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“Se due che come noi”, Micaela Miljian Savoldelli – recensione

Lasciare tutto e partire. Sfido a non averci pensato, diverso però è lasciare tutto e con due figli piccoli, poi aumentati di uno, girare il mondo per tre anni.
Esattamente così hanno fatto Micaela e Julien, raccontando su Instagram e poi su https://www.likemiljian.com/ il loro percorso di viaggio fino al trasferimento a Bali.
Questa storia però meritava di essere raccontata sotto una forma mediatica differente ed infatti il libro, un romanzo autobiografico, scritto da Micaela Miljian Savoldelli, edito da Vallardi, è uscito lo scorso giugno.

Quando si cresce i sogni non si ridimensionano. Si diventa più bravi a disegnarli.

Micaela diventa Selvaggia e Julien diventa Jules in questo primo lavoro letterario della Savoldelli. Un esordio gradevolissimo e scorrevole, una narrazione affascinante per la profondità e la delicatezza dell’autrice nel descrivere anche momenti non facili e drammatici.

La vera avventura non è raggiungere l’altra costa, Selvaggia. Basta una buona barca e potrai lasciarti portare dal vento. La sfida sarà non voler tornare a prendere ciò che di te ti sarai lasciata alle spalle

L’intero libro è pervaso di una luce particolare, la stessa che si intravede nelle immagini del profilo Instagram dei due. É un romanzo a due voci, quella femminile e quella maschile, entrambe con le loro peculiarità e i loro punti di vista. Imperdibili personaggi secondari sono disseminati nello scorrere delle pagine e alcuni rimangono davvero nel cuore.

La storia si trasmette nel Dna. Le paure e le esperienze sono un’eredità da cui non c’è scampo, cara. Siamo quello che hanno vissuto i nostri genitori, e chi prima di loro. Portiamo avanti per generazioni battaglie che non sono le nostre perché nasciamo che fanno già parte di noi, congenite, come il colore degli occhi o la forma del sedere.

Innegabilmente la storia di questi due innamorati è particolare ma volendo potrebbe essere quella di ognuno di noi, fatta di trovarsi e ritrovarsi. Fatta di perdita e conquiste, tolleranza e sostegno e tanto tanto amore condiviso.
I due giovani diventano adulti, un passo dopo l’altro, fino alla consapevolezza che la crescita passa per la rinuncia e per le scelte, a volte nemmeno facili. La vita da studenti, poi l’incontro e lo scontro con il mondo del lavoro.
L’arrivo del primo figlio, un parto difficile, la depressione che coglie impreparati e la strada per uscire anche da questo impasse.

Sempre attraverso l’amore e la consapevolezza.
Sicuri di essere uguali ma diversi, abitanti di una città ma anche di tutte. Italiani e un po’ francesi, fiorentini e parigini, viaggiatori nello spazio concesso. Senza casa forse, o a casa dove c’è l’altro. Dove si è insieme, dove si è già famiglia seppur solo in due.

“E poi, all’improvviso, fu il monsone. Eravamo le uniche ombre nella piazza illuminata dai neon delle insegne fluorescenti di Lê Lai Road. Eravamo soli in una città di nove milioni di abitanti. I clacson dei motorini si confondevano con lo scroscio incessante della pioggia.

Eravamo finalmente liberi, sotto quell’oceano di lacrime rumorose che cadevano dal cielo.

Fu in quel preciso istante che accadde. Sarebbe stato li, sotto quel torrente instancabile, che avevamo trovato la nostra casa. Tutto era già scritto dalla prima sera, dal nostro primo incontro. L’avevamo scritto noi.

Recensione a cura di Bianca Casale



Book Cover

Quarta di copertina

Quando Selvaggia arriva a Firenze ha vent’anni e un passato scomodo. È scappata portando con sé solo un bagaglio di dilemmi e irrequietezza, per vivere appieno quelli che è convinta saranno gli ultimi anni della sua vita. Jules è francese, ama suonare la chitarra di notte a cavalcioni sul terrazzo e ogni giorno cambia itinerario, alla ricerca dell’inaspettato. Che puntualmente arriva, per entrambi, la sera del 24 ottobre 2009, in una serata tra amici, musica e blackout. Selvaggia e Jules non sanno cosa li aspetta, ma il destino ha già deciso per loro. E quando la vita li metterà di fronte alla prova più dura, proprio nel momento che per tutti gli altri è il più sbagliato, Selvaggia e Jules decideranno di seguire il proprio istinto e partire per realizzare quello che devono a se stessi, un’avventura schietta e tenera come la verità, nata da una promessa scambiata all’alba: qualsiasi cosa accadrà, non smetteranno mai di credere alla magia di quella sera.


Dicono dell’autrice.




MICAELA MILJIAN SAVOLDELLI
Classe 1988, italiana di nascita, parigina d’adozione, cittadina del mondo per vocazione. Per tre anni ha fatto il giro del mondo con il suo compagno di vita e due figli, diventati tre lungo il percorso. Autrice, direttrice creativa e imprenditrice, è la penna del profilo social @likemiljian. A breve lancerà la sua linea di abbigliamento etico e sostenibile ispirata alle donne e al viaggio. Ora vive a Bali. Se due che come noi è il suo primo romanzo.

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Nelle sue ossa, Maria Elisa Gualandris – recensione

Questo mondo che sembra non volerci, forse, prima o poi, si accorgerà che si sta perdendo qualcosa.

Il giallo scritto dalla giornalista Maria Elisa Gualandris è, oltre tutto il resto, un atto di denuncia nei confronti della precarietà. Una condizione in cui versano, tragicamente, un numero immane di persone, giovani e meno giovani.
La protagonista, Benedetta Allegri, è una giornalista che si occupa di cronaca nera ma nonostante la bravura e l’impegno profuso nel lavoro è ancora una precaria e di questa incertezza soffre e patisce.
Ci si ritrova facilmente nel personaggio della giovane giornalista iperpreparata, una donna che credeva di essersi scelta il proprio futuro grazie alle sue capacità ed ai titoli conseguiti, che rappresenta appieno la nostra generazione: trentenni e quarantenni titolati, pieni di risorse e capacità ma comunque impossibilitati a ritagliarsi il giusto posto nel mondo, a continuare a stringere i denti nell’attesa dell’occasione per trovare sicurezza e stabilità.
Io stessa sono stata una libera professionista per moltissimo tempo e successivamente una precaria. Per cui mi ritrovo perfettamente nella figura descritta, che è quindi assolutamente credibile e ben inserita nel contesto sociale raccontato nel romanzo.
Il cold case.
Benedetta, in fase di stallo sentimentale e lavorativo, si imbatte nel caso di Giulia Ferrari, una giovane studentessa, scomparsa senza lasciare tracce nel lontano 1978. La protagonista, dopotutto per quanto realistico siamo comunque in un romanzo, ha intorno a sé una pletora di co-protagonisti interessanti: il fidanzato Andre, l’avvocata Viola e Francesco e molti altri, ma non vogliamo svelarvi troppo degli altri personaggi.
Il giallo si dipana e presto impareremo che non è, per niente, tutto semplice come la procura tenderebbe a far credere in un primo momento.
Grazie ad un intreccio ben architettato, ed alla bellissima ambientazione sul lago Maggiore, il romanzo prende subito piede ed è difficile smettere di leggere prima di scoprire chi era Giulia e cosa le accadde tanti anni prima.
Siamo nel comune di Verbania, nonostante la città sia citata direttamente solo all’inizio assieme a Pallanza, una sua frazione. C’è solo qualche incursione nella vicina Milano, ma per il resto rimaniamo sul lago Maggiore che con la sua presenza sempre quieta ma attivamente addentro alla storia ci accompagna come un vecchio amico attraverso le trecento pagine di questo romanzo.
La storia scorre benissimo e, a parte alcune piccole pecche di pedanteria o più che altro prolissità, forse volute ma sinceramente non troppo gradevoli, espleta perfettamente il suo compito di intrattenere.
Si legge in poco tempo e lascia un piacevole ricordo.
Perfetto per gli appassionati di gialli ma sicuramente gradevole per ogni lettore che si rispetti e per chi vuole qualche brivido da portarsi comodamente in vacanza.
La Allegri potrebbe diventare la protagonista di una serie di romanzi?
Certamente, noi crediamo che questo sia solo uno dei tanti casi che la giornalista potrebbe risolvere e che, anzi, un maggior numero di libri (mai dire mai) sarebbero utili non solo a conoscere tutti i protagonisti incontrati nel romanzo, ma anche ad esplorare un’evocativa zona lacustre come quella del Lago Maggiore.
E perché no, magari anche la realizzazione di una serie TV!

✎©Bianca Casale, Giulietta Frattini

♥♥Ringraziamo Simona Mirabello


LA PAGINA DI AMAZON DEDICATA AL LIBRO DI MARIA ELISA GUALANDRIS



Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.
Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.




Dicono dell’autrice

Nelle sue ossa", il romanzo d'esordio di Maria Elisa Gualandris - Stampa  Diocesana Novarese

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog “I libri di Meg” per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto “Pesach”, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi).


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Tre gocce d’acqua, Valentina D’Urbano – recensione

«Siamo di nuovo noi tre?» Mi rassegnai a quella galera, a quell’ergastolo.
«Siamo di nuovo noi tre.»

Tre gocce d’acqua è la storia di tre anime legate indissolubilmente tra loro, la narrazione scava nelle relazioni e nei sentimenti che si trasformano in legami. Fratelli? Ma non hanno lo stesso sangue: sono Celeste e Nadir.
Il collante, il vertice del triangolo, il fulcro dell’impalcatura che tiene uniti i due è Pietro: il fratello maggiore di entrambi, diviso tra due famiglie, l’incognita comune tra due equazioni poste a sistema.

Attraverso l’infanzia, l’adolescenza ed infine l’età adulta, l’autrice racconta venticinque anni d’amore e d’amicizia, di schermaglie e speranze, solitudine, dolore ma soprattutto pone l’accento su quel momento chiave in cui ci si accorge che, diventati adulti, non si torna più indietro.
Mezzo secolo di vita dipanata nelle righe del settimo romanzo della D’Urbano: quella di Celeste, affetta da una rara malattia ossea, e Nadir, il più scapestrato dei tre, colui che riesce a catturare le emozioni; ed infine la vita di Pietro, il ricercatore che intraprende una strada ancora sconosciuta per proteggere e difendere chi non può, o non riesce, a far da sé.
Un legame che è una dipendenza così forte, quella tra Celeste e Nadir, non ha definizione a parole – fratelli, amici, rivali, complici – supera i silenzi, gli sguardi e le parole taglienti, ma diventa necessaria ed indistruttibile, indipendentemente dal dolore e dalle scelte che vengono prese.

La vita intera a cercare di stare al passo, di afferrare quei due che amavo e che continuamente mi sfuggivano.

Valentina D’Urbano torna oggi, a distanza di tre anni dal suo ultimo lavoro, con un romanzo edito da Mondadori ed ha tutte le carte in regola per poter raggiungere le vette delle classifiche dei libri più venduti in poco, pochissimo tempo.
C’è chi segue la scrittrice da anni ed ha letto i suoi romanzi, conosce il suo straordinario dono, la capacità di raccontare e descrivere storie che lasciano il segno, far percepire come proprie le emozioni provate dai suoi personaggi e far sentire parte integrante della storia il lettore.
Chi, invece, è ancora un neofita della D’Urbano, può certamente cominciare con questo suo Tre gocce d’acqua.
Ho aspettato questo romanzo per un lungo anno e non ha deluso assolutamente le altissime aspettative, anzi, ha riconfermato solo il talento di questa scrittrice romana.
Lo stile impeccabile, la lettura scorrevole e coinvolgente – confermata anche quest’anno come una garanzia – ci fa entrare nelle vite di una famiglia inusuale la cui unione va al di là del semplice legame di sangue.

Scritto in prima persona, forma narrativa che rende la descrizione potente ed incisiva, Tre gocce d’acqua è coinvolgente, pura bellezza, un dolore sordo all’altezza del petto, una serie di stilettate al cuore capaci di tenere incollati alle 372 pagine di questo meraviglioso romanzo. Emozione e immediatezza, un romanzo maturo.

In questa vita niente e nessuno ci appartiene davvero, e arriva il momento in cui ognuno di noi deve restituire qualcosa al mondo.

Tre gocce d’acqua mi ha svuotata ma mi ha fatto provare tantissime emozioni, come ogni romanzo di Valentina D’Urbano, infatti si conferma ancora una volta una delle mie scrittrici preferite.
Un grande senso di solitudine, perché ad un certo punto la storia finisce e tu vorresti che non fosse così, vorresti averne ancora; nonostante racconti echi di una guerra tanto lontana quanto spietata. Così spietata da farti ringraziare per la sua lontananza, per il fatto che non sia casa tua.
Casa tua è in tanti posti, però.
Uno di quei posti è certamente tra le righe di un romanzo di Valentina D’Urbano.

✎©Rossella Zampieri

♥♥Ringraziamo Anna da Re di Mondadori


Quarta di copertina: Celeste e Nadir non sono fratelli, non sono nemmeno parenti, non hanno una goccia di sangue in comune, eppure sono i due punti estremi di un’equazione che li lega indissolubilmente. A tenerli uniti è Pietro, fratello dell’una da parte di padre e dell’altro da parte di madre. Pietro, più grande di loro di quasi dieci anni, si divide tra le due famiglie ed entrambi i fratellini stravedono per lui. Celeste è con lui quando cade per la prima volta e, con un innocuo saltello dallo scivolo, si frattura un piede. Pochi mesi dopo è la volta di due dita, e poi di un polso. A otto anni scopre così di avere una rara malattia genetica che rende le sue ossa fragili come vetro: un piccolo urto, uno spigolo, persino un abbraccio troppo stretto sono sufficienti a spezzarla. Ma a sconvolgere la sua infanzia sta per arrivare una seconda calamità: l’incontro con Nadir, il fratello di suo fratello, che finora per lei è stato solo un nome, uno sconosciuto. Nadir è brutto, ruvido, indomabile, ha durezze che sembrano fatte apposta per ferirla. Tra i due bambini si scatena una gelosia feroce, una gara selvaggia per conquistare l’amore del fratello, che preso com’è dai suoi studi e dalla politica riserva loro un affetto distratto. Celeste capisce subito che Nadir è una minaccia, ma non può immaginare che quell’ostilità, crescendo, si trasformerà in una strana forma di attrazione e dipendenza reciproca, un legame vischioso e inconfessabile che dominerà le loro vite per i venticinque anni successivi. E quando Pietro, il loro primo amore, l’asse attorno a cui le loro vite continuano a ruotare, parte per uno dei suoi viaggi in Siria e scompare, la precaria architettura del loro rapporto rischia di crollare una volta per tutte.


Dicono dell’autrice.


Valentina D’Urbano è una scrittrice e illustratrice per l’infanzia, nata a Roma il 28 giugno 1985. Si è diplomata allo IED in illustrazione e animazione multimediale. Nel 2010 vince la prima edizione del torneo letterario IoScrittore organizzato dal Gruppo editoriale Mauri Spagnol. Longanesi ha pubblicato i suoi romanzi: Il rumore dei tuoi passi, nel 2012; Acquanera nel 2013; Quella vita che ci manca nel 2014 (con cui vince il premio Rapallo Carige nel 2015), Non aspettare la notte nel 2016 e Isola di neve nel 2018. Con Tea ha pubblicato Alfredo (2015). Tre gocce d’acqua (2021) è il suo ultimo romanzo pubblicato da Mondadori.


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Jonathan Strange e Il Signor Norrell, Susanna Clarke

Recensione a cura di Giulietta Frattini

È meglio partire in maniera onesta: sì, ci sono romanzi fantasy che sono scritti in modo più accattivante (e non come un romanzo storico di fine Ottocento), altri che hanno storie avventurose e protagonisti epici (il signor Norrell non è quello che si definirebbe “uno spigliato uomo di compagnia”) e sì, ci sono libri che hanno trame più oscure, e ci sono anche libri più cinici e più spietati nei confronti dei propri personaggi. Ma a dispetto delle quasi 1000 pagine, non c’è un romanzo fantasy come Jonathan Strange & il signor Norrell nel mondo (per lo meno se consideriamo i romanzi fantastici inglesi scritti negli ultimi settant’anni, parola di Neil Gaiman.

Jonathan Strange & il signor Norrell è il primo (ma non unico!) romanzo di Susanna Clarke, un’opera di esordio la cui stesura ha avuto una durata record: undici anni, dal 1992 al 2003 (pubblicato nel 2004) ma capace di fruttare all’autrice il premio Hugo di miglior romanzo nel 2005 (anno in cui è stato pubblicato anche in Italia con Longanesi).

È un libro che bisogna leggere con pazienza ed attenzione, in modo da apprezzare i giochi di parole che i nomi inglesi lasciano intendere (a volte lasciati in originale ma nel complesso stupendamente tradotti in modo da rispecchiare il senso trasmesso dall’originale).

Tutto ciò che appare nel libro è un grande percorso fatto di primi passi (nel mondo nella magia, prima, e poi come maghi), l’esperienza e l’esuberanza, l’egoismo, l’amore, la vita e, insieme, la morte.

La narrazione è costruita come se gli avvenimenti raccontati siano fatti storici realmente accaduti, sullo sfondo delle vicende dei vari personaggi il lettore può seguire anche un’altra storia: quella della mitologia originale (una fusione di vari miti tradizionali inglesi del nostro mondo) grazie ad un ricco apparato di note a piè pagina che riferiscono non solo dettagli biografici sui personaggi storici realmente vissuti, il duca di Wellington, Lord Byron e Giorgio III, ma anche di personaggi fittizi appartenenti al mondo della magia. Tra le note non manca anche una dettagliatissima bibliografia dei volumi e dei trattati sulla magia da cui sono tratte le informazioni che i personaggi si scambiano tra loro. Alcune delle note a piè di pagina sono enormi e interrompono la narrazione. Tuttavia, sono importanti per capire la storia in tutte le sue sfaccettature e aiutano ad aggiungere ulteriore peso alla sensazione di guardare un mondo che è come il nostro (solo meglio).

Punto di congiunzione tra queste due “storie” è la libreria che entrambi i due maghi protagonisti adorano, i libri che consultano e scrivono e, verso la fine, li caratterizzano. I libri sono ovunque nelle vicende dei nostri eroi e le vicende dei nostri eroi sono nei libri, la conoscenza della parola scritta svolgerà un ruolo determinante nell’evolversi della trama.
Norrell è cauto, studioso e autocosciente, Strange è sconsiderato, aperto a nuove conoscenze più pratiche. È ansioso di spingere i limiti del suo insegnante oltre l’approccio limitato alla magia e di mettere in pratica i magici insegnamenti ricevuti.
Combatte nella guerra napoleonica per rendere grande e nobile la magia arricchendone la sua fama mitologica mentre Norrell rimane nella sua biblioteca, a distanza, limitandosi a lanciare magie meteorologiche per spaventare e facilitare l’inseguimento dei francesi. I loro caratteri contrastanti, impuntati sulle proprie ferree convinzioni, li spingono ad agire, a volte, anche in maniera non proprio esemplare.
Strange è giovane, ma è anche pratico per le esigenze del suo paese, non sorprende quindi che l’Inghilterra stessa lo preferisca al suo maestro, il signor Norrell.

«Può un mago uccidere un uomo per magia?” Chiese Lord Wellington a Strange. Strange si
accigliò. Sembrava non gradire la domanda. “Suppongo che un mago potrebbe”, ha
ammesso, “ma un gentiluomo non lo farebbe mai»

I lettori che amano i classici ottocenteschi, con la loro prosa elegante che dispiega la trama senza trascurare nessun dettaglio scenico (l’opera sembra scritta proprio da un’inglese dell’Ottocento, da una Jane Austen alternativa), avranno di che rallegrarsi da questa lettura. Coloro che invece prediligono ritmo e azione rischiano di dover combattere la noia non poco.
La componente magica si manifesta in incantesimi momentanei, dai fini prettamente pratici o, al massimo, scenografici. Nessuno spettacolare duello di magia o altisonante incantesimo da imparare.
L’apice di questo tipo di narrazione lo raggiungono i due maghi protagonisti: i loro scambi di opinioni rappresentano un duello all’arma bianca molto piacevole da seguire.
Certo, non è scorrevolissimo ma neanche difficile.
L’unica pecca sentita in maniera sensibile da un lettore non inglese è il dibattito filosofico sul carattere dell’Inghilterra e sulle distinzioni tra nord e sud, noiose in quanto in qualche modo non accessibili e prive di rilevanza per il lettore straniero. In un certo senso si può leggere tra le righe delle similitudini con il mescolarsi delle diverse culture nel nostro secolo.
Jonathan Strange e il Signor Norrell resta comunque un classico della letteratura fantastica, una favola per adulti descritta con precisione e con una cura tale da volerne ancora nonostante il finale perfetto.

La BBC America è riuscita ad acquistare i diritti per la trasposizione dell’opera, dando vita
nel 2015 ad una serie di soli sette episodi, scritta da Peter Harness e diretta da
Toby Haynes, con Bertie Carvel e Eddie Marsan nei ruoli rispettivamente di Jonathan
Strange e di Gilbert Norrell (che potete vedere sulla copertina dell’edizione più recente del
romanzo).



Quarta di copertina: Il romanzo ci porta in un Ottocento inglese alternativo, in cui la magia c’è stata
davvero ma è ormai scomparsa, rimangono quasi solo leggende come quella di Re Corvo, il grande mago capace di fondere la sapienza delle fate con la ragione umana.
Ma dalle regioni del Nord, un tempo visitate da elfi e folletti appare, il signor Norrell un uomo dalle straordinarie abilità e capace di far parlare le statue della cattedrale di York. La notizia sembra segnare il ritorno della magia in Inghilterra, e Norrell si trasferisce a Londra per offrire i suoi servizi magici al governo, impegnato nella guerra contro Napoleone. Si imbatte in ciarlatani, finti indovini, personaggi equivoci e in un uomo, un “mago” riconosciuto di nome Vinculus, che gli parla di profezia in cui due maghi faranno rinascere la magia inglese:

«Due maghi appariranno in Inghilterra. Il primo avrà paura di me, il secondo vorrà trovarmi, il primo sarà governato da ladri e da assassini, il secondo cospirerà per distruggere se stesso. Il primo seppellirà il suo cuore in un bosco oscuro, sotto la neve, ma continuerà a sentire il suo dolore. Il secondo vedrà ciò che gli è più caro in mano al suo nemico»

Uno dei due maghi è sicuramente il signor Norrell. L’altro chi sarà (spoiler, ma non troppo: la risposta si trova nel titolo del romanzo)?


Dicono dell’autrice.

Susanna Clarke, classe 1959, ha avuto un successo clamoroso con il suo romanzo d’esordio Jonathan Strange & il Signor Norrell (Longanesi, 2005): pubblicato in trentaquattro paesi e finalista al Man Booker Prize, il libro ha venduto quattro milioni di copie, è stato accolto come l’opera inglese più grande e originale pubblicata dai tempi di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien ed è stato definito da Neil Gaiman «il più grande fantasy inglese degli ultimi settant’anni». A quindici anni di distanza, pubblica un nuovo romanzo: Piranesi (Fazi, 2021)

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Recensione: Sangue Inquieto di Robert Galbraith (aka J.K. Rowling)

Recensione a cura di Valentina Isernia

Approdato nelle librerie italiane a fine febbraio, Sangue Inquieto è il quinto capitolo della serie di gialli scritti da J.K. Rowling sotto lo pseudonimo Robert Galbraith.
Il racconto questa volta si articola attorno a una scomparsa di lunga data: quella di Margot Bamborough, svanita nel nulla a pochi passi dallo studio medico nel quale lavorava, ben quarant’anni prima. A cercarla è la figlia, che allora molto piccola è stata a lungo tenuta all’oscuro di cosa fosse capitato alla madre, immediatamente sostituita dalla tata Cynthia che il padre aveva sposato quasi subito in seconde nozze.

Cast e personaggi di Strike: il detective Cormoran Strike nato dalla penna  di J.K. Rowling sbarca in Italia
dai romanzi è stata tratta anche una serie TV

E’ il primo cold case di Cormoran Strike e Robin Ellacott, ormai divenuti soci alla pari dell’agenzia investigativa;
Fin da subito tutti i soggetti coinvolti nell’avvio delle indagini sono consapevoli di una cosa: dato il troppo tempo trascorso dai fatti, sarà probabilmente difficile venire a capo di qualcosa di diverso da quanto dichiarato ufficialmente dagli investigatori dell’epoca. Dunque, d’accordo con Strike, Anna Phipps, la figlia di Margot, concorda un tempo limite di 12 mesi, al termine dei quali l’indagine dovrà fermarsi.
Il più grande ostacolo alle sue ricerche, saranno proprio le indagini condotte dai primi due detective della Polizia a cui era stato affidato il caso. In particolare il primo, Talbot.
Talbot aveva cominciato a forzare la mano convinto della colpevolezza del principale sospettato nel caso della Bamborough: Dennis Creed, un efferato serial killer che ha rapito, stuprato e e massacrato molte donne prima di essere catturato; Creed non ha mai confermato di aver ucciso Margot e Louise Tucker, un’altra giovane mai ritrovata. Caduto in un giro di un’inquietante pista che comprendeva la lettura dei segni zodiacali, simboli esoterici e lettura dei tarocchi, Talbot impazzisce e viene sollevato dal caso, archiviato dal detective successivo.
I decenni trascorsi rendono ancora più difficile nuove indagini dato che molti dei protagonisti sono ormai deceduti o hanno cambiato vita lasciandosi alle spalle una vicenda che poteva portare loro solo guai.
Un anno dopo la richiesta di Anna, il caso è ancora aperto e la cliente decide di non rinnovare il contratto. Robin e Strike decidono di continuare a indagare, arrivando in fine a quell’elemento chiave che li porterà a ottenere la soluzione all’enigma.

Non sappiamo quanti saranno i volumi della serie, ma Sangue Inquieto rappresenta sicuramente la chiave di volta della saga.
Dopo una lunga attesa da parte dei lettori, Rowling si concentra ancora di più sui suoi protagonisti (aveva già cominciato con “Bianco Letale”, ma con più parsimonia) tanto da oscurare, per una volta, il focus sul giallo e l’interesse del lettore ad arrivare alla soluzione del caso.
Già dal romanzo precedente, spinta probabilmente dalla voglia di creare un caso molto articolato e difficile, che l’aveva tanto entusiasmata in Bianco Letale (come lei stessa aveva sottolineato nei ringraziamenti), la trama legata all’indagine risente di una narrazione un po’ troppo lunga e non sempre avvincente. Se dobbiamo trovare un difetto nei gialli proposti dalla Rowling, è quello di darci sempre un finale spettacolare ma di non riuscire, come altri giallisti, a immergerci nei ragionamenti dell’investigatore e a darci la chiave del giallo, pur camuffandola, durante il racconto: come una partita a scala quaranta con chiusura in mano, ci priva del divertimento di usare il ragionamento logico.
Tuttavia questo non mina la piacevolezza della lettura, facendoci posare il libro sul comodino per lunghe settimane senza finirlo. 1104 pagine sono volate via in un fine settimana.

Stavolta i temi caldi fra le righe sono stati tanti:

La storia di Margot sarà motivo di introspezione per Strike e Robin, il primo alle prese con la fulminante malattia della zia e il lutto che ne conseguirà, la seconda con la firma sulla fine di un matrimonio che non avrebbe dovuto esserci fin dagli inizi. Robin si troverà poi spesso a dover fare i conti col suo ruolo di donna in un’agenzia investigativa composta prevalentemente da uomini, con un caso di molestie da parte di un collega e con la costante percezione di non essere considerata alla pari di Strike, ma sempre e solo la sua sottoposta.
I due avranno anche il primo vero scontro, principalmente dovuto a sentimenti reciproci repressi anche a se stessi; nonché il primo, reale, momento di intimità in cui finalmente daranno inizio a un dialogo più profondo, in cui Strike finalmente racconterà quale è stato il suo ruolo attivo nel recente tentativo di suicidio dell’ex Charlotte e Robin di come la fine del suo rapporto con il marito divorzio sia stata attentamente architettata dall’attuale compagna Sarah.

Strike Producer on Finding Chemistry and Planning for Lethal White -  The-Leaky-Cauldron.org « The-Leaky-Cauldron.org

Quello tra i due è il Classico esempio di slow burn, l’innamoramento lento, e in questo capitolo diventano più consapevoli sia dei loro sentimenti ma anche, date le esperienze passate con i rispettivi partner, di quanto questi possano gravare come una minaccia sul futuro dell’agenzia.

La Rowling affronta inoltre, anche se in modo non approfondito e comunque molto naturale (non ai fini di un malcelato politically correct, insomma), temi come la malattia mentale, la morte, l’omosessualità. Il che stride sempre, leggendola, con le polemiche nate poco prima della pubblicazione, dopo un suo intervento piuttosto polemizzato, sulla questione trasgender.

Detto ciò, il libro, come i capitoli precedenti, è assolutamente consigliato. Alla prossima indagine!


Editore: Salani (25 febbraio 2021)
Copertina rigida: 1104 pagine
Prezzo su Amazon: 26,65 € cartaceo / 12,99 € e-book


Quarta di copertina: Il nuovo caso arriva nelle mani di Cormoran Strike in una buia serata d’agosto, davanti al mare della Cornovaglia, mentre è fuori servizio e sta cercando una scusa per telefonare a Robin, la sua socia. In quel momento tutto desidera tranne che parlare con una sconosciuta che gli chiede di indagare sulla scomparsa della madre, Margot Bamborough, avvenuta per giunta quarant’anni prima. Un cold case più complesso del previsto, con un serial killer tra i piedi e un’indagine della polizia a suo tempo molto controversa, fra predizioni dei tarocchi, testimoni sfuggenti e piste oscuramente intrecciate. Galbraith ritorna con un nuovo, magnetico capitolo della storia di Robin e Strike, una delle coppie di investigatori più amate di sempre.


Dicono dell’autore (autrice!)


Pseudonimo della scrittrice J. K. Rowling.
Joanne Kathleen Rowling scrive storie da quando era bambina, e ha sempre desiderato diventare scrittrice. è divenuta famosa in tutto il mondo grazie alla saga di Harry Potter.
Con lo psedudonimo di Robert Galbraith ha pubblicato romanzi per adulti: Il richiamo del cuculo (2013), Il baco da seta (2014), La via del male. Un’indagine di Cormoran Strike (2016), Bianco Letale (2019) e Sangue inquieto (2021) editi da Salani.

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Recensione: Volevo solo sfiorare il cielo, Silvia Ciompi

Quando ti innamorerai ti capiterà di sentirti sbagliata, brutta, spettinata e poi bella e spaventata. Ma non te ne fregherà più niente delle smagliature, delle cicatrici, dei tuoi spigoli o dei tuoi chili di troppo, perché chi ti ama fa così: ti cura e ti migliora e ti porta via anche i complessi. Quando ti innamorerai sarete ovunque.

Maremma diavola, che romanzo!
Alzi la mano chi si ricorda del primo amore, chi ricorda le miriadi di sensazioni che porta con sé e tutto quello che ne consegue.
Quando ci si innamora si è ovunque, come dice la citazione: nella musica, nelle frasi altrui, nel fondo di una tazza di caffè, tra gli alberi. Insomma, innamorarsi a volte è una gran bella grana e citando il buon John Lennon: ‘l’amore è ciò che ti accade mentre fai altri progetti’.
Ed è proprio l’amore che dà la possibilità ai giovanissimi protagonisti di questo romanzo di sopravvivere e di trovare un senso a quel gran macello che è la vita.
Clelia ha appena compiuto diciotto anni, ha dei meravigliosi occhi, non ascolta più musica da oltre un anno, si veste sempre di nero ed è in cerca di se stessa.
Lorenzo ha diciotto anni, ricci ribelli, vive con le cuffie nelle orecchie, vagamente somigliante a Marlon Brando [a detta di Clelia] ed è in fuga da tutto e da tutti compreso se stesso.
La vita ha già lasciato cicatrici invisibili e visibili su entrambi ed anche se sono nell’età in cui hanno tutta la vita davanti, loro la vita non riescono più a sentirla.
Clelia e Lorenzo non hanno altri progetti in mente, ma inciamperanno l’uno nella vita dell’altra rendendo il loro amore l’unica àncora di salvezza.

Quando sei triste, spaventata, felice, innamorata, eccitata, depressa, prova a pensare a una canzone. Per ogni momento della vita esiste una canzone in grado di alleviare il dolore o di amplificare la tua gioia.


L’amore e la musica sono probabilmente le uniche cose di cui l’essere umano non si stancherà mai e che fanno girare – o quasi – il mondo.
É infatti attraverso la musica – ascoltata tramite cuffie o grammofoni – che si dipana la storia d’amore di Clelia e Lorenzo, ambientata tra le stradine della meravigliosa Isola d’Elba profumate di salsedine e la periferia romana.
All’interno della storia sono citate canzoni ‘d’annata’ e ‘più recenti’ ed è una particolarità che mi è piaciuta davvero tanto, soprattutto perché anche io ascolto molta musica e spesso faccio un miscuglio tra nuovo e vecchio e per questo mi sono sentita in sintonia sia con Clelia e il suo grammofono che con Lorenzo e le sue cuffie.
Più in basso troverete il link di Spotify per andare ad ascoltare tutte le canzoni citate all’interno del romanzo.
Tra il viale dei ricordi della mia infanzia e nuove scoperte, la mia playlist personale è decisamente lievitata!

Volevo solo sfiorare il cielo‘ è sì, un romanzo che racconta il primo amore, uno che il cuore lo spacca davvero, ma è anche un racconto di due famiglie che hanno perso molto. Nonostante le disgrazie accadute però cercano di andare avanti come possono, passo dopo passo, cercando di superare il dolore, a volte non riuscendoci.
Il ‘dolore’ è un tema molto importante perché sia Clelia che Lorenzo sono fatti di dolore, di rabbia e di sensi di colpa. Stando insieme questi devastanti sentimenti si affievoliscono, dando loro la possibilità di vivere l’estate dei loro diciotto anni come qualsiasi diciottenne dovrebbe: a fare pazzie ed innamorarsi.

Silvia Ciompi è tornata con un nuovo romanzo capace di tenere incollati alle quattrocentoundici pagine, ancora una volta.
Calime’ e Parassita burino vi entreranno dentro, facendovi partecipi del loro sentimento ed attraverso le pagine vivrete davvero intensamente la loro storia perché l’amore vero ti resta addosso per tutta la vita e, a volte, riesce anche a salvarti.
Impossibile dimenticarsi di loro.



Cose da ricordare:
° Comprare assolutamente il libro
° Ascoltare in loop la playlist del romanzo
° Tornare ad ascoltare i vinili
° Iniziare a giocare ” Se questo momento fosse una canzone, sarebbe?”
° Cercare un migliore amico come Ahmed, perché tutti ne dovremmo avere uno.


Ringrazio Silvia Ciompi, Promozione Romanzi e la Sperling & Kupfer.


Quarta di copertina: Dopo la morte della madre Emma, Clelia ha smesso di vivere. Nasconde le cicatrici sotto il trucco pesante e le magliette scure troppo lunghe, con il silenzio unico compagno delle sue giornate, da cui la musica, tanto amata da Emma, è bandita. Il giorno del suo compleanno, quando la nonna le consegna la chiave di uno scantinato che le aveva comprato la madre per allestire una web radio, Clelia all’inizio non ne vuole sapere, poi la curiosità di scoprire il suo ultimo piano ha la meglio. Ed è proprio fuori dallo scantinato, sotto il sole cocente di giugno, che conosce Lorenzo, appena arrivato all’Isola d’Elba da Roma, con i suoi ricci ribelli, la faccia da schiaffi e un sorriso arrogante. Tra i due prima è guerra aperta, poi tregua armata, infine pace che assomiglia tanto all’amore. E all’improvviso, mentre l’estate infuria e l’afa diventa sempre più opprimente, Clelia non si nasconde più e la musica torna a fare da colonna sonora ai suoi giorni. Ma la ragazza non sa che Lorenzo è in fuga da tutto, soprattutto da se stesso, e si porta dentro un terribile dolore. Una volta che i segreti di entrambi verranno svelati, la loro storia sopravvivrà ai contraccolpi della vita?


Dicono della scrittrice

Silvia Ciompi, classe 1993, vive in Toscana.
Scrive da sempre e ovunque: diari, poesie e ora romanzi. Ha esordito, prima su Wattpad e poi in libreria, con ‘Tutto il buio dei miei giorni‘, seguito da ‘Tutto il mare è nei tuoi occhi‘, facendo sognare migliaia di lettrici.
Potete trovare l’autrice sui social Facebook e Instagram.

Pubblicato in: #recensione

Recensione: Nonostante tutto, Jordi Lafebre

Proprio ora che ti ho ritrovato, vorrei tenere da parte un pezzetto della mia vita per te. Un pezzetto pieno di gabbiani, con vista sul mare.

edizione BaoPublishing

Come si può spiegare questa graphic novel?

I veri protagonisti sono, senza ombra di dubbio, i disegni di Lafebre.
Sono davvero meravigliosi e, secondo il mio parere, per poter davvero apprezzare appieno questo fumetto bisogna ‘leggerlo’ due volte: la prima volta leggendo i dialoghi e conoscendo la storia, la seconda volta solo attraverso le immagini. I disegni sono così ben fatti che non servono le parole.
Non sono un’appassionata di fumetti, ma ‘Nonostante tutto‘ mi ha subito attirata fin da quanto è entrato nella wishlist di Febbraio.
La peculiarità di questa storia è che parte dalla fine, ovvero dall’ultima lettera dell’alfabeto. Ed è proprio da quest’ultima che prende il nome il protagonista Zeno, eterno viaggiatore, studente per tutta la sua vita e libraio a tempo perso e arriva alla prima lettera dell’alfabeto grazie alla quale conosciamo anche Ana, sindaco per passione per più della metà della sua esistenza, madre e moglie assente. Ha sacrificato tutto ed ora a sessantasette anni ha deciso di prendere in mano la sua vita.
Zeno ha perso quarant’anni della sua esistenza a dimostrare la sua tesi, a detta di alcuni impossibile, consistente nel dimostrare la possibilità che il tempo possa andare all’indietro.
Insomma due persone che si rincorrono da sempre, fanno scelte discutibili, ma non se ne pentono.
Ed è proprio sulla base della tesi di Zeno che si fonda questa graphic novel.
I capitoli infatti sono numerati da 20 a 1, quindi al contrario, come se il tempo potesse davvero andare ‘all’indietro’, anche se per i nostri due protagonisti quello è il loro vero inizio.
Nel capitolo 20, a inizio storia, li vediamo in procinto di rincontrarsi dopo anni, emozionati come due ragazzini a godere della sudata pensione, finalmente insieme.
Nel capitolo 1 vediamo come è iniziata la loro storia, il loro primo rocambolesco incontro.

Con le incredibili illustrazioni di Lefebre si dirama una storia d’amore dolce amara dove attraverso il tempo due anime destinate a rincorrersi e, alla fine, raggiungersi nonostante tutto.
Trentasette anni a ritroso per poter dare loro la possibilità di vivere la loro occasione.

Amore in Nonostante tutto

Dicono dell’autore.

Jordi Lafebre è nato a Barcellona nel 1979, dove ha studiato fumetti e belle arti. Pubblica per diverse riviste spagnole, in particolare su «Mister K», in cui firma El munda de Judy con lo sceneggiatore Toni Front. Il suo incontro con lo sceneggiatore Zidrou è decisivo, e segna l’inizio di diverse collaborazioni: nel 2010 esce Lydie, nel 2014 La Mondaine e poi nel 2015 inizia la serie Un’estate fa, il cui primo volume (pubblicato nel 2019 in Italia da BAO Publishing) vince il premio Lucca Comics Award 2020, nella categoria Miglior Fumetto. In Italia, nel 2021, esce Nonostante tutto (Bao Publishing 2021).

Pubblicato in: #fantasy, #recensione, #thriller, Romanzo

Recensione: Il cerchio di pietre, Enrico Graglia

È colpa vostra. Avete smesso di credere a tutto quello che non potete toccare e state distruggendo il vostro mondo, pezzo per pezzo. Però le vostre paure sono intatte. Le avete scritte nella vostra struttura genetica, non potete strapparvele di dosso. E così ogni epoca ha i suoi mostri. E noi li incarniamo tutti.

Edito da GoWare editore, ‘Il cerchio di pietre‘ è quella storia che non ti aspetti e che credevi di non aver bisogno di leggere finché non inizi effettivamente a farlo e ti ritrovi così: catapultato dentro, insieme ai protagonisti.
É quel romanzo che salta subito agli occhi, per originalità e stile di scrittura fresco dell’autore; leggi la trama e ti incuriosisce, però non riesci a decidere: a volte noi lettori siamo dubbiosi ed è questo che ci frega. Nella testa una vocina continua a sussurrare: “Però, secondo me quel romanzo, ambientato in Italia…”
Cosa vuol dire poi dark? É un fantasy, un horror? Ma veramente è ambientato in Piemonte? Un cerchio di pietre, ad Asti?
Ti poni molte domande quando inizi a leggere Il cerchio di pietre, ma la risposta finale è una sola, che poi è una domanda: come ho fatto a non leggerlo prima? Perché mi è sfuggito?
L’idea è senza alcun dubbio geniale, sotto ogni sua forma: la trama, l’ambientazione ed i personaggi sono molto ben delineati.
Enrico Graglia, con questo romanzo d’esordio esplosivo, un po’ dark, fantasy e horror, riesce a catturare l’attenzione e a non farla perdere per tutta la durata della lettura; unico nel suo genere sotto molto aspetti, un’interessante lettura.
Accattivante – a tratti particolarmente crudo – non manca di colpi di scena. Non manca di parti piene di brivido ma, se siete appassionati del genere, ci andrete a nozze; se, invece, non siete avvezzi a questo tipo di lettura non escludo un lieve senso di spaesamento.

Lo scontro tra bene e male, le fragilità umana: temi sapientemente trattati attraverso la figura di un giovane uomo che ha appena iniziato a vivere e quella di chi, invece combatte con i propri demoni.
Graglia ha fatto sicuramente centro, con un romanzo di cui senza timore vi consiglio la lettura.

Enrico Graglia è stato così gentile da concederci una piccola intervista, rispondendo ad alcune nostre domande.

1) Come ti è venuta l’ispirazione per “Il cerchio di pietre?”

Anch’io da ragazzo andavo al fiume con gli amici, come Vincenzo, uno dei tre protagonisti del
romanzo; un giorno ho trovato un punto in cui l’acqua era più profonda e scura e ho immaginato
che qualcosa potesse nascondersi lì sotto. Ci sono voluti anni per capire di cosa potesse trattarsi, ma quella è stata la prima immagine, l’idea da cui si sarebbe poi sviluppata – in fasi successive – l’intera trama. Le fonti di ispirazione in corso d’opera sono state moltissime: dalla narrativa di Stephen King e di tanti altri autori del fantastico, agli innumerevoli film horror e di fantascienza visti, alla passione per l’Antico Egitto, all’interesse per antropologia, archeologia ed esoterismo, alla storia e alle tradizioni del Monferrato, ai viaggi in Norvegia, ai sogni, alla scrittura, alle esperienza di vita… posso dire di averci messo davvero tutto me stesso.

2) Quali sono i tuoi ‘scrittori guida’?

Due scrittori hanno influito più di ogni altro sul mio immaginario. A dieci anni ho letto “Il Signore
degli Anelli” di J.R.R. Tolkien, che mi ha indirizzato al fantastico e resta il miglior romanzo che io
abbia letto. Da adolescente, le opere di Stephen King – tutt’ora il mio autore preferito – mi hanno spinto a scrivere. Sono sempre stato un lettore onnivoro: mi piace spaziare dalla narrativa, classica e contemporanea, alla saggistica, soprattutto di argomento storico e scientifico, ai fumetti. Tra gli scrittori moderni che attualmente leggo più spesso ci sono Richard Matheson, Clive Barker, Terry Pratchett, Joe R. Lansdale, Joe Hill; tra i classici Marcel Proust, Fedor Dostoevskij, Jack London.

3) Hai altri progetti in corso?

In questo periodo sto revisionando il mio secondo romanzo, finito circa un anno fa, e proseguo la stesura del terzo; entrambi attengono alla sfera del fantastico, ma in modi molto diversi. Ho anche ricominciato a scrivere racconti.

4) Come mai hai ambientato il tuo romanzo in Italia?

Perché credo che uno scrittore debba parlare di ciò che conosce. E perché amo profondamente l’Italia in generale e il Piemonte in particolare, tra astigiano e torinese: è la mia terra ed è ricca di tradizioni, suggestioni e spunti narrativi. Il paese immaginario di Castelvecchio d’Asti, dove è ambientata gran parte del romanzo, è la trasposizione letteraria di Castiglione d’Asti – il cui caratteristico campanile compare nell’illustrazione in copertina – , che è il mio posto nel mondo.

5) Lo consideri più un dark, un fantasy o un horror?

Direi che si tratta di un romanzo di genere fantastico, in cui rientrano aspetti dark fantasy e horror, con qualche accenno fantascientifico. Ma credo non sia soltanto questo: c’è anche molto realismo, una forte connotazione territoriale, le dinamiche che legano un gruppo di ragazzi di provincia, una storia d’amore, la vita di un uomo in cerca di riscatto… più elementi, insomma, che prescindono da una classificazione di genere, a volte un po’ limitante.

6) Si nota molto quanto tu abbia studiato per la stesura di questo romanzo. Quanto hai impiegato per scriverlo?

Mi fa piacere che si noti, perché ho dedicato davvero molto tempo alla stesura del romanzo e alla ricerca che c’è dietro. In totale, le varie stesure hanno richiesto circa sette anni, dal 2011 al 2018.
Poi ci sono voluti altri due anni per trovare la casa editrice adatta e concludere il processo di pubblicazione. Nel frattempo, “Il Cerchio di Pietre” ha vinto il premio Vallavanti Rondoni 2019 per la narrativa inedita.

Ringrazio l’autore Enrico Graglia per avermi inviato l’ebook del suo romanzo e aver risposto alle mie domande.



Quarta di copertina: Vincenzo, ragazzo di provincia, fa una strana scoperta al fiume. Ne derivano sogni oscuri e vivide allucinazioni, che ostacolano la sua relazione con l’intraprendente e affascinante Lavinia e lo spingono a credere che in gioco ci sia più della propria sanità mentale. È possibile che qualcuno – o qualcosa – stia cercando di mettersi in contatto con lui? E cosa ci fa un antico e misterioso cerchio di pietre nella campagna piemontese? Ad aiutare Vincenzo, lo scrittore-guru Saverio, in cerca di riscatto da un’esistenza mediocre. I tre protagonisti di questa storia dark, che affonda le sue radici nella provincia italiana, si confronteranno con l’ignoto, causa delle nostre più grandi paure, in cui a decidere l’esito dell’eterno scontro fra Bene e Male è la fragilità stessa dell’animo umano.


Dicono dell’autore.



Enrico Graglia, nato a Torino nel 1980, non ricorda di aver trascorso un giorno della sua vita senza leggere. In casa non c’era un televisore e nel 1990 Il signore degli anelli cambiò per sempre il suo immaginario, indirizzandolo al fantastico. Al liceo scrisse i primi racconti, ispirato dalla letteratura italiana e rapito dai libri di Stephen King e Clive Barker, che rimangono tra i suoi autori preferiti. Laureato in legge, oggi vive in Piemonte, sulle colline del Monferrato. Il cerchio di pietre, vincitore del premio Vallavanti Rondoni 2019, è il suo romanzo d’esordio.

Pubblicato in: #fantascienza, #recensione

‘Elbrus’ di Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa

Finora abbiamo vissuto in una prigione senza sbarre, ingannati, creati per essere usati, diversi da tutti gli altri essere umani.
Credevamo di essere una speranza di sopravvivenza per l’intera Umanità, ma invece siamo un prodotto da laboratorio per surrogare l’Uomo nella conquista dello spazio. Il nostro tempo sulla Terra è finito. Siamo parte di qualcosa di più grande, di speciale. Qualcosa alla quale adesso sentiamo di appartenere.

A. D. 2113
Crisi climatica, economica e crisi migratoria. La colonizzazione dello spazio è un progetto fallito. L’umanità è al collasso e il pianeta sovrappopolato e con scarse risorse disponibili.
Sembra tutto perduto ma dallo spazio, quello spazio che non si è riusciti [ancora] a sfruttare, giunge una comunicazione.

E da quella comunicazione prenderà il via il romanzo.

Scritto a quattro mani da Giuseppe di Clemente, economista e Marco Capocasa, antropologo molecolare, il romanzo mette insieme l’amore condiviso dei due per la fantascienza e l’astronomia.
La passione degli autori si riflette nelle righe della storia che cambia e diventa una vera e propria fantastoria al servizio dei personaggi ben calibrati e della narrazione precisa e affascinante.

I pilastri su cui si basa questa storia alternativa sono certamente la manipolazione genetica vista come possibile soluzione alla ‘mancanza’ umana, la capacità empatica e totalizzante degli ‘altri’ in contrapposizione con le vite separate e individualistiche vissute da ‘noi’.
La risposta che i terrestri daranno alla comunicazione che arriva dallo spazio è indicativa e denuncia la corruzione dei vertici geopolitici della Terra ormai assoggettati a pochi uomini di grande potere che individuano negli scienziati il loro braccio ‘armato’.

Dietro questo troviamo una storia avvincente e un intreccio fatto di flashback e salti temporali tali da non farci mai perdere la voglia di girare pagina dopo pagina. L’ambientazione terrestre è pressoché nordica in quanto il cambiamento climatico ha fatto in modo che le persone si spostassero interamente nella fascia più vivibile del pianeta. E quindi vediamo Tallin, Oslo ed infine il Monte Elbrus in Russia. Per quanto riguarda il pianeta degli ‘altri’ le descrizioni sono più legate al modo di vivere e alla società rispetto alla location.

I personaggi primari e secondari si concatenano in una maglia che crea aspettativa e rende più interessante la trama orizzontale.

Edito da Armando Curcio Editore il romanzo, da cinque stelle di fantascienza, è consigliato a tutti gli appassionati del genere ma anche a chi si vuole avvicinare ad una storia che risvegli la passione per lo spazio e il ‘Viaggio’.

Se interessati potete anche dare un’occhiata all’ Intervista agli autori.



Quarta di copertina:

Anno Domini 2113. La Terra è al collasso. I cambiamenti climatici prodotti dal riscaldamento globale hanno
determinato nuovi equilibri geopolitici. Il sovrappopolamento e le migrazioni di massa verso i paesi “non
più freddi” sono parte di un problema più esteso: l’imminente scarsità di risorse che permettano il
sostentamento del genere umano nel prossimo futuro. L’esplorazione spaziale ha fallito nel suo obiettivo
fondamentale, la fondazione di colonie autosufficienti dove l’Uomo del futuro potesse emanciparsi. Gli
ostacoli non sono quelli dovuti alle tecnologie disponibili, ma alla natura stessa della specie umana. Ma la
soluzione è dietro l’angolo e viene da un altro sistema solare, dalle cui profondità siderali, decine di anni più
tardi, un messaggio risveglierà il Viaggiatore e con lui tutti i suoi simili.



Dicono degli autori.

Giuseppe Di Clemente nasce a Roma nel 1976. Appassionato fin da ragazzo di astronomia e fantascienza, la necessità di comprendere talune dinamiche della nostra esistenza lo porta a conseguire la laurea in
economia, il che dà un’ulteriore impronta alla sua personalità, contribuendo a una visione complessa e
contraddittoria del mondo. Nasce così il suo primo romanzo Oltre il Domani (L’Erudita – Giulio Perrone
Editore, 2019), un racconto trasversale, dove la fantascienza è genere e pretesto per interrogarsi sul futuro
degli uomini.

Marco Capocasa, antropologo molecolare, deve la sua passione per la fantascienza alle letture dei classici
di questo genere. Laureato in Scienze Biologiche e in Antropologia Culturale, successivamente ha
conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia Molecolare. Autore di decine di articoli su riviste
scientifiche internazionali, insieme a Giovanni Destro Bisol ha recentemente pubblicato due libri di
divulgazione scientifica: Italiani. Come il DNA ci aiuta a capire chi siamo (Carocci, 2016) e Intervista
impossibile al DNA. Storie di scienza e umanità (il Mulino, 2018). Elbrus è il suo esordio nella narrativa del fantastico.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: Azami, Aki Shimazaki

Anche stasera, il tuo cuscino è bagnato di lacrime.
Chi sogni? Vieni, vieni a me.
Mi chiamo Azami. Sono il fiore che culla la notte.
Piangi, piangi fra le mie braccia. L’alba è ancora lontana.

Per concludere questo romanzo bastano poche ore, si tratta di un libro di appena centotrentacinque pagine e mi sono chiesta per quale motivo non l’avessi già letto.
La trama mi aveva molto incuriosita, ma questo piccolo libricino dalla copertina primaverile è rimasto nella mia libreria per svariati mesi.
Forse aveva bisogno di tempo per trovare la strada.
Mi è capitato tra le mani durante le pulizie stagionali librose e ho deciso che era giunta l’ora di leggerlo.
Ieri è uscito il secondo romanzo Hozuki, già in wishlist, e non potevo non approfittarne.
Azami è il primo romanzo di una pentalogia – già la terza pubblicata dalla scrittrice – e racconta con capitoli veloci un pezzo della vita di Mitsuo, trentaseienne redattore di una rivista, padre e marito di famiglia che non si sente completamente appagato dalla sua vita.
Il destino vuole che l’incontro con un ex compagno di classe delle elementari gli faccia rincontrare il suo primo amore di quando aveva undici anni.
In poche pagine si snoda una storia che ti attrae e arrivi all’ultima pagina e neanche te ne accorgi.
Il senso di insoddisfazione è molto accentuato e ricorrente ed attraverso le parole della scrittrice si può percepire il dolore che i personaggi provano per diversi problemi.
Ammetto che non credevo che mi avrebbe coinvolta ed invece ne sono rimasta piacevolmente stupita. Non mi aspettavo che in così poche pagine fosse possibile racchiudere un romanzo ricco di sentimenti così profondi.


Quarta di copertina: Il trentaseienne Mitsuo Kawano si divide tra la famiglia e il lavoro di redattore in una rivista d’attualità, e per compensare l’inesistente vita sessuale con Atsuko, la madre dei suoi figli, frequenta locali a luci rosse. Un giorno incontra per caso Goro Kida, un ex compagno di classe diventato presidente dell’azienda di famiglia, che lo invita a trascorrere una serata in un lussuoso club. Lì lavora come entraîneuse la bella e misteriosa Mitsuko, un’altra ex compagna di classe, il primo amore segreto di Mitsuo, la ragazza che nel suo diario chiamava “Azami”, come il fiore del cardo. I ricordi riaffiorano e ben presto tra i due nasce una relazione in cui Mitsuo riscopre una passionalità inattesa e totalizzante. Tuttavia, l’apparente equilibrio tra la quotidianità e gli incontri furtivi è destinato a incrinarsi per mano dell’intrigante Goro Kida… Coincidenze e simbologie impreziosiscono l’evocativa scrittura dell’autrice, dalla radice dei nomi di Mitsuo e Mitsuko – che racchiude l’idea dell’appagamento, benché nessuno dei due sia soddisfatto della propria vita – al fiore del cardo, un fiore bello ma pieno di spine, emblema dell’indipendenza e della vendetta. Nelle pagine di Azami, primo romanzo di una pentalogia, Aki Shimazaki racconta di una famiglia come tante, dipingendo sentimenti intimi, rapporti lacerati vissuti nell’ombra e nella menzogna.


Aki Shimazaki è nata a Gifu, in Giappone, nel 1954, ma vive a Montréal, in Canada, dal 1991. I suoi libri sono tradotti in giapponese, inglese, serbo tedesco, russo e ungherese.
E’ autrice della pentalogia Il peso dei segreti (Feltrinelli, 2016), con cui si è aggiudicata il Prix du Gouverneur – Général nel 2005, e di un secondo ciclo composto da cinque romanzi intitolato Nel cuore di Yamato (Feltrinelli, 2018); nel 2015, con Azami (Feltrinelli, 2020) e Hozuki (Feltrinelli, 2021), ha dato inizio a un terzo ciclo intitolato All’ombra del cardo. Tra i suoi scrittori di riferimento, Marguerite Duras, Osamu Dazai e Agota Kristòf.

Pubblicato in: #fantascienza, #recensione

Recensione: ‘Sotto i soli di Gwalthur’, Mala Spina

Con ‘Sotto i soli di Gwalthur’ Mala Spina regala fantascienza “Sword and Planet con cyborg imbranati contro aliene feline, dinosauri mutanti e intelligenze artificiali egomaniache. Tra Flash Gordon, Avatar e John Carter di Marte”.

Il romanzo è diviso in capitoli narrati dal punto di vista della protagonista femminile Zorya, cacciatrice nativa di Gwalthur e altri da quello dell’agente Securforce Ben Sawyer. Sono tante le fonti di ispirazione che pervadono tutta la narrazione e a detta della stessa autrice ci sono ‘dentro’ anche film come Il pianeta ProibitoGuardiani della galassia e Avatar. Il romanzo è una grande avventura di scoperta e peripezie ed infatti, l’idea iniziale di Sotto i soli di Gwalthur è quella di un re-telling di Le avventure di Robinson Crusoe.

La definizione esatta del genere a cui appartiene Sotto i Soli di Gwalthur è il PLANETARY ROMANCE, dove Romance è inteso come Romanzo. Si tratta di storie basate sull’esplorazione e la scoperta delle meraviglie di pianeti alieni esotici e spesso primitivi.

Ma tralasciando le categorie, i generi e sottogeneri, è impossibile non amare questo bel romanzo avventuroso e divertente.
Duecentosessantacinque pagine con sedici illustrazioni sono proprio poche quando la narrazione corre al ritmo di dinosauri assatanati e inseguimenti da parte di umanoidi cacciatrici inferocite. Impossibile è anche non amare Ben Sawyer e Zorya: il primo è un umano con un braccio bionico e un chip neurale, argomento che non ama particolarmente come impareremo nel corso della lettura, mentre la seconda è una giovane cacciatrice appartenente ad una tribù autoctona del pianeta, è quasi umana se non fosse che è parzialmente ricoperta di pelo e dotata di coda.

Insomma non dobbiamo dare nulla per scontato mentre voltiamo una pagina dietro l’altra di questo avvincente romanzo, non scontato e ben architettato. La scrittura scivola via veloce e si ha l’impressione che i due protagonisti, con l’aggiunta dell’intelligenza artificiale Kowalski, siano perfettamente costruiti e fatti per essere letti da noi.
Un plauso anche alla ‘questione femminile’ che pervade il romanzo, la nostra Zorya vuole evadere dalle costrittive leggi della sua tribù e si arma di coraggio e forza nel distaccarsi da tutto quello che conosce per seguire il suo sogno e la sua volontà nonostante le enormi difficoltà a cui andrà incontro.
Troverà sul suo cammino Ben Sawyer, anche lui un uomo costretto, un soldato addestrato che ha dimenticato chi è a causa del chip neurale che gli hanno impiantato quelli della potentissima Corporazione e solo grazie ad un caso fortuito recupera parzialmente la sua libertà di pensiero.
La loro diversità parrebbe insormontabile ma di fronte alle difficoltà trovano la loro strada anche se fatta di difficoltà e coraggiose azioni, combattimenti e incomprensioni che spesso virano in gag ironiche.
L’intelligenza artificiale e il confronto tra il cyber e il reale, materico mondo è trattato con grande capacità narrativa, inoltre la tensione tra i due protagonisti è ben costruita e mai scontata.
Adatto a chiunque ami la fantascienza ma anche a chi non predilige il genere, per la sua godibilità può piacere anche alla fascia definibile YA. Qualche ora di intrattenimento puro e di buon livello sono assicurati con questo romanzo edito da Plesio.
Sarebbe davvero bellissimo se l’autrice tornasse a raccontare ancora altri accadimenti sotto i soli del pianeta Gwalthur.

Quarta di copertina: Zorya è un’intrepida cacciatrice dall’aspetto ferino, nata in un mondo primitivo e condannata dalle legge tribali della sua gente. Ben Sawyer è un agente al servizio di una delle più potenti corporazioni della galassia civilizzata, costretto a un atterraggio di fortuna. Le loro strade si incrociano nelle selvagge foreste di Gwalthur, infestate da bestie simili a dinosauri. I due presto scoprono che il pianeta nasconde segreti di un’antica colonizzazione, e un dio-macchina dormiente in attesa di risvegliarsi. Inizia così la loro fuga, inseguiti da cacciatori feroci e macchine assassine, per riuscire a salvarsi sotto i soli di Gwalthur

Dicono dell’autrice.

Mala Spina è lo pseudonimo di una scrittrice toscana appassionata di narrativa del fantastico e collezionista di fumetti. Lavora nel campo dell’editoria, illustrazione digitale e web design.
Scrive storie Fantasy, Steampunk e Horror. Ha pubblicato in proprio l’urban fantasy “Victorian Horror Story”, la black comedy horror “Il Mangiapeccati” e la serie fantasy-sword and sorcery “Altro Evo”.
Ha pubblicato racconti brevi in varie antologie: “L’oro dell’uomo nero” in Zappa e Spada per Acheron Books. “Testa di santo” in Eroica per Watson Edizioni. “Quattro regole di sopravvivenza agli zombie” in Zomb! Saga per Dunwich Edizioni. “Ultimo treno per Uomo Morto” in N di menare per Lethal Books.
Sito Internet: www.AltroEvo.com

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Recensione: Follia, Patrick McGrath

«Già, l’amore» dissi. «Parliamo di questo sentimento che non riuscivi a dominare. Come lo descriveresti?».
Qui Stella fece un’altra pausa. Poi, con voce stanca, riprese: «Se non lo sai non posso spiegartelo».
«Allora non si può definire? Non se ne può parlare? È una cosa che nasce, che non si può ignorare, che distrugge la vita delle persone. Ma non possiamo dire nient’altro. Esiste, e basta».
«Queste sono parole, Peter» mormorò Stella.

Perchè?
Durante la lettura di “Follia” mi sono fatta questa domanda più e più volte, senza riuscire a trovare davvero una risposta. Mi sono anche domandata se io potrei mai cadere in un amore del genere – così ossessivo, autodistruttivo e malato – all’apparenza di punto in bianco.
Perché si precipita in questa spirale?
Ci sono persone predisposte o forse è solo la noia a spingere la mente umana a cedere?
Perché la psiche ceda effettivamente a questo tipo di ossessioni è una domanda che molti si sono posti e hanno studiato a fondo la cosa e forse, non mi sono informata al riguardo, non hanno ancora trovato una vera e propria risposta.
La mente umana è “famosa” per essere solita arrendersi a dei colpi di testa (ehm), le pagine di cronaca ne sono piene!
Ma cosa scatta? E perché scatta?
Ansia.
Un altro sentimento che mi viene in mente per tentare di spiegarvi cosa ho provato leggendo questo romanzo. Subito dopo seguono le parole: cupo, amaro, spietato.
E badate bene, in questo contesto specifico non le considero proprio parole negative.
La prima volta che ho sentito parlare di “Follia” stavo passeggiando con una mia amica, in una finta giornata primaverile e Shirin con passione mi ha raccontato la trama e mi ha molto incuriosita, anche se non ero certa di volerlo leggere: qualcosa non mi convinceva.
Tempo una settimana ed il libro era tra le mie mani pronto per essere letto.
Non so ancora dirvi in che senso, se positivo o negativo, ma la prima impressione che ho avuto leggendo i primi capitoli è stata: “Accidenti, ma sei sicura di cosa stai leggendo?”
Non posso dire che sia un brutto libro perché non sarei sincera: non è scritto male, anzi il ritmo è incalzante e vuoi capire che cosa succede, o almeno speri che alla fine qualcuno te lo spieghi.
La lettura ti prende e ti tiene incatenato al racconto pacato, a tratti compassionevole, di Peter Cleave, lo psichiatra che si ritrova ad avere in cura questi due amanti sfortunati.
Un po’ di amaro in bocca me lo ha lasciato.
La trama è ben strutturata, i personaggi sono molto ben caratterizzati – soprattutto Stella – ed alla fine, come descritto nella copertina bisognerà fare una scelta e decidere se la “follia” che caratterizza tutto il romanzo è solo nell’amore vissuto da Edgar e Stella o se è anche in Peter.
A mio parere è solamente nell’amore – sarebbe meglio dire nell’ossessione perché quello che i due provano l’uno per l’altra, per me, non è amore – dei due protagonisti.
Per concludere, lo consiglio perché come romanzo mi è piaciuto ed è un’ottima lettura.
Un viaggio nella testa, nella psiche può essere davvero affascinante, ma anche agghiacciante. Questo romanzo fa anche ragionare e domandare: potrebbe mai capitare a me? E se capitasse, sarei in grado di uscirne?
Un romanzo che fa riflettere sulle proprie debolezze e sulle proprie forze.

Da questo libro è stato tratto anche un film del 2005 “Asylum” diretto da David Mackenzie che non ho ancora visto, ma rimedierò al più presto.


Quarta di copertina: Una grande storia di amore e morte e della perversione dell’occhio clinico che la osserva. Dall’interno di un tetro manicomio criminale vittoriano uno psichiatra comincia a esporre il caso clinico più perturbante della sua carriera: la passione tra Stella Raphael, moglie di un altro psichiatra, e Edgar Stark, artista detenuto per uxoricidio. Alla fine del libro ci si troverà a decidere se la “follia” che percorre il libro è solo nell’amour fou vissuto dai protagonisti o anche nell’occhio clinico che ce lo racconta.

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Dicono dell’autore

Patrick McGrath, scrittore inglese, è nato a Londra nel 1950. Il padre lavorava come psichiatra nel manicomio criminale di Broadmoor, dove il giovane Patrick passa gran parte della propria infanzia.
A 21 anni si è trasferito in Canada dove ha lavorato nell’ospedale di Oakridge. Non ha perciò seguito la strada del padre e non si è laureato in psichiatria; la sua irrequietezza lo ha portato altrove, alla scrittura, ed ha immediatamente conquistato i lettori con la trama originale e coinvolgente di Follia, con oltre 500 mila copie vendute, e un successo che dura nel tempo. Tra gli altri suoi libri si ricorda: Racconti di follia (La Nave di Teseo, 2020).
Dai suoi romanzi sono stati tratti i film The Grotesque (1995), di John-Paul Davidson, Spider (2002), di David Cronenberg e Asylum, di David Mackenzie nel 2005.

Recensione a cura di Rossella Zampieri