Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Un raggio di buio, Ethan Hawke – RECENSIONE

L’ultimo romanzo di Ethan Hawke, A Bright Ray of Darkness – Un raggio di buio (SUR, 2022) parla della complessità di una persona che fa i conti con se stesso, in tutte quelle parti che sono spesso contraddittorie e, se vogliamo, anche antipatiche.
I precedenti lavori autorali erano meno personali forse, di certo io li avevo apprezzati moltissimo. Questo però è diverso, più difficile.
Il narratore e protagonista è un attore, padre, marito, fedifrago e aspirante vero artista. L’alter ego di Hawke si chiama William Harding e non cerca solo di lavorare come attore, ma di creare opere che siano artisticamente significative.

Solo perché soffri, non vuol dire che si sia qualcosa che non va.

Incontriamo William a Broadway alle prese con una produzione teatrale shakespeariana, l’importante e ambizioso Enrico IV (lui interpreta Hotspur), di un acclamato regista e che può contare su un cast eccezionale. La star di Hollywood deve mettersi alla prova come attore di teatro: può reggere il confronto in una compagnia teatrale di livello? Può rendere giustizia al Bardo e può irretire le orecchie e gli occhi di Broadway? 


Preferiremmo andare in rovina piuttosto che mutare
Morire piuttosto nella nostra paura
Che salire sulla croce di ogni giorno
E lasciar morire le nostre illusioni.
(W.H. Auden, L’età dell’ansia)


Lotta per lasciarsi alle spalle una vita di pettegolezzi scandalistici, paparazzate e glamour hollywoodiano, per dimostrarsi un attore degno e serio.

Guardalo l’amore che muore: quello sì che è una pallottola che sfonda i carri armati. Quando i bambini da portare a scuola, le lavatrici da stendere e i piatti da lavare piovono sulle braci del tuo matrimonio come una pisciata su un falò all’alba. E l’unica cosa che ti resta è tanto di quel fumo che ti pare di soffocare. A quel punto il cuore ti smette di battere. E se ti succede a trentadue anni, mi spiace per te.


Purtroppo viene ributtato incessantemente di fronte al suo passato a causa dei problemi irrisolti con la sua amata, e ormai quasi ex, moglie famosa che però ha tradito. La paternità è l’unica cosa stabile nella sua vita, anche l’unica che sembra venirgli bene spontaneamente. 

Ovviamente risulta un romanzo autobiografico. È difficile non solo dimenticare che l’autore è un pluri-candidato all’Oscar e un artista straordinario sul palco, sullo schermo e in televisione. È anche difficile non pensare al passato similare dell’attore-autore. 
Bisogna operare uno sforzo e cancellare queste nozioni, per arrivare al netto del libro. Un romanzo su un uomo, un attore, alle prese con le difficoltà della vita.

Il tempo, da solo, non guarisce proprio niente. Il tempo può far dimenticare: ma non raddrizza le cose semplicemente passando. Bisogna tornare alla fonte e riparare quello che si è rotto.

William non risulta piacevole: è difficile simpatizzare con lui perché sembra sbagliare in continuazione e va a cacciarsi in situazioni pericolose, misogine, sicuramente malsane e certamente ammantate di vanità. Ma un personaggio non deve essere simpatico, e nemmeno per forza un eroe senza macchia per attirare i lettori. 

Per la mia testardaggine e la mia stupida presunzione, mi puoi perdonare?


Inutile dire che leggendo continuavo a sperare che William potesse cambiare drasticamente. Smettere di fumare, bere e cercare la condiscendenza…per cominciare.
Ma no: è un po’ ipocrita, un po’ imbroglione e anche un essere umano consapevole dei propri errori ma che forse tenta troppo poco per cambiare se stesso. 
È solo sul palco che sembra sentirsi vivo e vibrante. Questa è una triste verità per un attore: è più a suo agio nell’essere qualcun altro che non se stesso. Certamente cerca e ottiene consigli non richiesti da una sfilza di persone. A volte, si droga o beve alcol come se fosse acqua. O regala un cucciolo ai figli…
William Harding è sempre in attesa di qualcosa. 
Il romanzo ci ricorda di smettere di aspettare e di iniziare a fare. 

Non ti far ingannare, non c’è niente di più emozionante di ciò che è. Il prossimo istante non sarà più speciale di questo che stiamo vivendo. Proprio questo qui. Tutti i momenti della nostra vita sono indistruttibili. Capisci? “Essere o non essere” non vuol dire ammazzarsi o meno, significa porsi la domanda: Hai intenzione di essere sveglio e presente rispetto alla tua vita? Lo capisci che l’oggi non è un ponte verso un altro posto?

Scommetto che molti lettori prenderanno Un raggio di buio e penseranno: “oh, proprio quello di cui abbiamo bisogno: un altro attore riccone bianco e privilegiato che si lamenta delle carenze del suo mondo”. Anche a me è successo in alcune parti, lo ammetto.
Ma poi ho anche pensato che solo perché la posizione di qualcuno è elitaria, diversa o privilegiata non significa automaticamente che possiamo etichettarla come irrilevante. E poi Hawke ci racconta i retroscena di una produzione teatrale e raggiunge momenti di amore per la drammaturgia che sono evidenti pezzi di verità.

Se provi e riprovi il discorso di Amleto di fronte agli attori, se lo provi mille volte, quando arriva il momento quel discorso lo reciti bene. Se non lo provi abbastanza, no. La sorte è quello che resta dopo la pianificazione

Tutti vorremmo che le nostre vite rappresentassero qualcosa di profondo e vero ma, dentro nel profondo, siamo tutti un grande casino. 
Siamo tutti delusi e deludenti, un raggio di buio. Va bene…purché lo sappiamo e possiamo andare oltre. 
E anche questo romanzo, scritto in maniera davvero egregia, ci aiuta ad andare oltre.

Vivi e ama la tua miseria


E ditemi se è poco.



Quarta di copertina: William è un giovane attore di talento che ha raggiunto il successo a Hollywood e ha davanti una nuova sfida: debuttare a Broadway nell’Enrico IV di Shakespeare. Ma alla vigilia dell’inizio delle prove una sua scappatella finisce su tutti i giornali e i siti di gossip: William dovrà gestire una seria crisi familiare insieme alle dinamiche di gruppo all’interno della compagnia teatrale, in vista di una delle performance più importanti della sua carriera. Un romanzo autobiografico e corale che racconta la tensione fra vita privata e immagine pubblica, e alla possibile disumanità della fama e del successo contrappone la potenza della creazione artistica.


Chi è Ethan Hawke?

Ethan Hawke nasce ad Austin, in Texas, il 6 novembre del 1970. I suoi genitori, James Steven e Leslie Carole, decidono di trasferirsi in New Jersey poco tempo dopo e in breve arrivano alla separazione. La madre parte per la Romania, dove è tuttora impegnata in attività di volontariato e sostegno alla popolazione locale. Ethan, invece, rimane negli USA, col padre e il fratello, e già al liceo sceglie di studiare recitazione presso il McCarter Theater di Princeton, prima, e poi in Inghilterra e a Pittsburgh. Attore, sceneggiatore, scrittore e regista statunitense, Ethan Hawke inizia a recitare da adolescente, percorrendo una carriera che l’ha portato a divenire, negli anni ’90, una star a tutti gli effetti. Tra personaggi complessi e delicati, la sua formazione teatrale è stata valida alleata per mettere in risalto tutte le sue capacità, fino al raggiungimento del ‘prestigio’ e del rispetto di cui gode oggi, da parte di tutto il panorama Hollywoodiano.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

La verità sul caso Harry Quebert,  Joël Dicker – RECENSIONE

«Vorrei insegnarti la scrittura, Marcus, non perché tu possa imparare a scrivere, ma affinché tu possa diventare uno scrittore. Scrivere romanzi non è una cosa da niente: tutti sanno scrivere, ma non tutti sono scrittori.»
«E come si fa a sapere di essere uno scrittore, Harry?»
«Nessuno sa di essere uno scrittore, Marcus. Glielo dicono gli altri»

Non ho mai letto niente di quest’autore e la santa biblioteca è riuscita a farmi avere il libro in questione in tempi brevi. Sinceramente è stata un’attesa lunga (anche se è durata solo un giorno, alla fin fine) perché ero in fermento: volevo leggere al più presto il romanzo. Anche in vista del Salone del libro di Torino dove sarà presente Dicker…

Avete presente quel prurito alle mani che vi assale quando desiderate di avere quel determinato libro a tutti i costi nelle vostre grinfie? Ecco, immaginate il mio disagio.
Ho raccolto informazioni sul romanzo ‘La verità sul caso Harry Quebert‘, edito da Bompiani, in occasione dell’uscita, a fine maggio, del sequel.
Dopo averne parlato qui alla fine della fiera ero curiosa come un gatto.
Non potevo non leggerlo. Le 776 pagine non mi spaventavano e la fama di questo romanzo lo precedeva.
Piccolo riassunto: il secondo romanzo di Dicker (il primo è Gli ultimi giorni dei nostri padri) riscuote un grande successo, tradotto in 33 paesi ed in poco tempo scala le classifiche di vendita, posizionandosi al primo posto per parecchie settimane. Pare ci siano dei riferimenti a Philip Roth, Vladimir Nabokov e alla serie tv ‘I segreti di Twins Peaks’
Viene fuori anche una serie tv e dopo dieci anni dalla pubblicazione esce il seguito del fortunato romanzo. Pazzesco, non trovate?
Inutile dire che le aspettative crescono e anche di tanto.
All’inizio le aspettative erano talmente alte che credevo che mi avrebbe inevitabilmente delusa.
Avevo sentito parecchi pareri discordanti ed ero confusa: ha vinto premi ed è stata adattata una miniserie televisiva… non poteva essere così scontato.
Insomma, è decisamente nell’olimpo dedicato ai bestseller di qualità!
Ho iniziato a leggere e subito la storia mi ha preso, trascinandomi nella torbida Aurora, tranquilla cittadina completamente scossa dall’arrivo di un grande scrittore appena trentaquattrenne che scrive il romanzo più importante di tutta la sua vita seduto al tavolo numero 17 di una tavola calda, il Clark’s Diner, nell’estate del 1975. Conosce Nola Kellergan, quindicenne dai lunghi boccoli dorati e dagli occhi verdi, che gli farà capire cosa significa amare e lo aiuterà a concludere il suo romanzo.

Ora, tutto quello che di positivo dicono del romanzo, per quanto mi riguarda, è pura verità: la lettura è famelica, quasi ossessiva oserei dire. Non si riesce a mettere giù il libro fino a quando non si arriva alla fine della storia. E direi che l’intento di Dicker è riuscito, alla grande.
Il ritmo del romanzo è incalzante, la scrittura scorrevole si fa leggere che è una meraviglia. Il romanzo è numerato al contrario: si parte dal capitolo 31 fino ad arrivare al capitolo 1, come se fosse un conto alla rovescia.
Ogni capitolo ha una piccola guida di consigli al suo interno su come scrivere un romanzo di successo. In questo particolare caso è Harry Quebert, insegnante di Marcus a guidarlo attraverso questi trentuno consigli in un botta e risposta illuminante.
Le settecentosettantasei pagine, di cui ammetto le prime duecento sono un po’ da superare per poter far ingranare la lettura, ti tengono con il fiato sospeso fino a che non si scopre chi è davvero l’assassino. Vi assicuro che di ipotesi ne ho fatte parecchie, ma alla fine non sono arrivata ad indovinare.
Un romanzo accattivante, scritto in modo impeccabile e per nulla scontato: l’intreccio delle storie dei personaggi è intricato ed affascinate e non si perde il filo del discorso, come può capitare quando il romanzo ha molti protagonisti.
La madre del protagonista Marcus Goldman meriterebbe davvero un premio ‘come miglior personaggio secondario‘ perché è davvero esilarante e con i suoi dialoghi stempera un po’ quell’atmosfera da thriller poliziesco.
Io sono nella categoria di chi ha divorato il romanzo perché mi è piaciuto davvero tanto e sono un po’ preoccupata ora del seguito. Sarà all’altezza del primo o no?
Dovrò leggerlo (spero divorarlo) per scoprirlo!

recensione a cura di Rossella Zampieri

Chi è Joël Dicker?

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani, 2015), ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

La biblioteca delle ultime possibilità, Freya Sampson – recensione

Le biblioteche sono luoghi in cui un bambino di otto anni può scoprire per la prima volta le meraviglie del mondo, in cui un’ottantenne sola può trovare un contatto umano imprescindibile. In cui un’adolescente può ritagliarsi un prezioso angolino di quiete per fare i compiti, e un’immigrata che è da poco nel paese può inserirsi in una nuova comunità. Le biblioteche sono luoghi in cui tutti, ricchi e poveri, di qualunque provenienza, possono sentirsi al sicuro. E possono avere accesso a informazioni in grado di renderli più consapevoli di loro stessi.

La biblioteca delle ultime possibilità‘ racconta soprattutto l’amore per le biblioteche e quello che rappresentano per molte persone. Io per prima ho dei meravigliosi ricordi di quando mia mamma mi accompagnava in biblioteca e ci passavo interi pomeriggi. Ho potuto leggere alcuni testi che negli anni sarebbero diventati i miei preferiti.
Conservo con cura la mia tessera della biblioteca anche se ormai, con la nuova tecnologia, non serve più.
Ecco, cosa si respira all’interno di questo libro: il piacere di avere un posto sicuro dove rifugiarsi e sentirsi a casa, come a casa propria.

June Jones è un’assistente bibliotecaria di 28 anni, lavora nella stessa biblioteca di quartiere dove sua madre l’ha portata da bambina mentre lavorava lì come bibliotecaria. La Chalcot Library è una casa per June quanto quella che condivideva con sua madre, morta di cancro tre anni prima.
June è ancora avvolta dalla nuvola del dolore mentre si muove lentamente attraverso le routine della vita. Si sveglia, mangia, si reca in biblioteca, torna a casa, mangia, legge, dorme e di nuovo da capo il giorno seguente. 
Chi la circonda cerca di incoraggiarla ad andare avanti con la propria vita e ad uscire di più, ma June pensa di stare bene così com’è.

Fino a quando, ovviamente, le cose cambiano quando il consiglio (ovvero il governo nel Regno Unito) annuncerà tagli al budget e la necessità di chiudere sei biblioteche. Naturalmente, Chalcot, la biblioteca di June è una delle sei. Viene convocato un incontro in cui la comunità inizia a radunarsi e i clienti abituali della biblioteca, un meraviglioso cast eclettico di personaggi, giovani e meno giovani, guidano la ‘resistenza’. June è riluttante a partecipare alle proteste ma quando pensa ai clienti abituali individualmente e ai motivi per cui ciascuno si reca in biblioteca, lei inclusa, si rende conto del motivo per cui devono salvarla. Comincia ad arrabbiarsi per la decisione sconsiderata e mercenaria del consiglio.

La biblioteca delle ultime possibilità non è solo la storia di come la comunità di una piccola biblioteca combatte per cercare di salvarla, o anche il viaggio di June per trovare la sua voce e fiducia, ma come ogni utente è supportato dall’assistenza e dalla gentilezza del personale della biblioteca, e l’un l’altro. La comunità si riunisce e scopre che la loro biblioteca non è solo un edificio con libri, ma offre molto di più. E la soluzione migliore si trova coinvolgendo tutti…


Un romanzo pieno di dolcezza e di amicizia, di ribellione e determinazione, ma è anche ricco di citazioni. I riferimenti letterari provengono dalla narrativa contemporanea e dai classici di tutti i generi e completano magnificamente la storia.
Difficile non trovare tra i tanti romanzi citati almeno quattro o cinque che sono già nel personale scaffale di Goodreads tra i letti e riletti.
I personaggi sono ben caratterizzati (alcuni tra i personaggi secondari sono meravigliosi) e le 288 pagine scivolano via in fretta. Alla fine vorrete andare in una biblioteca e rimanerci per un po’ ad ascoltare il sussurro dei libri.
I libri sono un rifugio sicuro dove la mente può estraniarsi e proteggersi e chi ama leggere sa perfettamente di cosa sto parlando.
In relazione a quanto detto, degna di nota è anche la genesi del libro,  Sampson scrive che la sua speranza è che alle persone venga “ricordato quanto siano importanti le nostre biblioteche: un rifugio per alcuni, un’ancora di salvezza per il mondo per altri e un luogo di libri e compagnia per tutti noi”.
Forse non una trama eccessivamente ambiziosa, quindi, ma una storia genuina, sentita e commovente che inviterà dolcemente i suoi lettori ad accocolarsi nella semplice magia delle sue pagine.


Si era resa conto che il personaggio di un romanzo non avrebbe mai potuto ferirla come sapevano fare gli essere umani.

Quarta di copertina: June Jones, timida bibliotecaria trentenne, non ha mai lasciato il sonnolento villaggio inglese in cui è cresciuta. Solitaria e riservata, preferisce trascorrere il tempo sepolta nei libri piuttosto che avventurarsi nel mondo, e si chiude sempre di più in se stessa e nei ricordi, sopravvivendo con cibo da asporto cinese e rileggendo i suoi libri preferiti a casa. A un certo punto, però, il consiglio comunale annuncia di voler chiudere la biblioteca dove June lavora e lei è costretta a uscire da dietro gli scaffali e trovare il coraggio necessario per salvare il proprio lavoro, il cuore della comunità e il luogo che custodisce i ricordi più cari di sua madre. Un gruppo di eccentrici ma devoti frequentatori della biblioteca decide di portare avanti una campagna, “Friends of Chalcot Library”, per impedirne la chiusura e June, sostenendo la stessa causa, si apre ad altre persone per la prima volta da quando sua madre è morta e scopre cosa vuol dire avere degli amici. Incontra inoltre Alex Chen, un vecchio compagno di scuola diventato avvocato, che è tornato in città per prendersi cura del padre malato, ed è disposto a dare una mano. I sentimenti di Alex per June sono evidenti a tutti tranne che a lei, ma la vita riserva sempre delle sorprese e, per salvare il luogo e i libri che significano così tanto, June dovrà finalmente imparare a fidarsi degli altri. Per una volta, è determinata a non cadere senza lottare. E forse, combattendo per la sua amata biblioteca, potrà salvare anche se stessa.

La biblioteca è molto di più di un contenitore di libri. Le biblioteche sono come una rete, pronta a salvare quelli di noi che rischiano di essere abbandonati a se stessi.


Chi è Freya Sampson?

Freya Sampson è l’autrice di due romanzi, The Last Chance Library e The Lost Ticket/The Girl on the 88 Bus. Ha lavorato in TV come produttrice esecutiva e i suoi crediti includono due serie di documentari per la BBC sulla famiglia reale britannica e una serie di serie di fatti e di intrattenimento.
Ha studiato Storia all’Università di Cambridge e nel 2018 è stata selezionata per l’Exeter Novel Prize.
Vive a Londra con il marito, due bambini piccoli e un gatto antisociale.

Pubblicato in: #mistery, #recensione, #thriller, Narrativa contemporanea, Romanzo

Nulla ti cancella, Michel Bussi – RECENSIONE

2010: Maddi Libèri è un medico generico e vive a Saint-Jean-de-Luz, ha una vita piena con Esteban, suo figlio di 10 anni. Un giorno d’estate lo lascia solo sulla spiaggia, una piccola abitudine per rendere più autonomo il bambino, qualche minuto e sarebbe tornato dopo aver preso il pane in panetteria. Ma l’abitudine non è sempre una buona amica e l’amatissimo figlio scompare.
Dieci anni dopo Maddi ha ricostruito la sua vita in Normandia ma torna sulla spiaggia di Saint-Jean-de-Luz in una sorta di personale pellegrinaggio.
Sulla spiaggia c’è un bambino. Uguale il costume da bagno, identica altezza, stessa corporatura, medesimo colore di capelli. Si avvicina. Il tempo si blocca. È Esteban, o il suo gemello perfetto. Maddi viene colta immediatamente da una vera ossessione, sapere chi è questo bambino. Si chiama Tom, vive a Murol in Auvergne. Lo segue al più presto. Decide di stabilirsi nella regione dei vulcani e comincia a seguire il piccolo. Più Maddi spia Tom, più le somiglianze con Esteban sembrano inspiegabili: sono identiche anche le passioni e le paure. Non ha senso. Oppure sì?
Fino a che punto Maddi sarà disposta a spingersi per scoprire la verità e salvare suo figlio (o questo bambino che gli somiglia così tanto)? 
Quello che quasi subito si rende palese è che Tom è in pericolo. E pare che solo lei possa proteggerlo.


Quando ci presentiamo sulla terra non cadiamo dal cielo, non veniamo lasciati da una cicogna. Siamo attesi, siamo accolti, e appena apriamo gli occhi abbiamo bisogno di un milione di punti di riferimento che ci guidino, una voce, un odore, una coperta calda […]
Non saremo mai altro che il risultato delle migliaia di tracce in cui ci imbatteremo, di migliaia di sassolini bianchi che altri hanno seminato sul nostro percorso. Li raccoglieremo o non li raccoglieremo. Chiunque lascia sassolini bianchi quando passa sulla terra, chiunque. Puoi chiamarla o non chiamarla reincarnazione.

L’intero romanzo è costruito attorno alla potenziale reincarnazione del giovane Esteban. Più la trama va avanti, più gli elementi portano a crederci. Il lato razionale spinge a cercare indizi per contrastare questa possibilità. Si inizia a svolgere una vera e propria indagine parallelamente a quelle che avvengono nel romanzo. 

«Ed è serio, questo professor Stevenson?
Voglio dire, è uno scienziato, ha un laboratorio? Cioè, sono chiacchiere o gli si può credere?».

«Che intendi con “gli si può credere”?».
«Be’, a quello che dice. Le testimonianze sono vere o no?».
«Cos’è secondo te che permette di stabilire se una cosa sia vera o no?».
«Non… non lo so… Immagino che se la maggior parte della gente pensa una cosa questa debba essere più vera che falsa».

Michel Bussi ci propone una storia ricca di colpi di scena. La trama di partenza poteva sembrare facile, una madre che perde il figlio e cerca di riempire il suo vuoto avvicinandosi al figlio di un altro. Tuttavia, l’autore ci proporrà una storia sorprendente ed enigmatica, flirtando dolcemente con il soprannaturale. Gioca con i nostri nervi fino alla fine mantenendo la suspense fino all’ultima pagina. Tutti i pezzi del puzzle andranno a posto a poco a poco per offrirci non un colpo di scena finale, ma un totale capovolgimento della situazione.  
Bussi al 100%: mistico, talvolta irrazionale, avvincente e profondamente psicologico. Tutto è creato per renderci dipendenti e mandarci dritti contro il muro dell’intrigo.
Si aggiunge a questo un’ambientazione scelta con occhio clinico e splendidamente descritta ed il lettore è preso nella tela. I personaggi sono strutturati bene anche se talvolta non troppo approfonditi, alcuni di essi avrebbero meritato un maggiore spazio, forse il fatto che il libro sia già piuttosto voluminoso ha influito su questa scelta.
Un romanzo avvincente con una costruzione impeccabile e una scrittura raffinata.
Il finale è perfetto, ricercato e impossibile da anticipare, ma forse un po’ troppo “grande” per convincere completamente. Nonostante questo, Niente ti cancella è un romanzo pazzesco che non si riesce a mettere giù fino a quando non è finito e che non può mancare nella nostra libreria. 


Quarta di copertina: Una mattina di giugno del 2010 Esteban, di dieci anni, scompare sulla spiaggia basca di Saint-Jean-de-Luz. Nessuno sa niente, nessuno ha visto niente. Dopo le infruttuose ricerche della polizia locale la dottoressa Maddi Libéri, madre di Esteban, lascia il Paese basco e va a rifarsi una vita in Normandia. Torna a Saint-Jean-de-Luz dieci anni dopo, quasi in pellegrinaggio, e sulla stessa spiaggia vede un bambino di dieci anni che è la copia identica di Esteban, indossa lo stesso costume, ha addirittura una voglia nello stesso punto della pelle in cui l’aveva Esteban. Si apposta, lo spia, riesce a scoprire che il bambino si chiama Tom e vive con la madre a Murol, un paesino dell’Alvernia, antica zona vulcanica al centro della Francia. Colpita dalla straordinaria rassomiglianza e dalle incredibili coincidenze, Maddi si trasferisce a Murol, dove apre uno studio medico e segue da vicino Tom, scoprendo presto che corre un grosso pericolo. Vuole salvarlo, ma l’interesse che mostra per un bambino non suo suscita sospetti in paese. Nel frattempo le coincidenze si moltiplicano. Tom sembra la reincarnazione di Esteban, concetto inaccettabile per la mente scientifica della dottoressa Libéri e allo stesso tempo barlume di speranza per la madre inconsolabile. La ricerca della verità di Maddi segue un percorso parallelo di scientificità e irrazionalità, e a complicare le cose contribuiscono due misteriosi omicidi.


Chi é Michel Bussi?

Autore francese di gialli più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Tra le sue pubblicazioni per E/O figurano: Tempo assassino (2017), Mai dimenticare (2017), La doppia madre (2018), Il quaderno rosso (2018), La follia mazzarino (2019), Usciti di Senna (2020), la saga distopica N.E.O La caduta del sole di ferro (2020) e Tutto ciò che è sulla terra morirà (2021).

Pubblicato in: #mistery, #recensione, #thriller, Romanzo, storico

Pandora, Susan Stokes-Chapman – RECENSIONE


Una storia ambientata nell’Inghilterra georgiana, siamo nel 1799, combina elementi della mitologia greca con personali tradimenti, inganni e una diffusa avidità. Una storia piena di suspense e intrighi che viviamo come avvincente e appassionante, mentre facciamo un viaggio nell’affascinante mondo dell’antiquariato.
Sul sito ufficiale dell’autrice scopriamo quale sia stata l’ispirazione iniziale per questo romanzo: l’affondamento, avvenuto nel 1798, dell’HMS Colossus, vascello che trasportava gran parte della preziosa collezione di reperti archeologici greci del diplomatico William Hamilton. 

La protagonista Pandora/Dora vive con suo zio Hezekiah in un negozio di antiquariato in pessime condizioni che un tempo era di proprietà dei suoi genitori. Tuttavia, nel corso degli anni, Dora ha scoperto molto poco sulla morte dei suoi genitori, tranne il fatto che sono morti improvvisamente in seguito a un incidente in un sito archeologico, lasciando molte domande senza risposta.

Dopo aver terminato la scuola, Dora concentra le sue ambizioni nel design di gioielli, ma nel suo intimo sogna ancora di poter far tornare il negozio dei suoi genitori agli antichi fasti; quando un vaso decorato arriva al negozio, il suo interesse viene immediatamente stuzzicato. Non solo perché questo tesoro è un oggetto di indubbia bellezza e sicuramente misterioso, ma anche perché da esso è in grado di trarre ispirazione per la sua gamma di gioielli. Il suo interesse prenderà una direzione diversa quando verranno alla luce il valore storico e l’alone di mistero quasi mistico attribuiti a questo pezzo archeologico. Il vaso di Pandora?

Nel frattempo, Edward Lawrence entra nella sua vita attraverso un intermediario e così i loro mondi s’ incontrano e scontrano. Li seguiremo in un viaggio di scoperta interpersonale ma anche di rivelazione di una pericolosa rete di frodi e inganni dove Dora dovrà affrontare realtà che forse non è ancora pronta ad accettare.

Sicuramente un bel libro da leggere senza troppe pretese, narrativa storica con una sana spolverata di mitologia: una storia per tutti con il punto forte di una trama e un’ambientazione davvero interessanti e che mescolano archeologia, mistero e una ricca dose di fantasia. I personaggi principali (a parte lo zio che pare davvero un cattivo da cartone animato) sono tratteggiati con garbo e ci sono abbastanza intrighi e narrazione per mantenere il lettore interessato fino alla fine. 
Risulta un po’ prolisso in alcune parti, soprattutto inizialmente per poi accelerare troppo verso la fine. Qualche pecca la possiamo perdonare contando che si tratta di un romanzo di esordio di una così promettente autrice.


Autore: Susan Stokes-Chapman
Editore: Neri Pozza
In commercio dal: 27 gennaio 2022
Pagine: 352 p., Brossura
EAN: 9788854522756

Londra, 1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato? Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.


Chi è Susan Stokes – Chapman?


Susan Stokes-Chapman (1985) è cresciuta a Lichfield, Staffordshire, ha studiato per quattro anni alla Aberystwyth University, laureandosi con un BA in Educazione e Letteratura Inglese e un MA in Scrittura Creativa. Lavora nell’istruzione superiore e attualmente vive nelle West Midlands. Nel 2022 Neri Pozza ha pubblicato in Italia Pandora, il suo romanzo d’esordio.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: Le vite nascoste dei colori – Laura Imai Messina

Recensione di Giulietta Frattini

Sono stata attirata da questo libro per tanti motivi: la copertina così delicata e così giapponese, la parola “colori” nel titolo perché è un’idea veramente molto personale, la scrittrice italiana che avevo adocchiato in altri titoli che non ho ancora avuto l’ispirazione per leggere.

La storia parla di Mio e del fatto che grazie alla sua visione tetracromatica, il colore diventa il centro della sua vita. Ma la storia parla anche di Aoi – capiamo subito essere una persona importante dato il nome – che però di colori ne vede pochissimi in quanto daltonico.
In mezzo alla loro storia d’amore si intrecciano le storie delle loro famiglie, con un colpo di scena abbastanza scontato ma che si inserisce perfettamente nella narrazione, e delle persone che frequentano l’atelier, l’agenzia funebre e il negozio di colori Pigment.

Tra i personaggi secondari mi sono piaciute tantissimo le due bambine Alma e Rui, che prendono lezione sul colore da Mio. La piccola Rui ha un trauma che si porta dietro dalla precedente famiglia e la nuova madre adottiva spera di farla stare bene tramite queste lezioni. Tuttavia questa storia svanisce letteralmente nel nulla e mi è dispiaciuto molto non vederne la fine – era anche un ottimo spunto per imparare aneddoti interessanti sui colori.

La cosa che colpisce nella lettura è la capacità di Mio di nominare i colori come nessun altro: una miriade di aggettivi, nomi e perifrasi usati per descrivere ogni colore che dà al lettore la certezza di immaginarsi un colore “giusto”: non un nero qualsiasi, ma un “nero mezzanotte con una punta di luna”. Bellissimo.

Romanzo assolutamente consigliato se volete una lettura colorata e leggera, ma con una punta di malinconia.


Il libro

pp. 328
€ 18,50
ISBN 9788806248475

Nero mezzanotte con una punta di luna, indaco che sa di mirtillo, giallo della pesca matura un attimo prima che si stacchi dal ramo: Mio sa cogliere e nominare tutti i colori del mondo. Ha appreso l’arte dei dettagli invisibili guardando danzare ago e filo sui kimono da sposa, e ora i colori sono il suo alfabeto, la sua bacchetta magica, il suo sguardo segreto. Aoi, invece, accompagna le persone nel giorno piú buio: lui prepara chi se ne va e, allo stesso modo, anche chi resta. Conosce i gesti e i silenzi della cura. All’inizio sembra l’amore perfetto, l’incanto di chi scopre una lingua comune per guardare al di là delle cose. Ma il loro incontro non è avvenuto per caso.

Non sempre nascere con un dono è un vantaggio, di certo è una responsabilità. Mio è una giovane donna dallo sguardo speciale: i suoi occhi sono capaci di cogliere ogni minima sfumatura e dare un nome a tutte le tonalità, soprattutto quelle invisibili. Nell’atelier dove la sua famiglia cuce e ricama kimono nuziali con gesti preziosi tramandati da generazioni, ha imparato fin da piccola la potenza dei dettagli, scoprendo in segreto le vite nascoste dei colori. Ma a custodire un segreto, in questa storia, non è la sola. Aoi possiede la sensibilità rara di capire a prima vista chi ha di fronte: la sua agenzia organizza cerimonie funebri, e lui – allo stesso modo di un mago – sa sempre come accompagnare i vivi e i morti nel giorno piú buio. Quando i loro destini s’incrociano in una mattina qualsiasi, Mio e Aoi si specchiano l’una nell’altro come due colori complementari. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse che il loro incontro non è stato casuale: ancora non lo sanno, ma le loro esistenze stanno per entrare in collisione. Laura Imai Messina sa raccontare il potere magico delle cose di tutti i giorni, fa scintillare le coincidenze, anima le storie come in una danza da cui si sprigiona, semplicemente, il prodigio dello stare al mondo. E il Giappone, luogo di tutte le contraddizioni, è l’alambicco ideale di questo incantesimo. Cosí per le strade di Tōkyō, città da sempre scagliata verso il futuro, si celebrano ogni giorno le antiche pratiche di una cultura millenaria, i rituali dei matrimoni e dei funerali, le cerimonie del passaggio. Le vite nascoste dei colori – una fiaba metropolitana capace di ammaliare il lettore – ci fa conoscere la forza dell’amore tra due figure indimenticabili e opposte. Due personaggi unici, legati a doppio filo da un nodo di meraviglia che aspetta soltanto di manifestarsi.

L’autrice

Laura Imai Messina è nata a Roma. A ventitre anni si è trasferita a Tōkyō, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura. Attualmente insegna italiano presso alcune tra le piú prestigiose università della capitale giapponese. È autrice di romanzi, saggi e storie per ragazzi. Nel 2020 è uscito Quel che affidiamo al vento (Piemme), caso editoriale in corso di traduzione in oltre venti Paesi, i cui diritti cinematografici sono stati opzionati da Cattleya. Per Einaudi ha pubblicato Tokyo tutto l’anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli (2020 e 2022) e Le vite nascoste dei colori (2021). Collabora con numerosi inserti culturali italiani, e insegna presso la Scuola Holden. Vive tra Kamakura e Tokyo con il marito Ryosuke e i figli, Claudio Sosuke ed Emilio Kosuke.
Il suo sito è www.lauraimaimessina.com.

Pubblicato in: #fantasy, LETTERATURA FANTASY, Narrativa contemporanea, Romanzo

Book jumpers, Mechthild Gläser – recensione

Book Jumpers (Die Buchspringer) 
di Mechthild Gläser, Giunti, pag. 352, euro 12
Amy Lennox ha lasciato la Germania per passare le vacanze sull’isola scozzese dove è nata, e dove ancora vive sua nonna, nel castello di famiglia. Nonostante le proteste della madre di Amy la nonna rivela alla ragazza che alla loro e a un’altra famiglia, la famiglia Macalister, nel castello vicino è affidato un compito molto importante da secoli, ovvero impegnarsi a proteggere la letteratura. Per poterlo fare, sono dotati dall’età di cinque anni a quella di venticinque della capacità di ‘saltare’ dentro ai libri per controllare che tutto si svolga per il verso giusto, con l’obbligo di non interferire con le trame. È così che Amy conosce Will e Betsy, eredi dell’altra famiglia, e subito dimostra un gran talento nel rapporto con i libri. La trama è intervallata da frammenti di una fiaba bruciata per sbaglio secoli prima, i cui personaggi (una principessa, un cavaliere e due cortigiani), usciti dal mondo letterario, vivono tra gli uomini. Il cavaliere e i due cortigiani insegnano vestiti da monaci le regole per i nuovi eredi, mentre la principessa è scomparsa. Verso la metà del romanzo iniziano i problemi, perché un misterioso ladro ha cominciato a rubare le idee che contraddistinguevano dieci libri, così comincia la ricerca, che non impiega molto per volgere alla soluzione.

Mechthild Gläser (Essen, 1986) è una scrittrice tedesca di letteratura fantasy. Ha studiato Politica, Storia ed Economia; vive nella regione della Ruhr. Le piace inventare storie e ha presto iniziato a scriverle, il suo romanzo, Book Jumpers, ha catturato in pochissimo tempo l’attenzione del web e ha esaurito, in soli tre mesi, le prime due tirature, divenendo in Germania un immediato best seller.
Nel 2013 è stata premiata con il Premio Seraph nella categoria esordienti per il suo primo romanzo Stadt aus Trug und Schatten.

I suoi lavori:

La recensione
[a cura di Bianca Casale]
Le premesse erano davvero delle migliori, idea di base sogno di ogni lettore che si rispetti: entrare e uscire a piacimento dal mondo letterario. Poi però arriva la dura realtà, l’enorme potenzialità di questo romanzo si scontra con una narrazione carente e una caratterizzazione dei personaggi a volte davvero ai limiti del cliché paradossale. Tutti gli adulti in questo volume sono degli incapaci e si barcamenano in maniera egoistica tra l’abbandono dei figli e l’idiozia più assoluta.
Ma non è tutto da buttare, sia inteso. Sarebbe soltanto da riscrivere da capo tenendo il plot e buttando tutto il resto.
Anche l’ambientazione, una romantica isola scozzese, risulta uno sfondo poco definito e manca completamente della presenza che ci si aspetterebbe da una natura così forte e aspra come quella del nord della Scozia.
Lo spunto Montecchi vs. Capuleti, alias la secolare rivalità delle due famiglie a cui appartengono i due rampolli protagonista e co-protagonista è sviluppato a livello scuola dell’infanzia. Si tratta di un romanzo definito YA ma la situazione in realtà è che, forse, risulta adatto a ragazzi delle medie, a prova di questo l’editore Giunti lo consiglia per età di riferimento 12 anni.
Tralasciando l’estrema prevedibilità della storiella amorosa tra i due suddetti rampolli, priva di qualunque pathos e tensione, rimane solo l’intreccio che in effetti scorre velocemente e fa giungere alla fine in pochissimo tempo.
Risultato complessivo raffazzonato e poco soddisfacente, lascia con la sensazione che manchi qualcosa ed è un vero peccato perché sarebbe stato un grandissimo romanzo d’avventura se si fosse spinto un po’ di più sulla prosa e sulla costruzione di personaggi e ambientazione.
Speriamo che nei successivi romanzi la Glaser sia maturata in tal senso.
Immediatamente si fa il paragone con ‘Il caso Jane Eyre‘ di Jasper Fforde dove però vi era il filo portante dell’ironia oltre a una concordanza nella trama che qui manca del tutto. Ma, dobbiamo dirlo, non era un romanzo definito per ragazzi quindi in effetti il paragone regge solo fino ad un certo punto: salti nel mondo letterario.
Riassumendo: per noi Book Jumpers è un’occasione sprecata quasi del tutto se letto da un pubblico adulto ma sicuramente godibile per ragazzi tra i 10 e i 15 anni.

Per meglio rendersi conto ecco un estratto:

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

I nostri cuori chimici, Krystal Sutherland – recensione

« Ti hanno corrotto con questa stronzata che “l’amore è pazienza, l’amore è gentilezza” fin da quando eri piccolo. Ma l’amore è scienza. Voglio dire, si tratta solo di una reazione chimica nel cervello. A volte la reazione dura una vita, ripetendosi costantemente. Altre no. Altre si trasforma in una supernova e inizia a spegnersi. Siamo solo dei cuori chimici. Questo rende l’amore meno folgorante? Non penso. Ecco perché non capisco perché la gente dica sempre ” il cinquanta percento dei matrimoni finisce in divorzio” come giustificazione per non sposarsi. Solo perché un amore finisce non significa che non sia stato vero amore.»

Quando ci si avvicina ad un romanzo definito ‘YA’ subito scatta la presunzione di avere a che fare con contenuti poco profondi, probabilmente banali e con uno sviluppo di trama quantomeno scontato. In alcuni casi questo è vero, in questo caso in particolare non è così.
I personaggi non sono adolescenti patinati e straordinariamente belli, non sono angeli/demoni/prescelti/stregoni/fate, non sono particolarmente ricchi e non vivono in nessun posto pazzesco e incredibile. Vivono in qualche città abbastanza normale e appartengono in gran parte alla middle class, frequentano una scuola ordinaria che non è il liceo fighetto e nemmeno la scuola devastata con i metal detector.
Attraversiamo la narrazione in velocità grazie alla scrittura brillante e fluida che rende il protagonista, molto ben caratterizzato, un buon amico nel giro di poche pagine. Molto azzeccate anche le varie citazioni sparse all’interno del romanzo che vi faranno sorridere.
Facile immedesimarsi nel personaggio di Henry Page, con i suoi amici, la famiglia e i sogni nel cassetto, meno facile il contraltare femminile, Grace Town, tutto da scoprire mano mano che la storia si dipana.
Nulla di scontato dunque in questi ‘cuori chimici’, nessuno (o quasi) stereotipo mainstream per la classica storia d’amore adolescenziale. Ci sono due persone che crescono in un rapporto difficile che forse è amore o forse è dipendenza, forse è un rapporto tossico o forse è quello che ci voleva per poter fare un passo avanti nella vita.
Un romanzo ricco e forte, numerosi i personaggi ‘secondari’ che ci piacerebbe conoscere meglio, prima di tutto la sorella maggiore Sadie e lo stravagante Murray.
Perfetto per giovani adulti ma sicuramente apprezzabile da tutti quelli che hanno ancora un po’ di verve adolescenziale.

Le persone non hanno anime gemelle. Le persone si creano la loro anima gemella.

Henry Page non è fisicato, non è famoso nei corridoi della scuola, è appassionato di scrittura, dotato di un sense of humor molto sviluppato, fondamentalmente è un bravo ragazzo che non è mai stato innamorato. Grace Town irromperà nella sua vita con un carico di mille megatoni, e ci vorrà un bel po’ prima che Henry possa venire a capo, per quanto possibile, del puzzle di pezzi componenti questa ragazza così strana.
Henry Page è uno di noi mentre Grace è l’outsider. Ma è davvero così?
Impossibile andare avanti senza fare spoiler, da noi sono vietati, quindi conviene fermarsi qui.
Il libro funziona ed è una spanna sopra molte pubblicazioni considerabili simili, certamente un buon romanzo con contenuti non banali e una profondità maggiore di quella che ci si potrebbe aspettare.

Perché non vali meno della polvere di stelle, ma tutto ciò che posso regalarti è sporcizia.



Il film omonimo tratto dal romanzo (che trovate su Amazon prime video) è inferiore da questo punto di vista ma è comunque di un ottimo livello, gli interpreti sono azzeccati (Grace interpretata da Lily Reinhart e Henry interpretato da Austin Abrams) e il personaggio di Henry Page è tratteggiato correttamente, lo sviluppo narrativo perde molti colpi in gara con il corrispettivo cartaceo ma vince in simpatia e la semplificazione della storia è piuttosto riuscita. Rimane vincente la figura della sorella maggiore, forse in questa versione persino migliore.

Riassumendo: da leggere se si apprezzano romanzi con una buona dose di romanticismo ma non scontati e, diciamolo, patetici. Il film è un sicuramente un buon modo per farsi un’idea e capire se merita la pena.
Per noi sì.

a cura di Bianca Casale


Quarta di copertina: Paradossalmente, la colpa è del suo inguaribile romanticismo: è da sempre così aggrappato al sogno del Grande Amore da non aver lasciato spazio alle cotte che da anni elettrizzano le vite dei suoi amici. Non è una scena da film nemmeno il primo incontro con Grace Town: Grace cammina con un bastone, porta vestiti da ragazzo troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Complice il giornale della scuola, Henry se la ritrova vicina di scrivania, e presto precipita nella rete gravitazionale di Grace, che più conosce, e più diventa un mistero. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato, ma questo non fa che attirare Henry sempre di più.


Chi é l’autrice?

Krystal Sutherland è un’autrice pubblicata a livello internazionale. Il suo primo romanzo, Chemical Hearts, è stato pubblicato in oltre 20 paesi ed è stato nominato dall’American Booksellers Association come uno dei migliori debutti del 2016. L’adattamento cinematografico, prodotto da Amazon Studios, vede protagonisti Lili Reinhart (Riverdale) e Austin Abrams (Dash &Lili, Euphoria); Sutherland è stato produttore esecutivo del progetto. 
Il suo secondo romanzo, A Semi-Definitive List of Worst Nightmares , è stato pubblicato con successo di critica nel 2017 ed è stato scelto per l’adattamento da Yellow Bird US. Nel 2018, è apparsa nell’elenco annuale “30 Under 30” di Forbes. Originaria dell’Australia, ha vissuto in quattro continenti e attualmente vive a Londra. Il suo prossimo romanzo per giovani adulti, House of Hollow, sarà pubblicato da Penguin nella primavera del 2021.

Pubblicato in: #recensione, Romanzo

La felicità del lupo, Paolo Cognetti- recensione

«Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo»

Con il romanzo vincitore del Premio Strega 2017, ‘Le otto montagne’, Paolo Cognetti è passato da autore emergente ad autore da oltre un milione di copie vendute.

Grande era quindi l’attesa del lavoro successivo; oltre l’attesa c’era anche l’ansia ed il timore che questo nuovo libro non fosse all’altezza del suo precedente più insigne. Poteva deludere le alte aspettative, non sarebbe stato certo il primo caso del genere.
Togliamo subito il velo del sospetto: il romanzo è ottimo, le recensioni positive si sprecano e la stella dello scrittore è vivida e ben alta nel cielo. Un cielo montano.
Perché sì, Cognetti parla ancora di montagna e dei suoi abitanti ma anche di ricerca di sé e di amore. La cifra stilistica riconoscibile e ben delineata torna a colpire come l’accetta dei taglialegna per cui il protagonista Fausto lavorerà.
La narrazione prende quota, è il caso di dirlo, immediatamente e con forza. Quella che arriva invece con calma è la profondità della visione, la luce ed il taglio dei personaggi principali.
L’amore, recuperato e un po’ naufrago tra Silvia e Fausto, e anche l’amicizia, il sodalizio.


Fausto ha quarant’anni, è uno ‘scrittore’ ma ha un solo libro all’attivo, ha mollato la città e anche la storia (lunga) con la sua compagna, si rifugia in montagna a fare il cuoco nel ristorante dell’enigmatica Babette, nome d’arte di una donna di certo eccezionale.

«C’è sempre bisogno di qualcuno che faccia da mangiare; di qualcuno che scriva, non sempre»

Sempre da Babette, lavora anche Silvia, ventisettenne con la volontà di salire ancora più in alto, vuol lavorare sul ghiacciaio del Rosa.
Santorso, ex forestale e montagnino doc e ancora Pasang, lo Sherpa che ama filosofeggiare sulle scalate e poi il Quintino Sella e la vita di rifugio d’alta quota.
Cognetti ci permette di seguire i destini dei suoi personaggi senza giudicarli, accompagnandoli per un porzione di esistenza e raccontando una visione ‘analogica’ della vita; ben distante dal luccichio degli schermi degli smartphone e dal brillio fasullo dei social media.
Espone ben chiaro il tentativo di ricerca della felicità o quantomeno della serenità, di mollar giù un passato ormai scomodo come un vecchio zaino sformato e di come alle volte non sempre la felicità sia da cercare lontano, in alto o a Nord, bensì dentro le proprie scelte. E non c’è immutabilità ma solo rassicurazione, si può stare fermi nello stesso posto come un albero (o Santorso e gli altri montagnini) oppure muoversi erranti come i lupi. Quei lupi che stanno facendo ritorno ai territori abbandonati dal predatore uomo, felici di una felicità radicata nella libertà di essere sé stessi e assecondare il proprio ritmo, il proprio fiato.
Il racconto parla chiaro e forte di quel momento, che sia l’età di mezzo di Fausto, quella più giovane di Silvia o ancora quella più attempata di Babette, in cui giunge l’ora di assecondare il proprio divenire e passo dopo passo occorre seguire un sentiero, nuovo o conosciuto che sia.

a cura di Bianca Casale



Arrivato alla fine di una lunga relazione, Fausto cerca rifugio tra i sentieri dove camminava da bambino. A Fontana Fredda incontra Babette, anche lei fuggita da Milano molto tempo prima, che gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante, tra gli sciatori della piccola pista e gli operai della seggiovia. Silvia è lí che serve ai tavoli, e non sa ancora se la montagna è il nascondiglio di un inverno o un desiderio duraturo, se prima o poi riuscirà a trovare il suo passo e se è pronta ad accordarlo a quello di Fausto. E poi c’è Santorso, che vede lungo e beve troppo, e scopre di essersi affezionato a quel forestiero dai modi spicci, capace di camminare in silenzio come un montanaro. Mentre cucina per i gattisti che d’inverno battono la pista e per i boscaioli che d’estate profumano il bosco impilando cataste di tronchi, Fausto ritrova il gusto per le cose e per la cura degli altri, assapora il desiderio del corpo e l’abbandono. Che esista o no, il luogo della felicità, lui sente di essere esattamente dove deve stare. Di Paolo Cognetti conosciamo lo sguardo luminoso e la voce limpida, il dono di osservare le relazioni umane nel loro dialogo ininterrotto con la natura, che siano i boschi di larici dei duemila metri o il paesaggio di roccia e ghiaccio dei tremila. Con le loro ferite e irrequietezze, quando scappano e quando poi fanno ritorno, i suoi personaggi ci sembrano amici che conosciamo da sempre, di quelli rari. È per questo, forse, che tra le pagine vive di questo libro purificatore abbiamo l’impressione di attraversare non le stagioni di un anno, ma di una vita intera.


Chi è l’autore?

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Ha esordito con alcune raccolte di racconti pubblicate da Minimum Fax. Ha scritto, tra le altre cose, Il ragazzo selvatico (Terre di Mezzo, 2013), Le otto montagne (Einaudi, 2016) e Senza mai arrivare in cima (Einaudi, 2018). Con Le otto montagne, che è stato tradotto in oltre 40 Paesi e che nel 2022 uscirà nei cinema, ha vinto nel 2017 il Premio Strega, il Premio Strega Giovani e il Prix Médicis étranger. Nel 2021 è uscito sia come film-documentario sia in forma di podcast: Sogni di Grande Nord.

Pubblicato in: Bookclub

Bookclub n.1 – Klara e il sole

di Giulietta Frattini

Con la fine dell’estate e l’inizio di settembre si è ripresentato l’annoso problema dell’avere abbastanza tempo da dedicare alla lettura. Leggere deve essere un piacere e farci rilassare dopo una lunga giornata… ma se si arriva a casa troppo stanchi? Ma i social? Ma gli altri mille problemi [cit. Orietta Berti]?

Per questo io e altre 8 ragazze abbiamo deciso di inventarci un Bookclub per “forzarci” a leggere e non solo: scoprire nuovi libri, rileggere classici e consigliare alle altre i nostri libri preferiti, con l’obbiettivo di parlare del libro tutte assieme dopo un mesetto.

Ed ecco il primo libro che abbiamo scelto: Klara e il Sole di Kazuo Ishiguro. Di seguito vi propongo la mia personale opinione si questo romanzo (contiene piccoli spoiler), il primo scritto dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura nel 2017.

Trama

Seduta in vetrina sotto i raggi gentili del Sole, Klara osserva il mondo di fuori e aspetta di essere acquistata e portata a casa. Promette di dedicare tutti i suoi straordinari talenti di androide al piccolo amico che la sceglierà. Gli terrà compagnia, lo proteggerà dalla malattia e dalla tristezza, e affronterà per lui l’insidia piú grande: imparare tutte le mille stanze del suo cuore umano.

Autore

Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (ultima edizione Super ET 2016), Gli inconsolabili (1995 e 2012), Quando eravamo orfani (2000), Non lasciarmi (ultima edizione Super ET 2016), Il gigante sepolto (2015 e 2016), Crooner (2018) e Klara e il sole (2021). Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009, 2010 e 2019) e La mia sera del ventesimo secolo e altre piccole svolte (2018). Da Quel che resta del giorno (Man Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Nel 2008 il «Times» l’ha incluso fra i 50 più grandi autori britannici dal 1945. Nel 2017 ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura.

Recensione

Inizio con il dire che per quanto decantato (soprattutto dall’assegnazione del Premio Nobel) non mi ero mai convinta a leggere nulla di Kazuo Ishiguro, finchè non ho letto che Klara e il Sole era un romanzo “fantascientifico”, so che non è la tematica principale del romanzo, ma mi serviva uno stimolo per scegliere da quale libro iniziare e decidere se Ishiguro è uno scrittore per me.

La risposta è “forse”, per ora.

E’ stato un peccato per me doverlo leggere frammentato a causa di vari impegni, perché alcuni eventi sono talmente rapidi che andrebbe letto tutto d’un fiato (e questo libro è uno dei pochi che lo permette davvero, ha poco più di 200 pagine).
L’ambientazione futura ma “vicina” al nostro presente mi è piaciuta molto e mi ha fatto sentire in un ambiente familiare (anche se parte è sicuramente dovuto alla mia conoscenza della fantascienza), soprattutto quando guardavo con Klara fuori dalla vetrina del negozio e la ascoltavo commentare ciò che vedeva.

I personaggi, sia quelli principali che quelli secondari, mi sono piaciuti, sebbene gli abbia trovati un po’ piatti… come se fossero creati in funzione della storia e non fossero personaggi che vivessero anche mentre non erano in scena, gli unici personaggi veramente completi per me sono stati Klara (dopotutto noi vediamo la storia dal suo punto di vista) e Josie, la sua adolescente. Nonostante questo aspetto il personaggio che mi è piaciuto di più, e nel quale mi sono immedesimata più facilmente, è Rick: sia per come vede il mondo sia per la sua brillante ingegnosità, sviluppata nonostante il mancato potenziamento.

Il momento che ho sentito di più durante la lettura è praticamente all’inizio della storia: quando Josie è entrata per la seconda volta nel negozio per cercare Klara me lei era un po’ più nascosta e temevo che non riuscisse a trovarla!

Parlando di quello che non mi è piaciuto invece, ho trovato molto fuori luogo il modo che Klara ha di parlare del sole, come se fosse una divinità… Klara è una macchina, una macchina molto sofisticata, e dovrebbe avere coscienza di sé e dei suoi limiti. Quindi mi chiedo come mai non ha conoscenza del funzionamento del suo metodo di ricarica o delle leggi elementari che governano l’universo se deve avere la funzione sì di amico, ma anche di tutore e aiuto scolastico per il suo umano.

La conclusione, invece fa terminare il romanzo in un modo molto positivo rispetto al mood che mi ha accompagnato durante la lettura e questo mi è piaciuto molto e mi ha rassicurato circa tutto il “male” descritto nel libro: malattia, razzismo, genitori assenti, solitudine e isolamento…

Per tutto questo, il mio voto a Klara e il Sole è 6,5 su 10.

Al prossimo appuntamento

Con il libro: Racconti africani di Doris Lessing.

Pubblicato in: #recensione

“Se due che come noi”, Micaela Miljian Savoldelli – recensione

Lasciare tutto e partire. Sfido a non averci pensato, diverso però è lasciare tutto e con due figli piccoli, poi aumentati di uno, girare il mondo per tre anni.
Esattamente così hanno fatto Micaela e Julien, raccontando su Instagram e poi su https://www.likemiljian.com/ il loro percorso di viaggio fino al trasferimento a Bali.
Questa storia però meritava di essere raccontata sotto una forma mediatica differente ed infatti il libro, un romanzo autobiografico, scritto da Micaela Miljian Savoldelli, edito da Vallardi, è uscito lo scorso giugno.

Quando si cresce i sogni non si ridimensionano. Si diventa più bravi a disegnarli.

Micaela diventa Selvaggia e Julien diventa Jules in questo primo lavoro letterario della Savoldelli. Un esordio gradevolissimo e scorrevole, una narrazione affascinante per la profondità e la delicatezza dell’autrice nel descrivere anche momenti non facili e drammatici.

La vera avventura non è raggiungere l’altra costa, Selvaggia. Basta una buona barca e potrai lasciarti portare dal vento. La sfida sarà non voler tornare a prendere ciò che di te ti sarai lasciata alle spalle

L’intero libro è pervaso di una luce particolare, la stessa che si intravede nelle immagini del profilo Instagram dei due. É un romanzo a due voci, quella femminile e quella maschile, entrambe con le loro peculiarità e i loro punti di vista. Imperdibili personaggi secondari sono disseminati nello scorrere delle pagine e alcuni rimangono davvero nel cuore.

La storia si trasmette nel Dna. Le paure e le esperienze sono un’eredità da cui non c’è scampo, cara. Siamo quello che hanno vissuto i nostri genitori, e chi prima di loro. Portiamo avanti per generazioni battaglie che non sono le nostre perché nasciamo che fanno già parte di noi, congenite, come il colore degli occhi o la forma del sedere.

Innegabilmente la storia di questi due innamorati è particolare ma volendo potrebbe essere quella di ognuno di noi, fatta di trovarsi e ritrovarsi. Fatta di perdita e conquiste, tolleranza e sostegno e tanto tanto amore condiviso.
I due giovani diventano adulti, un passo dopo l’altro, fino alla consapevolezza che la crescita passa per la rinuncia e per le scelte, a volte nemmeno facili. La vita da studenti, poi l’incontro e lo scontro con il mondo del lavoro.
L’arrivo del primo figlio, un parto difficile, la depressione che coglie impreparati e la strada per uscire anche da questo impasse.

Sempre attraverso l’amore e la consapevolezza.
Sicuri di essere uguali ma diversi, abitanti di una città ma anche di tutte. Italiani e un po’ francesi, fiorentini e parigini, viaggiatori nello spazio concesso. Senza casa forse, o a casa dove c’è l’altro. Dove si è insieme, dove si è già famiglia seppur solo in due.

“E poi, all’improvviso, fu il monsone. Eravamo le uniche ombre nella piazza illuminata dai neon delle insegne fluorescenti di Lê Lai Road. Eravamo soli in una città di nove milioni di abitanti. I clacson dei motorini si confondevano con lo scroscio incessante della pioggia.

Eravamo finalmente liberi, sotto quell’oceano di lacrime rumorose che cadevano dal cielo.

Fu in quel preciso istante che accadde. Sarebbe stato li, sotto quel torrente instancabile, che avevamo trovato la nostra casa. Tutto era già scritto dalla prima sera, dal nostro primo incontro. L’avevamo scritto noi.

Recensione a cura di Bianca Casale



Book Cover

Quarta di copertina

Quando Selvaggia arriva a Firenze ha vent’anni e un passato scomodo. È scappata portando con sé solo un bagaglio di dilemmi e irrequietezza, per vivere appieno quelli che è convinta saranno gli ultimi anni della sua vita. Jules è francese, ama suonare la chitarra di notte a cavalcioni sul terrazzo e ogni giorno cambia itinerario, alla ricerca dell’inaspettato. Che puntualmente arriva, per entrambi, la sera del 24 ottobre 2009, in una serata tra amici, musica e blackout. Selvaggia e Jules non sanno cosa li aspetta, ma il destino ha già deciso per loro. E quando la vita li metterà di fronte alla prova più dura, proprio nel momento che per tutti gli altri è il più sbagliato, Selvaggia e Jules decideranno di seguire il proprio istinto e partire per realizzare quello che devono a se stessi, un’avventura schietta e tenera come la verità, nata da una promessa scambiata all’alba: qualsiasi cosa accadrà, non smetteranno mai di credere alla magia di quella sera.


Dicono dell’autrice.




MICAELA MILJIAN SAVOLDELLI
Classe 1988, italiana di nascita, parigina d’adozione, cittadina del mondo per vocazione. Per tre anni ha fatto il giro del mondo con il suo compagno di vita e due figli, diventati tre lungo il percorso. Autrice, direttrice creativa e imprenditrice, è la penna del profilo social @likemiljian. A breve lancerà la sua linea di abbigliamento etico e sostenibile ispirata alle donne e al viaggio. Ora vive a Bali. Se due che come noi è il suo primo romanzo.

Pubblicato in: #recensione, #thriller, in valigia

Nelle sue ossa, Maria Elisa Gualandris – recensione

Questo mondo che sembra non volerci, forse, prima o poi, si accorgerà che si sta perdendo qualcosa.

Il giallo scritto dalla giornalista Maria Elisa Gualandris è, oltre tutto il resto, un atto di denuncia nei confronti della precarietà. Una condizione in cui versano, tragicamente, un numero immane di persone, giovani e meno giovani.
La protagonista, Benedetta Allegri, è una giornalista che si occupa di cronaca nera ma nonostante la bravura e l’impegno profuso nel lavoro è ancora una precaria e di questa incertezza soffre e patisce.
Ci si ritrova facilmente nel personaggio della giovane giornalista iperpreparata, una donna che credeva di essersi scelta il proprio futuro grazie alle sue capacità ed ai titoli conseguiti, che rappresenta appieno la nostra generazione: trentenni e quarantenni titolati, pieni di risorse e capacità ma comunque impossibilitati a ritagliarsi il giusto posto nel mondo, a continuare a stringere i denti nell’attesa dell’occasione per trovare sicurezza e stabilità.
Io stessa sono stata una libera professionista per moltissimo tempo e successivamente una precaria. Per cui mi ritrovo perfettamente nella figura descritta, che è quindi assolutamente credibile e ben inserita nel contesto sociale raccontato nel romanzo.
Il cold case.
Benedetta, in fase di stallo sentimentale e lavorativo, si imbatte nel caso di Giulia Ferrari, una giovane studentessa, scomparsa senza lasciare tracce nel lontano 1978. La protagonista, dopotutto per quanto realistico siamo comunque in un romanzo, ha intorno a sé una pletora di co-protagonisti interessanti: il fidanzato Andre, l’avvocata Viola e Francesco e molti altri, ma non vogliamo svelarvi troppo degli altri personaggi.
Il giallo si dipana e presto impareremo che non è, per niente, tutto semplice come la procura tenderebbe a far credere in un primo momento.
Grazie ad un intreccio ben architettato, ed alla bellissima ambientazione sul lago Maggiore, il romanzo prende subito piede ed è difficile smettere di leggere prima di scoprire chi era Giulia e cosa le accadde tanti anni prima.
Siamo nel comune di Verbania, nonostante la città sia citata direttamente solo all’inizio assieme a Pallanza, una sua frazione. C’è solo qualche incursione nella vicina Milano, ma per il resto rimaniamo sul lago Maggiore che con la sua presenza sempre quieta ma attivamente addentro alla storia ci accompagna come un vecchio amico attraverso le trecento pagine di questo romanzo.
La storia scorre benissimo e, a parte alcune piccole pecche di pedanteria o più che altro prolissità, forse volute ma sinceramente non troppo gradevoli, espleta perfettamente il suo compito di intrattenere.
Si legge in poco tempo e lascia un piacevole ricordo.
Perfetto per gli appassionati di gialli ma sicuramente gradevole per ogni lettore che si rispetti e per chi vuole qualche brivido da portarsi comodamente in vacanza.
La Allegri potrebbe diventare la protagonista di una serie di romanzi?
Certamente, noi crediamo che questo sia solo uno dei tanti casi che la giornalista potrebbe risolvere e che, anzi, un maggior numero di libri (mai dire mai) sarebbero utili non solo a conoscere tutti i protagonisti incontrati nel romanzo, ma anche ad esplorare un’evocativa zona lacustre come quella del Lago Maggiore.
E perché no, magari anche la realizzazione di una serie TV!

✎©Bianca Casale, Giulietta Frattini

♥♥Ringraziamo Simona Mirabello


LA PAGINA DI AMAZON DEDICATA AL LIBRO DI MARIA ELISA GUALANDRIS



Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.
Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.




Dicono dell’autrice

Nelle sue ossa", il romanzo d'esordio di Maria Elisa Gualandris - Stampa  Diocesana Novarese

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog “I libri di Meg” per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto “Pesach”, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi).