l’obbiettivo di contenere la distruzione ambientale se gli individui non prenderanno l’individualissima decisione di mangiare in modo diverso. È senza dubbio vero che la decisione di un singolo di passare a un’alimentazione a base vegetale non cambierà il mondo, ma è altrettanto vero che la somma di milioni di decisioni analoghe lo cambierà.

Tieni presente che Foer teorizza non un passaggio ad alimentazione vegetale tout court bensì una riduzione della presenza di prodotti di origine animale nei menù giornalieri alla sola cena.
Sostiene anche che:

[…] le scelte alimentari sono contagi sociali, influenzano sempre le persone che ci circondano: i supermercati tracciano ogni prodotto venduto, i ristoranti adeguano i loro menu alla domanda, i servizi di ristorazione guardano cosa viene buttano e noi ordiniamo «quello che ha preso lei». Mangiamo come famiglie, comunità, nazione e sempre più come pianeta. Le scelte di consumo individuali possono attivare una « complessa dinamica ricorsiva» – un’azione collettiva – che si rivela produttiva, non paralizzante.

A pagina 230/231 ti ficca gli ultimi colpi bassi, ammesso che tu non sia già crollato come un castello di carte e stia già facendo l’inventario dei pezzi per cercare una qualche possibilità di ricostruzione.

Qualche volta sento già la mancanza di quello che non ho ancora perso, come se il mio sguardo trapassasse il capolavoro e fissasse la parete vuota dietro.
[…]
Dobbiamo decidere cosa crescerà al nostro posto – dobbiamo seminare il nostro atto di riparazione, o di vendetta.Le nostre decisioni non determineranno solo il giudizio che le future generazione daranno di noi, ma addirittura se esisteranno per darne uno.

 

Il libro si conclude a pagina 250 lasciandoti steso, ma consapevole e pronto a prendere le decisioni e finalmente, fare delle scelte, che non saranno sufficienti ma senza le quali non potrai nemmeno dire di averci tentato.

Un saggio bellissimo, leggibile con semplicità ma estremamente profondo, di quella profondità che ti colpisce molto forte e incredibilmente vicino.
Non posso che consigliare di leggerlo, farlo leggere, portarlo nelle scuole, regalarlo a Natale, lasciarlo nei punti di Bookcrossing e non so più che dire ancora.

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Paolo Giordano dialoga con Jonathan Safran Foer, incontro del 10 Settembre 2019 a Torino

Foer è stato a Torino qualche tempo fa, io c’ero, mi sono emozionata nel vedere quanto simile a come lo immaginavo in realtà sia. Quanta forza e quanta bellezza racchiuse in questo piccolo, ma grandissimo, uomo. Un uomo capace di emozionarsi parlando di una coppia di suoi lettori, un uomo capace di scherzare davanti a una platea intera senza mai perdere l’aplomb. Un uomo capace di firmare libri per tutti, fino a fare venire notte, senza dimenticare nessuno.

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La sala della Cavallerizza Reale al termine dell’incontro del ciclo ‘aspettando il salone’ tenutosi a Torino il 10 Settembre 2019 (video dell’incontro QUI)

Se avremo altre generazioni di esseri umani su questa terra, se sopravviveremo come specie, spero tanto, davvero tanto che siano un po’ come Foer.
E siano in grado di scrivere libri come i suoi. Come questo.
Leggilo.
Ti prego, leggilo. Ti resterà dentro e magari sarai diverso da prima, migliore magari.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo, segnalazioni

Recensione: The Fucking Forever Series – Bianca Marconero

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Casa Editrice: Newton Compton Editore
Prezzo: € 9.90 cartaceo, € 6.99 ebook
Pagine: 306 pagine
Data di uscita: 7 febbraio 2019
Valutazione:  ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: Agnese ha diciannove anni, è la figlia di un senatore piuttosto influente e ha ricevuto un’educazione rigida. Le piace disegnare ma ha messo i sogni nel cassetto e si è iscritta a Giurisprudenza. Dopo la morte della madre, ha imparato a nascondere a tutti i suoi veri sentimenti ed è diventata la classica ragazza ricca, perfetta, composta e fredda, ma in realtà piena di insicurezze. Quando la sua incapacità di lasciarsi andare allontana il ragazzo di cui è innamorata da anni, Agnese capisce di avere bisogno di aiuto. Vorrebbe qualcuno che le insegni a essere meno impacciata e Brando, il suo fratellastro appena acquisito, sembra proprio la persona giusta. Lui lavora di notte, suona in una band, e cambia ragazza ogni sera. Peccato che il bacio che i due si scambiano per “prova” sia lontano anni luce da un esercizio senza conseguenze. Così le loro lezioni di seduzione ben presto diventano qualcosa di più… Brando saprà insegnare ad Agnese che la lezione più importante di tutte è abbandonarsi alle emozioni?

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41d+xFTxVxLCasa Editrice: Self publishing
Prezzo: € 0.99 Ebook
Pagine: 56 pagine
Valutazione: ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: Cosa è successo a Montreal?
Le 24 ore che hanno cambiato la vita di Brando e Agnese. La luce in fondo al tunnel. Un “missing moment”, direttamente dalle pagine di “Un maledetto lieto fine”

 

 

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41j1KSjTJNLCasa Editrice: Self Publishing – Amazon
Prezzo: € 13.07 cartaceo, € 2.99 ebook
Pagine: 346 pagine
Data di uscita: 18 luglio 2019
Valutazione:  ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina:

Cosa sei disposto a fare per la persona che ami?
Cosa sei disposto a fare per ritornare a casa?
Brando e Agnese si sono lasciati. Sono passati tre anni dalla loro separazione. I ricordi sono i loro compagni silenziosi ma cercano di andare avanti e ricostruire le loro vite. Brando, dopo le vicende accadute a Montréal, desidera una felicità di base, fatta di amicizia, lavoro e affetti. Vuole consolidare il successo della sua band, gli Urban Knights, e soprattutto desidera innamorarsi di nuovo. Quando incontra Penny, una giovane fotografa, si convince di aver trovato la persona che può aggiustare il suo cuore spezzato.
Agnese vive a Milano e ha un unico obiettivo: proteggere la persona più importante della sua vita. Affronta le difficoltà a testa alta, in fuga dal padre, il senatore Goffredo Altavilla e in lotta continua con Lucio, divenuto ora l’avvocato del senatore.
Dopo una serie di appuntamenti mancati con il destino, Brando ritrova Agnese e scopre l’esistenza di Jacopo. L’incontro fornirà l’occasione per ripartire un’altra volta o sarà l’ennesima caduta verso un finale sbagliato? In che direzione va il “per sempre”, quando i segreti del passato diventano troppo ingombranti, quando l’amore deve essere gridato, quando la fiamma brucia ancora, pronta a divampare, per l’ultima volta?

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41Q0WbTQ4GLCasa Editrice: Self publishing ( PREQUEL )
Prezzo: € 0.99 Ebook, €5.80 Cartaceo
Pagine: 80 pagine
Valutazione: ✓✐✐✐✐ ✐

Quarta di copertina: Brando ha 18 anni, un sogno e un amore sconfinato per sua madre Isabella.Dopo la morte del padre, si occupa di lei cercando di darle tranquillità e sicurezza.Passa le sue serate al Pandemonio, il locale del suo quartiere e, con i suoi amici d’infanzia, condivide il sogno di formare una band.Tra tutte le ragazze della vita di Brando, ce n’è una, Alice, che potrebbe essere quella giusta.Ma il momento forse è quello sbagliato. Un uomo enigmatico e potente entra nella vita di Isabella, sconvolgendo quella di Brando. L’uomo, influente senatore, ha una figlia di nome Agnese, a cui Brando dovrà chiedere aiuto.Ciò che Brando ancora ignora è che Agnese è la ragazza destinata a cambiargli l’esistenza. Per sempre.



Dicono dell’autrice: 
Di questa scrittrice si sa molto poco: sappiamo che scrive sotto pseudonimo e vive a Reggio Emilia con la famiglia. Autrice di svariati romanzi, ha lavorato anche come redattrice per periodici ed in seguito ha deciso di dedicarsi alla scrittura creativa.
Potete seguirla sui suoi profili social ( Facebook, Instagram ) per rimanere aggiornati sulle novità riguardanti i suoi romanzi.


Cosa ne pensiamo noi: 

« Resta, dove ti posso vedere. »

Ho divorato letteralmente tutta la saga The Fucking Forever, passando due giorni interi a stretto contatto con il mio Kindle e con Brando e Agnese interrompendo la lettura solo per poter mangiare, perché di dormire manco a parlarne.
Credetemi, questa saga vi rapisce il sonno, il cuore ed il tempo.
Due giorni in cui ho attraversato ogni gamma di sentimenti possibili che un essere umano può sopportare in ventiquattro ore e ne sono uscita un po’ provata,  sono sopravvissuta. E neanche io ci credevo.

Ho dovuto attendere per scrivere questa recensione, per avere la mente un minimo lucida, perché le uniche cose che avrei voluto scrivere appena conclusa tutta la saga sarebbero state: è bellissima e dovete leggerla assolutamente, con queste precise parole.
La recensione sarebbe finita lì, perché se non avete ancora letto la storia di Brando e Agnese non sapete davvero cosa vi siete persi.

La Marconero ha davvero superato il tempo, lo spazio, la gravità – aggiungeteci qualunque altra cosa vogliate – e ci ha donato questi libri che per me sono i migliori che abbia mai scritto fino ad ora e, di certo, io abbia ho letto nel 2019.
Ha colpito dove fa più male e, questa volta, ha davvero rapito i cuori, li ha accartocciati per bene e poi li ha ridati un po’ malandati, ma ancora integri.
Sul mio ho ancora dei dubbi.

La saga creata da questa grandiosa scrittrice – Brando e Agnese vi rimangono addosso – vi tiene incollati al romanzo finché non arrivate all’ultima pagina e solo allora vi ricordate di nuovo di respirare.
Non sapete se piangere, se ridere, aspettare che il cuore torni a battere regolarmente e poi piangere e ridere nello stesso momento, o riprendere in mano tutta la saga e ricominciarla da capo perché tutto, in questi libri, manca già una volta conclusi.
Se Un maledetto lieto fine è accattivante, Un maledetto per sempre è totalizzante.
Un ritmo serrato che lascia con il fiato sospeso ad ogni fine capitolo e fa andare avanti come un treno fino alla fine.
Sto ancora digerendo l’epilogo, per dire.

Nel dubbio, torno a rileggerla.

 

The Fucking Forever Series:

Un maledetto lieto fine 
Montrèal
Un maledetto per sempre
Un maledetto addio
Un maledetto bacio ( prossima uscita)


A cura di Rossella Zampieri

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: E ogni corsa è l’ultima, Leila Awad

copertina e ogni corsaCasa editrice: Self- publishing 
Prezzo:
€ 2,99 ebook, € 12,00 cartaceo
Data di uscita: 10 giugno 2019
Valutazione: ✓✐✐✐✐ 

Quarta di copertina: “Lui è mio” è quello che Daisy Potter pensa guardando Niccolò De Santis, con orgoglio, gioia e un pizzico di paura. Su Niccolò ha costruito i propri progetti per il futuro, i sogni, le speranze.
Non come fidanzato o come amante, ma come pilota di punta della scuderia di Formula 1, la Potter Racing, di cui sta prendendo le redini.
Quello che Daisy non ha considerato, però, è che Niccolò non è solo il vip che nel tempo libero si improvvisa dj e si accompagna a modelle sui red carpet. Quando una convivenza obbligata li costringe a mettersi a nudo, in una Roma da
scoprire attraverso le parole di un diario antico secoli, ogni distanza comincia ad
affievolirsi e quel “è mio” assume tratti diversi.
Troveranno il coraggio di affrontare i rispettivi sentimenti o si nasconderanno dietro muri di maschere e paure?

[ Ringrazio di cuore l’autore Leila Awad per avermi dato la possibilità di leggere in anteprima il suo libro. ]



Dicono dell’autrice: 

Leila Awad, classe 1987, è nata a Roma e tutt’ora vive nella Capitale. Creatrice del blog Writer. Dreamer Queen dove sono racchiuse tutte le sue passione: le serie tv, i libri, il make-up e le famiglie reali.


Cosa ne pensiamo noi:

I suoi insegnamenti sono stati “sii gentile e cortese”, “la gentilezza con i propri sottoposti è ciò che dimostra che persona e che leader sei”, “studia, leggi, viaggia ed espandi i tuoi orizzonti”.
Piccole pillole di vita di cui ho fatto tesoro e che mi hanno guidato fino adesso, ma in fondo non mi dicono nulla su chi dovrei essere.

Le cose belle hanno sempre una fine, ad un certo punto. Ogni libro ha una conclusione, se poi si tratta di un buon libro è, quasi sempre, un gran dolore.
Questo è uno dei mantra che ogni lettore conosce fin troppo bene, soprattutto quando un libro ti rapisce così tanto da farti rimanere a bocca asciutta quando si è arrivati al termine.
È così anche per l’ultimo romanzo uscito dalla penna di Leila Awad.
Concluso in un giorno dove ho accuratamente evitato di fare qualsiasi altra cosa – oltre ad essere distratta al lavoro perché continuavo a domandarmi cosa sarebbe successo nel capitolo successivo – sono arrivata alla fine sperando che la storia di Daisy e Niccolò non finisse.

Complice di questa magia anche una splendida Roma – città visitata anni fa e di cui ho un bellissimo ricordo  – in questo caso sfondo ai sentimenti dei due protagonisti.

Ho bisogno di controllo, ho bisogno di numeri chiari, linee rette e caselle da spuntare. L’amore è caos. E io non lo capisco.

Una novità da prendere in considerazione e da non sottovalutare, è l’ambientazione del romanzo: non la localizzazione fisica, bensì un’ambientazione immersa nel mondo dello sport, nello specifico il mondo della Formula 1.
Un argomento che non viene preso spesso in considerazione nei romanzi ma che in questo è al centro della narrazione.
Non conosco la Formula 1 – non ne sono un’appassionata come l’autrice – ma l’idea è ben sviluppata all’interno del romanzo, tanto che le scene che riguardano il mondo delle corse non risultano pesanti, grazie alla bravura della scrittrice, ma piacevoli.

Nei lavori di Leila Awad apprezzo molto i protagonisti principali, ma io stravedo sempre per i secondari. Ho adorato Dwight Potter e Phoebe Murray, rispettivamente il fratello e la migliore amica di Daisy, che si aggiungono alla mia lista dei personaggi secondari, insieme a Edvard e Candice di Chloe, attendo infatti con ansia il giorno in cui potrò leggere di nuovo di loro.

Altrettanto bella e appassionante è la storia di Margherita Mattei e di Alessio e Riccardo Massimo che ho davvero apprezzato tantissimo, tanto quasi da preferirla a quella di Daisy e Niccolò. Non vi svelerò niente in merito, dovrete leggerla voi.

È sempre un piacere leggere un nuovo romanzo di Leila Awad perché i suoi scritti sono una ventata d’aria fresca ed il lieto fine c’è sempre, ed essendo io una romanticona ci conto e vado sul sicuro.

Se non sapete cosa portare sotto l’ombrellone o come passare il tempo estivo in città quest’anno vi consiglio E ogni corsa è l’ultima, un buon libro e una bella storia.

 


Recensione a cura di Rossella Zampieri