Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Un raggio di buio, Ethan Hawke – RECENSIONE

L’ultimo romanzo di Ethan Hawke, A Bright Ray of Darkness – Un raggio di buio (SUR, 2022) parla della complessità di una persona che fa i conti con se stesso, in tutte quelle parti che sono spesso contraddittorie e, se vogliamo, anche antipatiche.
I precedenti lavori autorali erano meno personali forse, di certo io li avevo apprezzati moltissimo. Questo però è diverso, più difficile.
Il narratore e protagonista è un attore, padre, marito, fedifrago e aspirante vero artista. L’alter ego di Hawke si chiama William Harding e non cerca solo di lavorare come attore, ma di creare opere che siano artisticamente significative.

Solo perché soffri, non vuol dire che si sia qualcosa che non va.

Incontriamo William a Broadway alle prese con una produzione teatrale shakespeariana, l’importante e ambizioso Enrico IV (lui interpreta Hotspur), di un acclamato regista e che può contare su un cast eccezionale. La star di Hollywood deve mettersi alla prova come attore di teatro: può reggere il confronto in una compagnia teatrale di livello? Può rendere giustizia al Bardo e può irretire le orecchie e gli occhi di Broadway? 


Preferiremmo andare in rovina piuttosto che mutare
Morire piuttosto nella nostra paura
Che salire sulla croce di ogni giorno
E lasciar morire le nostre illusioni.
(W.H. Auden, L’età dell’ansia)


Lotta per lasciarsi alle spalle una vita di pettegolezzi scandalistici, paparazzate e glamour hollywoodiano, per dimostrarsi un attore degno e serio.

Guardalo l’amore che muore: quello sì che è una pallottola che sfonda i carri armati. Quando i bambini da portare a scuola, le lavatrici da stendere e i piatti da lavare piovono sulle braci del tuo matrimonio come una pisciata su un falò all’alba. E l’unica cosa che ti resta è tanto di quel fumo che ti pare di soffocare. A quel punto il cuore ti smette di battere. E se ti succede a trentadue anni, mi spiace per te.


Purtroppo viene ributtato incessantemente di fronte al suo passato a causa dei problemi irrisolti con la sua amata, e ormai quasi ex, moglie famosa che però ha tradito. La paternità è l’unica cosa stabile nella sua vita, anche l’unica che sembra venirgli bene spontaneamente. 

Ovviamente risulta un romanzo autobiografico. È difficile non solo dimenticare che l’autore è un pluri-candidato all’Oscar e un artista straordinario sul palco, sullo schermo e in televisione. È anche difficile non pensare al passato similare dell’attore-autore. 
Bisogna operare uno sforzo e cancellare queste nozioni, per arrivare al netto del libro. Un romanzo su un uomo, un attore, alle prese con le difficoltà della vita.

Il tempo, da solo, non guarisce proprio niente. Il tempo può far dimenticare: ma non raddrizza le cose semplicemente passando. Bisogna tornare alla fonte e riparare quello che si è rotto.

William non risulta piacevole: è difficile simpatizzare con lui perché sembra sbagliare in continuazione e va a cacciarsi in situazioni pericolose, misogine, sicuramente malsane e certamente ammantate di vanità. Ma un personaggio non deve essere simpatico, e nemmeno per forza un eroe senza macchia per attirare i lettori. 

Per la mia testardaggine e la mia stupida presunzione, mi puoi perdonare?


Inutile dire che leggendo continuavo a sperare che William potesse cambiare drasticamente. Smettere di fumare, bere e cercare la condiscendenza…per cominciare.
Ma no: è un po’ ipocrita, un po’ imbroglione e anche un essere umano consapevole dei propri errori ma che forse tenta troppo poco per cambiare se stesso. 
È solo sul palco che sembra sentirsi vivo e vibrante. Questa è una triste verità per un attore: è più a suo agio nell’essere qualcun altro che non se stesso. Certamente cerca e ottiene consigli non richiesti da una sfilza di persone. A volte, si droga o beve alcol come se fosse acqua. O regala un cucciolo ai figli…
William Harding è sempre in attesa di qualcosa. 
Il romanzo ci ricorda di smettere di aspettare e di iniziare a fare. 

Non ti far ingannare, non c’è niente di più emozionante di ciò che è. Il prossimo istante non sarà più speciale di questo che stiamo vivendo. Proprio questo qui. Tutti i momenti della nostra vita sono indistruttibili. Capisci? “Essere o non essere” non vuol dire ammazzarsi o meno, significa porsi la domanda: Hai intenzione di essere sveglio e presente rispetto alla tua vita? Lo capisci che l’oggi non è un ponte verso un altro posto?

Scommetto che molti lettori prenderanno Un raggio di buio e penseranno: “oh, proprio quello di cui abbiamo bisogno: un altro attore riccone bianco e privilegiato che si lamenta delle carenze del suo mondo”. Anche a me è successo in alcune parti, lo ammetto.
Ma poi ho anche pensato che solo perché la posizione di qualcuno è elitaria, diversa o privilegiata non significa automaticamente che possiamo etichettarla come irrilevante. E poi Hawke ci racconta i retroscena di una produzione teatrale e raggiunge momenti di amore per la drammaturgia che sono evidenti pezzi di verità.

Se provi e riprovi il discorso di Amleto di fronte agli attori, se lo provi mille volte, quando arriva il momento quel discorso lo reciti bene. Se non lo provi abbastanza, no. La sorte è quello che resta dopo la pianificazione

Tutti vorremmo che le nostre vite rappresentassero qualcosa di profondo e vero ma, dentro nel profondo, siamo tutti un grande casino. 
Siamo tutti delusi e deludenti, un raggio di buio. Va bene…purché lo sappiamo e possiamo andare oltre. 
E anche questo romanzo, scritto in maniera davvero egregia, ci aiuta ad andare oltre.

Vivi e ama la tua miseria


E ditemi se è poco.



Quarta di copertina: William è un giovane attore di talento che ha raggiunto il successo a Hollywood e ha davanti una nuova sfida: debuttare a Broadway nell’Enrico IV di Shakespeare. Ma alla vigilia dell’inizio delle prove una sua scappatella finisce su tutti i giornali e i siti di gossip: William dovrà gestire una seria crisi familiare insieme alle dinamiche di gruppo all’interno della compagnia teatrale, in vista di una delle performance più importanti della sua carriera. Un romanzo autobiografico e corale che racconta la tensione fra vita privata e immagine pubblica, e alla possibile disumanità della fama e del successo contrappone la potenza della creazione artistica.


Chi è Ethan Hawke?

Ethan Hawke nasce ad Austin, in Texas, il 6 novembre del 1970. I suoi genitori, James Steven e Leslie Carole, decidono di trasferirsi in New Jersey poco tempo dopo e in breve arrivano alla separazione. La madre parte per la Romania, dove è tuttora impegnata in attività di volontariato e sostegno alla popolazione locale. Ethan, invece, rimane negli USA, col padre e il fratello, e già al liceo sceglie di studiare recitazione presso il McCarter Theater di Princeton, prima, e poi in Inghilterra e a Pittsburgh. Attore, sceneggiatore, scrittore e regista statunitense, Ethan Hawke inizia a recitare da adolescente, percorrendo una carriera che l’ha portato a divenire, negli anni ’90, una star a tutti gli effetti. Tra personaggi complessi e delicati, la sua formazione teatrale è stata valida alleata per mettere in risalto tutte le sue capacità, fino al raggiungimento del ‘prestigio’ e del rispetto di cui gode oggi, da parte di tutto il panorama Hollywoodiano.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

La verità sul caso Harry Quebert,  Joël Dicker – RECENSIONE

«Vorrei insegnarti la scrittura, Marcus, non perché tu possa imparare a scrivere, ma affinché tu possa diventare uno scrittore. Scrivere romanzi non è una cosa da niente: tutti sanno scrivere, ma non tutti sono scrittori.»
«E come si fa a sapere di essere uno scrittore, Harry?»
«Nessuno sa di essere uno scrittore, Marcus. Glielo dicono gli altri»

Non ho mai letto niente di quest’autore e la santa biblioteca è riuscita a farmi avere il libro in questione in tempi brevi. Sinceramente è stata un’attesa lunga (anche se è durata solo un giorno, alla fin fine) perché ero in fermento: volevo leggere al più presto il romanzo. Anche in vista del Salone del libro di Torino dove sarà presente Dicker…

Avete presente quel prurito alle mani che vi assale quando desiderate di avere quel determinato libro a tutti i costi nelle vostre grinfie? Ecco, immaginate il mio disagio.
Ho raccolto informazioni sul romanzo ‘La verità sul caso Harry Quebert‘, edito da Bompiani, in occasione dell’uscita, a fine maggio, del sequel.
Dopo averne parlato qui alla fine della fiera ero curiosa come un gatto.
Non potevo non leggerlo. Le 776 pagine non mi spaventavano e la fama di questo romanzo lo precedeva.
Piccolo riassunto: il secondo romanzo di Dicker (il primo è Gli ultimi giorni dei nostri padri) riscuote un grande successo, tradotto in 33 paesi ed in poco tempo scala le classifiche di vendita, posizionandosi al primo posto per parecchie settimane. Pare ci siano dei riferimenti a Philip Roth, Vladimir Nabokov e alla serie tv ‘I segreti di Twins Peaks’
Viene fuori anche una serie tv e dopo dieci anni dalla pubblicazione esce il seguito del fortunato romanzo. Pazzesco, non trovate?
Inutile dire che le aspettative crescono e anche di tanto.
All’inizio le aspettative erano talmente alte che credevo che mi avrebbe inevitabilmente delusa.
Avevo sentito parecchi pareri discordanti ed ero confusa: ha vinto premi ed è stata adattata una miniserie televisiva… non poteva essere così scontato.
Insomma, è decisamente nell’olimpo dedicato ai bestseller di qualità!
Ho iniziato a leggere e subito la storia mi ha preso, trascinandomi nella torbida Aurora, tranquilla cittadina completamente scossa dall’arrivo di un grande scrittore appena trentaquattrenne che scrive il romanzo più importante di tutta la sua vita seduto al tavolo numero 17 di una tavola calda, il Clark’s Diner, nell’estate del 1975. Conosce Nola Kellergan, quindicenne dai lunghi boccoli dorati e dagli occhi verdi, che gli farà capire cosa significa amare e lo aiuterà a concludere il suo romanzo.

Ora, tutto quello che di positivo dicono del romanzo, per quanto mi riguarda, è pura verità: la lettura è famelica, quasi ossessiva oserei dire. Non si riesce a mettere giù il libro fino a quando non si arriva alla fine della storia. E direi che l’intento di Dicker è riuscito, alla grande.
Il ritmo del romanzo è incalzante, la scrittura scorrevole si fa leggere che è una meraviglia. Il romanzo è numerato al contrario: si parte dal capitolo 31 fino ad arrivare al capitolo 1, come se fosse un conto alla rovescia.
Ogni capitolo ha una piccola guida di consigli al suo interno su come scrivere un romanzo di successo. In questo particolare caso è Harry Quebert, insegnante di Marcus a guidarlo attraverso questi trentuno consigli in un botta e risposta illuminante.
Le settecentosettantasei pagine, di cui ammetto le prime duecento sono un po’ da superare per poter far ingranare la lettura, ti tengono con il fiato sospeso fino a che non si scopre chi è davvero l’assassino. Vi assicuro che di ipotesi ne ho fatte parecchie, ma alla fine non sono arrivata ad indovinare.
Un romanzo accattivante, scritto in modo impeccabile e per nulla scontato: l’intreccio delle storie dei personaggi è intricato ed affascinate e non si perde il filo del discorso, come può capitare quando il romanzo ha molti protagonisti.
La madre del protagonista Marcus Goldman meriterebbe davvero un premio ‘come miglior personaggio secondario‘ perché è davvero esilarante e con i suoi dialoghi stempera un po’ quell’atmosfera da thriller poliziesco.
Io sono nella categoria di chi ha divorato il romanzo perché mi è piaciuto davvero tanto e sono un po’ preoccupata ora del seguito. Sarà all’altezza del primo o no?
Dovrò leggerlo (spero divorarlo) per scoprirlo!

recensione a cura di Rossella Zampieri

Chi è Joël Dicker?

Joël Dicker è nato a Ginevra nel 1985. La verità sul caso Harry Quebert è il suo secondo romanzo. Il primo, Gli ultimi giorni dei nostri padri (Bompiani, 2015), ha ricevuto il Prix des écrivains genevois nel 2010. La verità sul caso Harry Quebert ha ottenuto il Grand Prix du roman de l’Académie Française 2012 e il Prix Goncourt des lycéens 2012.

Pubblicato in: #recensione

L’eredità dei Maddox, Christina Courtenay – RECENSIONE

‘L’eredita dei Maddox è un romanzo a doppia linea temporale ambientato principalmente nel IX secolo e nell’odierna Svezia. La trama ruota attorno alla storia dei due personaggi principali: Ceridwen, una giovane donna celtica di un villaggio gallese, e Haukr, il “Falco Bianco”, un capo vichingo. I due personaggi si incontrano per caso quando Haukr e i suoi uomini fanno irruzione nel villaggio di Ceridwen: la giovane donna è tra i prigionieri riportati all’insediamento vichingo per lavorare come schiavi o essere tenuti in ostaggio in attesa del pagamento di un riscatto. Ma quel giorno non sanno che quel raid cambierà le loro vite…
Tornando ai giorni nostri ecco Mia che eredita un cottage estivo in Svezia, appartenuto all’amatissima nonna, e deve decidere se venderlo o tenerlo. Di nuovo un incontro casuale, in un museo porta Mia a conoscere Haakon e soprattutto a indagare su ciò che potrebbe essere nascosto nel passato della sua proprietà, ed è allora che la sua vita inizia a ‘risuonare’ con ricordi che non sono suoi, ma di Ceridwen, complice un anello che appartiene alla sua famiglia da sempre. In Haakon ‘risuona Haukr e in Mia ritroviamo Ceridwen.
Presto capiamo che si tratta di amore a doppia linea temporale: la storia è ben ritmata ed è nel complesso piacevole da leggere. L’autrice mostra una buona conoscenza della storia e della cultura delle tribù vichinghe nel IX secolo, e l’andamento della narrazione che segue i ritrovamenti dei reperti negli scavi è piuttosto interessante.
I personaggi principali sono, purtroppo, un po’ stereotipati mentre gli antagonisti sono macchiette, totalmente cattivi e negativi, in tutti gli aspetti della loro personalità. Personalmente trovo preferibile quando i personaggi sono meno polarizzati verso gli estremi, sembrano più reali.
Alcuni dialoghi sono anche un po’ tirati e qualche volta ridondanti, non sono sicura che un vichingo nel IX secolo avrebbe mai risposto con delle frasi che paiono uscite da una serie TV attuale.

A parte questo, è una storia romantica e ben scritta, scorrevole e che sicuramente può piacere ai lettori interessati all’era vichinga e al romanticismo senza tempo.


Quarta di copertina: Mia si trova davanti a un dilemma. Ha appena ereditato dalla sua adorata nonna il cottage di famiglia in Svezia e, ancora affranta per il lutto, subisce la pressione del fidanzato Charles che le consiglia insistentemente di vendere quella vecchia casa e comprare un appartamento a Londra, dove vivono. Mia sa bene che i desideri di sua nonna sarebbero stati altri. L’avvio di uno scavo archeologico proprio nel giardino della proprietà le consente di prendere tempo: a quanto pare ci sono preziosissimi manufatti che potrebbero tornare alla luce. E Mia è sollevata di poter rimandare per un po’ quella scelta tanto difficile. Così parte per la Svezia, dove fa la conoscenza dell’affascinante archeologo Haakon Berger, responsabile dei lavori. Mentre lo scavo procede, tra i due sembra nascere un’intesa particolare… Cercando di resistere all’attrazione crescente, Mia e Haakon iniziano a ricostruire la storia di una nobildonna gallese, Ceri, e del misterioso vichingo noto come “Falco Bianco” che la portò via dal suo popolo. Può una storia d’amore antica di secoli condizionare due vite nel presente?


Chi è Christina Courtenay?

È una pluripremiata autrice di romanzi storici. È per metà inglese e per metà svedese e ha trascorso l’infanzia nei Paesi scandinavi: grazie a questa esperienza ha sviluppato una vera e propria passione per la storia dei vichinghi e i paesaggi suggestivi dei fiordi. Ha pubblicato undici romanzi e ha vinto due volte il prestigioso premio della Romantic Novelists’ Association. Vive in Galles. 

Pubblicato in: #mistery, #recensione, #thriller, Narrativa contemporanea, Romanzo

Nulla ti cancella, Michel Bussi – RECENSIONE

2010: Maddi Libèri è un medico generico e vive a Saint-Jean-de-Luz, ha una vita piena con Esteban, suo figlio di 10 anni. Un giorno d’estate lo lascia solo sulla spiaggia, una piccola abitudine per rendere più autonomo il bambino, qualche minuto e sarebbe tornato dopo aver preso il pane in panetteria. Ma l’abitudine non è sempre una buona amica e l’amatissimo figlio scompare.
Dieci anni dopo Maddi ha ricostruito la sua vita in Normandia ma torna sulla spiaggia di Saint-Jean-de-Luz in una sorta di personale pellegrinaggio.
Sulla spiaggia c’è un bambino. Uguale il costume da bagno, identica altezza, stessa corporatura, medesimo colore di capelli. Si avvicina. Il tempo si blocca. È Esteban, o il suo gemello perfetto. Maddi viene colta immediatamente da una vera ossessione, sapere chi è questo bambino. Si chiama Tom, vive a Murol in Auvergne. Lo segue al più presto. Decide di stabilirsi nella regione dei vulcani e comincia a seguire il piccolo. Più Maddi spia Tom, più le somiglianze con Esteban sembrano inspiegabili: sono identiche anche le passioni e le paure. Non ha senso. Oppure sì?
Fino a che punto Maddi sarà disposta a spingersi per scoprire la verità e salvare suo figlio (o questo bambino che gli somiglia così tanto)? 
Quello che quasi subito si rende palese è che Tom è in pericolo. E pare che solo lei possa proteggerlo.


Quando ci presentiamo sulla terra non cadiamo dal cielo, non veniamo lasciati da una cicogna. Siamo attesi, siamo accolti, e appena apriamo gli occhi abbiamo bisogno di un milione di punti di riferimento che ci guidino, una voce, un odore, una coperta calda […]
Non saremo mai altro che il risultato delle migliaia di tracce in cui ci imbatteremo, di migliaia di sassolini bianchi che altri hanno seminato sul nostro percorso. Li raccoglieremo o non li raccoglieremo. Chiunque lascia sassolini bianchi quando passa sulla terra, chiunque. Puoi chiamarla o non chiamarla reincarnazione.

L’intero romanzo è costruito attorno alla potenziale reincarnazione del giovane Esteban. Più la trama va avanti, più gli elementi portano a crederci. Il lato razionale spinge a cercare indizi per contrastare questa possibilità. Si inizia a svolgere una vera e propria indagine parallelamente a quelle che avvengono nel romanzo. 

«Ed è serio, questo professor Stevenson?
Voglio dire, è uno scienziato, ha un laboratorio? Cioè, sono chiacchiere o gli si può credere?».

«Che intendi con “gli si può credere”?».
«Be’, a quello che dice. Le testimonianze sono vere o no?».
«Cos’è secondo te che permette di stabilire se una cosa sia vera o no?».
«Non… non lo so… Immagino che se la maggior parte della gente pensa una cosa questa debba essere più vera che falsa».

Michel Bussi ci propone una storia ricca di colpi di scena. La trama di partenza poteva sembrare facile, una madre che perde il figlio e cerca di riempire il suo vuoto avvicinandosi al figlio di un altro. Tuttavia, l’autore ci proporrà una storia sorprendente ed enigmatica, flirtando dolcemente con il soprannaturale. Gioca con i nostri nervi fino alla fine mantenendo la suspense fino all’ultima pagina. Tutti i pezzi del puzzle andranno a posto a poco a poco per offrirci non un colpo di scena finale, ma un totale capovolgimento della situazione.  
Bussi al 100%: mistico, talvolta irrazionale, avvincente e profondamente psicologico. Tutto è creato per renderci dipendenti e mandarci dritti contro il muro dell’intrigo.
Si aggiunge a questo un’ambientazione scelta con occhio clinico e splendidamente descritta ed il lettore è preso nella tela. I personaggi sono strutturati bene anche se talvolta non troppo approfonditi, alcuni di essi avrebbero meritato un maggiore spazio, forse il fatto che il libro sia già piuttosto voluminoso ha influito su questa scelta.
Un romanzo avvincente con una costruzione impeccabile e una scrittura raffinata.
Il finale è perfetto, ricercato e impossibile da anticipare, ma forse un po’ troppo “grande” per convincere completamente. Nonostante questo, Niente ti cancella è un romanzo pazzesco che non si riesce a mettere giù fino a quando non è finito e che non può mancare nella nostra libreria. 


Quarta di copertina: Una mattina di giugno del 2010 Esteban, di dieci anni, scompare sulla spiaggia basca di Saint-Jean-de-Luz. Nessuno sa niente, nessuno ha visto niente. Dopo le infruttuose ricerche della polizia locale la dottoressa Maddi Libéri, madre di Esteban, lascia il Paese basco e va a rifarsi una vita in Normandia. Torna a Saint-Jean-de-Luz dieci anni dopo, quasi in pellegrinaggio, e sulla stessa spiaggia vede un bambino di dieci anni che è la copia identica di Esteban, indossa lo stesso costume, ha addirittura una voglia nello stesso punto della pelle in cui l’aveva Esteban. Si apposta, lo spia, riesce a scoprire che il bambino si chiama Tom e vive con la madre a Murol, un paesino dell’Alvernia, antica zona vulcanica al centro della Francia. Colpita dalla straordinaria rassomiglianza e dalle incredibili coincidenze, Maddi si trasferisce a Murol, dove apre uno studio medico e segue da vicino Tom, scoprendo presto che corre un grosso pericolo. Vuole salvarlo, ma l’interesse che mostra per un bambino non suo suscita sospetti in paese. Nel frattempo le coincidenze si moltiplicano. Tom sembra la reincarnazione di Esteban, concetto inaccettabile per la mente scientifica della dottoressa Libéri e allo stesso tempo barlume di speranza per la madre inconsolabile. La ricerca della verità di Maddi segue un percorso parallelo di scientificità e irrazionalità, e a complicare le cose contribuiscono due misteriosi omicidi.


Chi é Michel Bussi?

Autore francese di gialli più venduto oltralpe. È nato in Normandia, dove sono ambientati diversi suoi romanzi e dove insegna geografia all’Università di Rouen. Ninfee nere (Edizioni E/O 2016) è stato il romanzo giallo che nel 2011, anno della sua pubblicazione in Francia, ha avuto il maggior numero di premi: Prix Polar Michel Lebrun, Grand Prix Gustave Flaubert, Prix polar méditerranéen, Prix des lecteurs du festival Polar de Cognac, Prix Goutte de Sang d’encre de Vienne. Tra le sue pubblicazioni per E/O figurano: Tempo assassino (2017), Mai dimenticare (2017), La doppia madre (2018), Il quaderno rosso (2018), La follia mazzarino (2019), Usciti di Senna (2020), la saga distopica N.E.O La caduta del sole di ferro (2020) e Tutto ciò che è sulla terra morirà (2021).

Pubblicato in: #mistery, #recensione, #thriller, Romanzo, storico

Pandora, Susan Stokes-Chapman – RECENSIONE


Una storia ambientata nell’Inghilterra georgiana, siamo nel 1799, combina elementi della mitologia greca con personali tradimenti, inganni e una diffusa avidità. Una storia piena di suspense e intrighi che viviamo come avvincente e appassionante, mentre facciamo un viaggio nell’affascinante mondo dell’antiquariato.
Sul sito ufficiale dell’autrice scopriamo quale sia stata l’ispirazione iniziale per questo romanzo: l’affondamento, avvenuto nel 1798, dell’HMS Colossus, vascello che trasportava gran parte della preziosa collezione di reperti archeologici greci del diplomatico William Hamilton. 

La protagonista Pandora/Dora vive con suo zio Hezekiah in un negozio di antiquariato in pessime condizioni che un tempo era di proprietà dei suoi genitori. Tuttavia, nel corso degli anni, Dora ha scoperto molto poco sulla morte dei suoi genitori, tranne il fatto che sono morti improvvisamente in seguito a un incidente in un sito archeologico, lasciando molte domande senza risposta.

Dopo aver terminato la scuola, Dora concentra le sue ambizioni nel design di gioielli, ma nel suo intimo sogna ancora di poter far tornare il negozio dei suoi genitori agli antichi fasti; quando un vaso decorato arriva al negozio, il suo interesse viene immediatamente stuzzicato. Non solo perché questo tesoro è un oggetto di indubbia bellezza e sicuramente misterioso, ma anche perché da esso è in grado di trarre ispirazione per la sua gamma di gioielli. Il suo interesse prenderà una direzione diversa quando verranno alla luce il valore storico e l’alone di mistero quasi mistico attribuiti a questo pezzo archeologico. Il vaso di Pandora?

Nel frattempo, Edward Lawrence entra nella sua vita attraverso un intermediario e così i loro mondi s’ incontrano e scontrano. Li seguiremo in un viaggio di scoperta interpersonale ma anche di rivelazione di una pericolosa rete di frodi e inganni dove Dora dovrà affrontare realtà che forse non è ancora pronta ad accettare.

Sicuramente un bel libro da leggere senza troppe pretese, narrativa storica con una sana spolverata di mitologia: una storia per tutti con il punto forte di una trama e un’ambientazione davvero interessanti e che mescolano archeologia, mistero e una ricca dose di fantasia. I personaggi principali (a parte lo zio che pare davvero un cattivo da cartone animato) sono tratteggiati con garbo e ci sono abbastanza intrighi e narrazione per mantenere il lettore interessato fino alla fine. 
Risulta un po’ prolisso in alcune parti, soprattutto inizialmente per poi accelerare troppo verso la fine. Qualche pecca la possiamo perdonare contando che si tratta di un romanzo di esordio di una così promettente autrice.


Autore: Susan Stokes-Chapman
Editore: Neri Pozza
In commercio dal: 27 gennaio 2022
Pagine: 352 p., Brossura
EAN: 9788854522756

Londra, 1799. Un tempo rinomato, l’Emporio di Antichità Esotiche dei Blake, racchiuso fra un caffè e la bottega di un merciaio, ha da offrire soltanto opere contraffatte, armature scalcagnate e ninnoli privi di valore da quando è finito nelle mani di Hezekiah Blake dopo la tragica morte di suo fratello Elijah. Stimati archeologi e collezionisti, Elijah Blake e sua moglie Helen sono rimasti uccisi dal crollo di uno scavo in Grecia. L’incidente ha lasciato illesa Pandora, la figlia della illustre coppia, ma ha determinato la sciatta decadenza dell’Emporio, rapidamente divenuto una bottega di polverose cianfrusaglie nelle mani sbagliate di Hezekiah. Gli anni sono passati e Pandora, detta Dora, è ora una giovane donna che sogna di diventare un’artista orafa. Un sogno che lei coltiva con caparbietà mentre trascorre le sue ore nell’Emporio in cui l’inettitudine e l’oscura attività dello zio trascinano sempre più il nome dei Blake nell’infamia e nell’oblio. Un giorno, di ritorno al negozio, una scena spaventosa si schiude davanti agli occhi della ragazza: di fronte all’Emporio giace, ribaltato, un carro. Il cavallo, sdraiato sul fianco, sembra illeso, Hezekiah, invece, è intrappolato sotto l’animale. Attorno a lui tre uomini malvestiti, con il terrore negli occhi e l’odore salmastro dei marinai addosso, armeggiano e imprecano alla scalogna mentre fissano una cassa incrostata di molluschi rimbalzata sul selciato. Nei giorni successivi Hezekiah, malconcio e sospettoso, chiude la cassa a chiave nello scantinato e vieta alla nipote di accedervi. Che cosa c’è in quella cassa? Perché Hezekiah è impallidito quando la nipote glielo ha domandato? E per quale motivo ordina a chiunque di non mettere piede nello scantinato? Incapace di tenere a freno la curiosità, Dora si avventura nello stanzino buio e umido per imbattersi in qualcosa che cambierà per sempre la sua vita.


Chi è Susan Stokes – Chapman?


Susan Stokes-Chapman (1985) è cresciuta a Lichfield, Staffordshire, ha studiato per quattro anni alla Aberystwyth University, laureandosi con un BA in Educazione e Letteratura Inglese e un MA in Scrittura Creativa. Lavora nell’istruzione superiore e attualmente vive nelle West Midlands. Nel 2022 Neri Pozza ha pubblicato in Italia Pandora, il suo romanzo d’esordio.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: Le vite nascoste dei colori – Laura Imai Messina

Recensione di Giulietta Frattini

Sono stata attirata da questo libro per tanti motivi: la copertina così delicata e così giapponese, la parola “colori” nel titolo perché è un’idea veramente molto personale, la scrittrice italiana che avevo adocchiato in altri titoli che non ho ancora avuto l’ispirazione per leggere.

La storia parla di Mio e del fatto che grazie alla sua visione tetracromatica, il colore diventa il centro della sua vita. Ma la storia parla anche di Aoi – capiamo subito essere una persona importante dato il nome – che però di colori ne vede pochissimi in quanto daltonico.
In mezzo alla loro storia d’amore si intrecciano le storie delle loro famiglie, con un colpo di scena abbastanza scontato ma che si inserisce perfettamente nella narrazione, e delle persone che frequentano l’atelier, l’agenzia funebre e il negozio di colori Pigment.

Tra i personaggi secondari mi sono piaciute tantissimo le due bambine Alma e Rui, che prendono lezione sul colore da Mio. La piccola Rui ha un trauma che si porta dietro dalla precedente famiglia e la nuova madre adottiva spera di farla stare bene tramite queste lezioni. Tuttavia questa storia svanisce letteralmente nel nulla e mi è dispiaciuto molto non vederne la fine – era anche un ottimo spunto per imparare aneddoti interessanti sui colori.

La cosa che colpisce nella lettura è la capacità di Mio di nominare i colori come nessun altro: una miriade di aggettivi, nomi e perifrasi usati per descrivere ogni colore che dà al lettore la certezza di immaginarsi un colore “giusto”: non un nero qualsiasi, ma un “nero mezzanotte con una punta di luna”. Bellissimo.

Romanzo assolutamente consigliato se volete una lettura colorata e leggera, ma con una punta di malinconia.


Il libro

pp. 328
€ 18,50
ISBN 9788806248475

Nero mezzanotte con una punta di luna, indaco che sa di mirtillo, giallo della pesca matura un attimo prima che si stacchi dal ramo: Mio sa cogliere e nominare tutti i colori del mondo. Ha appreso l’arte dei dettagli invisibili guardando danzare ago e filo sui kimono da sposa, e ora i colori sono il suo alfabeto, la sua bacchetta magica, il suo sguardo segreto. Aoi, invece, accompagna le persone nel giorno piú buio: lui prepara chi se ne va e, allo stesso modo, anche chi resta. Conosce i gesti e i silenzi della cura. All’inizio sembra l’amore perfetto, l’incanto di chi scopre una lingua comune per guardare al di là delle cose. Ma il loro incontro non è avvenuto per caso.

Non sempre nascere con un dono è un vantaggio, di certo è una responsabilità. Mio è una giovane donna dallo sguardo speciale: i suoi occhi sono capaci di cogliere ogni minima sfumatura e dare un nome a tutte le tonalità, soprattutto quelle invisibili. Nell’atelier dove la sua famiglia cuce e ricama kimono nuziali con gesti preziosi tramandati da generazioni, ha imparato fin da piccola la potenza dei dettagli, scoprendo in segreto le vite nascoste dei colori. Ma a custodire un segreto, in questa storia, non è la sola. Aoi possiede la sensibilità rara di capire a prima vista chi ha di fronte: la sua agenzia organizza cerimonie funebri, e lui – allo stesso modo di un mago – sa sempre come accompagnare i vivi e i morti nel giorno piú buio. Quando i loro destini s’incrociano in una mattina qualsiasi, Mio e Aoi si specchiano l’una nell’altro come due colori complementari. Sarebbe tutto perfetto, se non fosse che il loro incontro non è stato casuale: ancora non lo sanno, ma le loro esistenze stanno per entrare in collisione. Laura Imai Messina sa raccontare il potere magico delle cose di tutti i giorni, fa scintillare le coincidenze, anima le storie come in una danza da cui si sprigiona, semplicemente, il prodigio dello stare al mondo. E il Giappone, luogo di tutte le contraddizioni, è l’alambicco ideale di questo incantesimo. Cosí per le strade di Tōkyō, città da sempre scagliata verso il futuro, si celebrano ogni giorno le antiche pratiche di una cultura millenaria, i rituali dei matrimoni e dei funerali, le cerimonie del passaggio. Le vite nascoste dei colori – una fiaba metropolitana capace di ammaliare il lettore – ci fa conoscere la forza dell’amore tra due figure indimenticabili e opposte. Due personaggi unici, legati a doppio filo da un nodo di meraviglia che aspetta soltanto di manifestarsi.

L’autrice

Laura Imai Messina è nata a Roma. A ventitre anni si è trasferita a Tōkyō, dove ha conseguito un dottorato in Letteratura. Attualmente insegna italiano presso alcune tra le piú prestigiose università della capitale giapponese. È autrice di romanzi, saggi e storie per ragazzi. Nel 2020 è uscito Quel che affidiamo al vento (Piemme), caso editoriale in corso di traduzione in oltre venti Paesi, i cui diritti cinematografici sono stati opzionati da Cattleya. Per Einaudi ha pubblicato Tokyo tutto l’anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli (2020 e 2022) e Le vite nascoste dei colori (2021). Collabora con numerosi inserti culturali italiani, e insegna presso la Scuola Holden. Vive tra Kamakura e Tokyo con il marito Ryosuke e i figli, Claudio Sosuke ed Emilio Kosuke.
Il suo sito è www.lauraimaimessina.com.

Pubblicato in: #recensione, Narrativa contemporanea, Romanzo

I nostri cuori chimici, Krystal Sutherland – recensione

« Ti hanno corrotto con questa stronzata che “l’amore è pazienza, l’amore è gentilezza” fin da quando eri piccolo. Ma l’amore è scienza. Voglio dire, si tratta solo di una reazione chimica nel cervello. A volte la reazione dura una vita, ripetendosi costantemente. Altre no. Altre si trasforma in una supernova e inizia a spegnersi. Siamo solo dei cuori chimici. Questo rende l’amore meno folgorante? Non penso. Ecco perché non capisco perché la gente dica sempre ” il cinquanta percento dei matrimoni finisce in divorzio” come giustificazione per non sposarsi. Solo perché un amore finisce non significa che non sia stato vero amore.»

Quando ci si avvicina ad un romanzo definito ‘YA’ subito scatta la presunzione di avere a che fare con contenuti poco profondi, probabilmente banali e con uno sviluppo di trama quantomeno scontato. In alcuni casi questo è vero, in questo caso in particolare non è così.
I personaggi non sono adolescenti patinati e straordinariamente belli, non sono angeli/demoni/prescelti/stregoni/fate, non sono particolarmente ricchi e non vivono in nessun posto pazzesco e incredibile. Vivono in qualche città abbastanza normale e appartengono in gran parte alla middle class, frequentano una scuola ordinaria che non è il liceo fighetto e nemmeno la scuola devastata con i metal detector.
Attraversiamo la narrazione in velocità grazie alla scrittura brillante e fluida che rende il protagonista, molto ben caratterizzato, un buon amico nel giro di poche pagine. Molto azzeccate anche le varie citazioni sparse all’interno del romanzo che vi faranno sorridere.
Facile immedesimarsi nel personaggio di Henry Page, con i suoi amici, la famiglia e i sogni nel cassetto, meno facile il contraltare femminile, Grace Town, tutto da scoprire mano mano che la storia si dipana.
Nulla di scontato dunque in questi ‘cuori chimici’, nessuno (o quasi) stereotipo mainstream per la classica storia d’amore adolescenziale. Ci sono due persone che crescono in un rapporto difficile che forse è amore o forse è dipendenza, forse è un rapporto tossico o forse è quello che ci voleva per poter fare un passo avanti nella vita.
Un romanzo ricco e forte, numerosi i personaggi ‘secondari’ che ci piacerebbe conoscere meglio, prima di tutto la sorella maggiore Sadie e lo stravagante Murray.
Perfetto per giovani adulti ma sicuramente apprezzabile da tutti quelli che hanno ancora un po’ di verve adolescenziale.

Le persone non hanno anime gemelle. Le persone si creano la loro anima gemella.

Henry Page non è fisicato, non è famoso nei corridoi della scuola, è appassionato di scrittura, dotato di un sense of humor molto sviluppato, fondamentalmente è un bravo ragazzo che non è mai stato innamorato. Grace Town irromperà nella sua vita con un carico di mille megatoni, e ci vorrà un bel po’ prima che Henry possa venire a capo, per quanto possibile, del puzzle di pezzi componenti questa ragazza così strana.
Henry Page è uno di noi mentre Grace è l’outsider. Ma è davvero così?
Impossibile andare avanti senza fare spoiler, da noi sono vietati, quindi conviene fermarsi qui.
Il libro funziona ed è una spanna sopra molte pubblicazioni considerabili simili, certamente un buon romanzo con contenuti non banali e una profondità maggiore di quella che ci si potrebbe aspettare.

Perché non vali meno della polvere di stelle, ma tutto ciò che posso regalarti è sporcizia.



Il film omonimo tratto dal romanzo (che trovate su Amazon prime video) è inferiore da questo punto di vista ma è comunque di un ottimo livello, gli interpreti sono azzeccati (Grace interpretata da Lily Reinhart e Henry interpretato da Austin Abrams) e il personaggio di Henry Page è tratteggiato correttamente, lo sviluppo narrativo perde molti colpi in gara con il corrispettivo cartaceo ma vince in simpatia e la semplificazione della storia è piuttosto riuscita. Rimane vincente la figura della sorella maggiore, forse in questa versione persino migliore.

Riassumendo: da leggere se si apprezzano romanzi con una buona dose di romanticismo ma non scontati e, diciamolo, patetici. Il film è un sicuramente un buon modo per farsi un’idea e capire se merita la pena.
Per noi sì.

a cura di Bianca Casale


Quarta di copertina: Paradossalmente, la colpa è del suo inguaribile romanticismo: è da sempre così aggrappato al sogno del Grande Amore da non aver lasciato spazio alle cotte che da anni elettrizzano le vite dei suoi amici. Non è una scena da film nemmeno il primo incontro con Grace Town: Grace cammina con un bastone, porta vestiti da ragazzo troppo grandi per lei, ha sempre lo sguardo basso. Complice il giornale della scuola, Henry se la ritrova vicina di scrivania, e presto precipita nella rete gravitazionale di Grace, che più conosce, e più diventa un mistero. Grace ha ovviamente qualcosa di spezzato, ma questo non fa che attirare Henry sempre di più.


Chi é l’autrice?

Krystal Sutherland è un’autrice pubblicata a livello internazionale. Il suo primo romanzo, Chemical Hearts, è stato pubblicato in oltre 20 paesi ed è stato nominato dall’American Booksellers Association come uno dei migliori debutti del 2016. L’adattamento cinematografico, prodotto da Amazon Studios, vede protagonisti Lili Reinhart (Riverdale) e Austin Abrams (Dash &Lili, Euphoria); Sutherland è stato produttore esecutivo del progetto. 
Il suo secondo romanzo, A Semi-Definitive List of Worst Nightmares , è stato pubblicato con successo di critica nel 2017 ed è stato scelto per l’adattamento da Yellow Bird US. Nel 2018, è apparsa nell’elenco annuale “30 Under 30” di Forbes. Originaria dell’Australia, ha vissuto in quattro continenti e attualmente vive a Londra. Il suo prossimo romanzo per giovani adulti, House of Hollow, sarà pubblicato da Penguin nella primavera del 2021.

Pubblicato in: #recensione, Romanzo

La felicità del lupo, Paolo Cognetti- recensione

«Silvia rise. E di cosa sa gennaio? Di cosa sapeva gennaio? Fumo di stufa. Prati secchi e gelati in attesa della neve. Il corpo nudo di una ragazza dopo una lunga solitudine. Sapeva di miracolo»

Con il romanzo vincitore del Premio Strega 2017, ‘Le otto montagne’, Paolo Cognetti è passato da autore emergente ad autore da oltre un milione di copie vendute.

Grande era quindi l’attesa del lavoro successivo; oltre l’attesa c’era anche l’ansia ed il timore che questo nuovo libro non fosse all’altezza del suo precedente più insigne. Poteva deludere le alte aspettative, non sarebbe stato certo il primo caso del genere.
Togliamo subito il velo del sospetto: il romanzo è ottimo, le recensioni positive si sprecano e la stella dello scrittore è vivida e ben alta nel cielo. Un cielo montano.
Perché sì, Cognetti parla ancora di montagna e dei suoi abitanti ma anche di ricerca di sé e di amore. La cifra stilistica riconoscibile e ben delineata torna a colpire come l’accetta dei taglialegna per cui il protagonista Fausto lavorerà.
La narrazione prende quota, è il caso di dirlo, immediatamente e con forza. Quella che arriva invece con calma è la profondità della visione, la luce ed il taglio dei personaggi principali.
L’amore, recuperato e un po’ naufrago tra Silvia e Fausto, e anche l’amicizia, il sodalizio.


Fausto ha quarant’anni, è uno ‘scrittore’ ma ha un solo libro all’attivo, ha mollato la città e anche la storia (lunga) con la sua compagna, si rifugia in montagna a fare il cuoco nel ristorante dell’enigmatica Babette, nome d’arte di una donna di certo eccezionale.

«C’è sempre bisogno di qualcuno che faccia da mangiare; di qualcuno che scriva, non sempre»

Sempre da Babette, lavora anche Silvia, ventisettenne con la volontà di salire ancora più in alto, vuol lavorare sul ghiacciaio del Rosa.
Santorso, ex forestale e montagnino doc e ancora Pasang, lo Sherpa che ama filosofeggiare sulle scalate e poi il Quintino Sella e la vita di rifugio d’alta quota.
Cognetti ci permette di seguire i destini dei suoi personaggi senza giudicarli, accompagnandoli per un porzione di esistenza e raccontando una visione ‘analogica’ della vita; ben distante dal luccichio degli schermi degli smartphone e dal brillio fasullo dei social media.
Espone ben chiaro il tentativo di ricerca della felicità o quantomeno della serenità, di mollar giù un passato ormai scomodo come un vecchio zaino sformato e di come alle volte non sempre la felicità sia da cercare lontano, in alto o a Nord, bensì dentro le proprie scelte. E non c’è immutabilità ma solo rassicurazione, si può stare fermi nello stesso posto come un albero (o Santorso e gli altri montagnini) oppure muoversi erranti come i lupi. Quei lupi che stanno facendo ritorno ai territori abbandonati dal predatore uomo, felici di una felicità radicata nella libertà di essere sé stessi e assecondare il proprio ritmo, il proprio fiato.
Il racconto parla chiaro e forte di quel momento, che sia l’età di mezzo di Fausto, quella più giovane di Silvia o ancora quella più attempata di Babette, in cui giunge l’ora di assecondare il proprio divenire e passo dopo passo occorre seguire un sentiero, nuovo o conosciuto che sia.

a cura di Bianca Casale



Arrivato alla fine di una lunga relazione, Fausto cerca rifugio tra i sentieri dove camminava da bambino. A Fontana Fredda incontra Babette, anche lei fuggita da Milano molto tempo prima, che gli propone di fare il cuoco nel suo ristorante, tra gli sciatori della piccola pista e gli operai della seggiovia. Silvia è lí che serve ai tavoli, e non sa ancora se la montagna è il nascondiglio di un inverno o un desiderio duraturo, se prima o poi riuscirà a trovare il suo passo e se è pronta ad accordarlo a quello di Fausto. E poi c’è Santorso, che vede lungo e beve troppo, e scopre di essersi affezionato a quel forestiero dai modi spicci, capace di camminare in silenzio come un montanaro. Mentre cucina per i gattisti che d’inverno battono la pista e per i boscaioli che d’estate profumano il bosco impilando cataste di tronchi, Fausto ritrova il gusto per le cose e per la cura degli altri, assapora il desiderio del corpo e l’abbandono. Che esista o no, il luogo della felicità, lui sente di essere esattamente dove deve stare. Di Paolo Cognetti conosciamo lo sguardo luminoso e la voce limpida, il dono di osservare le relazioni umane nel loro dialogo ininterrotto con la natura, che siano i boschi di larici dei duemila metri o il paesaggio di roccia e ghiaccio dei tremila. Con le loro ferite e irrequietezze, quando scappano e quando poi fanno ritorno, i suoi personaggi ci sembrano amici che conosciamo da sempre, di quelli rari. È per questo, forse, che tra le pagine vive di questo libro purificatore abbiamo l’impressione di attraversare non le stagioni di un anno, ma di una vita intera.


Chi è l’autore?

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Ha esordito con alcune raccolte di racconti pubblicate da Minimum Fax. Ha scritto, tra le altre cose, Il ragazzo selvatico (Terre di Mezzo, 2013), Le otto montagne (Einaudi, 2016) e Senza mai arrivare in cima (Einaudi, 2018). Con Le otto montagne, che è stato tradotto in oltre 40 Paesi e che nel 2022 uscirà nei cinema, ha vinto nel 2017 il Premio Strega, il Premio Strega Giovani e il Prix Médicis étranger. Nel 2021 è uscito sia come film-documentario sia in forma di podcast: Sogni di Grande Nord.

Pubblicato in: #recensione, #thriller, in valigia

Nelle sue ossa, Maria Elisa Gualandris – recensione

Questo mondo che sembra non volerci, forse, prima o poi, si accorgerà che si sta perdendo qualcosa.

Il giallo scritto dalla giornalista Maria Elisa Gualandris è, oltre tutto il resto, un atto di denuncia nei confronti della precarietà. Una condizione in cui versano, tragicamente, un numero immane di persone, giovani e meno giovani.
La protagonista, Benedetta Allegri, è una giornalista che si occupa di cronaca nera ma nonostante la bravura e l’impegno profuso nel lavoro è ancora una precaria e di questa incertezza soffre e patisce.
Ci si ritrova facilmente nel personaggio della giovane giornalista iperpreparata, una donna che credeva di essersi scelta il proprio futuro grazie alle sue capacità ed ai titoli conseguiti, che rappresenta appieno la nostra generazione: trentenni e quarantenni titolati, pieni di risorse e capacità ma comunque impossibilitati a ritagliarsi il giusto posto nel mondo, a continuare a stringere i denti nell’attesa dell’occasione per trovare sicurezza e stabilità.
Io stessa sono stata una libera professionista per moltissimo tempo e successivamente una precaria. Per cui mi ritrovo perfettamente nella figura descritta, che è quindi assolutamente credibile e ben inserita nel contesto sociale raccontato nel romanzo.
Il cold case.
Benedetta, in fase di stallo sentimentale e lavorativo, si imbatte nel caso di Giulia Ferrari, una giovane studentessa, scomparsa senza lasciare tracce nel lontano 1978. La protagonista, dopotutto per quanto realistico siamo comunque in un romanzo, ha intorno a sé una pletora di co-protagonisti interessanti: il fidanzato Andre, l’avvocata Viola e Francesco e molti altri, ma non vogliamo svelarvi troppo degli altri personaggi.
Il giallo si dipana e presto impareremo che non è, per niente, tutto semplice come la procura tenderebbe a far credere in un primo momento.
Grazie ad un intreccio ben architettato, ed alla bellissima ambientazione sul lago Maggiore, il romanzo prende subito piede ed è difficile smettere di leggere prima di scoprire chi era Giulia e cosa le accadde tanti anni prima.
Siamo nel comune di Verbania, nonostante la città sia citata direttamente solo all’inizio assieme a Pallanza, una sua frazione. C’è solo qualche incursione nella vicina Milano, ma per il resto rimaniamo sul lago Maggiore che con la sua presenza sempre quieta ma attivamente addentro alla storia ci accompagna come un vecchio amico attraverso le trecento pagine di questo romanzo.
La storia scorre benissimo e, a parte alcune piccole pecche di pedanteria o più che altro prolissità, forse volute ma sinceramente non troppo gradevoli, espleta perfettamente il suo compito di intrattenere.
Si legge in poco tempo e lascia un piacevole ricordo.
Perfetto per gli appassionati di gialli ma sicuramente gradevole per ogni lettore che si rispetti e per chi vuole qualche brivido da portarsi comodamente in vacanza.
La Allegri potrebbe diventare la protagonista di una serie di romanzi?
Certamente, noi crediamo che questo sia solo uno dei tanti casi che la giornalista potrebbe risolvere e che, anzi, un maggior numero di libri (mai dire mai) sarebbero utili non solo a conoscere tutti i protagonisti incontrati nel romanzo, ma anche ad esplorare un’evocativa zona lacustre come quella del Lago Maggiore.
E perché no, magari anche la realizzazione di una serie TV!

✎©Bianca Casale, Giulietta Frattini

♥♥Ringraziamo Simona Mirabello


LA PAGINA DI AMAZON DEDICATA AL LIBRO DI MARIA ELISA GUALANDRIS



Durante un restauro, nella cantina di una villa sul lago vengono trovate ossa umane. Sono lì da almeno quarant’anni e nessuno ha idea di chi possano essere. La giornalista Benedetta Allegri si imbatte nella vicenda e spera che possa essere l’occasione per rilanciare la sua carriera precaria. Aiutata dall’affascinante commissario Giuliani, scopre che le ossa sono di Giulia Ferrari, una studentessa scomparsa nel 1978 che nessuno ha mai veramente cercato. La procura ha fretta di archiviare il caso e cerca di far ricadere la colpa su quello che all’epoca era il fidanzato della ragazza.
Benedetta, però, intuisce che la sua tranquilla cittadina di provincia nasconde molti segreti ed è pronta a tutto pur di giungere alla verità e ottenere giustizia per Giulia.




Dicono dell’autrice

Nelle sue ossa", il romanzo d'esordio di Maria Elisa Gualandris - Stampa  Diocesana Novarese

Maria Elisa Gualandris è laureata in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, vive sul Lago Maggiore ed è una giornalista professionista. Ogni mattina conduce il programma “Giornale e Caffè” su Rvl La Radio. Nel 2016 ha creato il blog “I libri di Meg” per condividere la sua passione per la lettura. È stata finalista al concorso “GialloStresa” nel 2013 con il racconto “Pesach”, pubblicato nell’antologia Giallolago (Eclissi).


Pubblicato in: #recensione, Romanzo

Jonathan Strange e Il Signor Norrell, Susanna Clarke

Recensione a cura di Giulietta Frattini

È meglio partire in maniera onesta: sì, ci sono romanzi fantasy che sono scritti in modo più accattivante (e non come un romanzo storico di fine Ottocento), altri che hanno storie avventurose e protagonisti epici (il signor Norrell non è quello che si definirebbe “uno spigliato uomo di compagnia”) e sì, ci sono libri che hanno trame più oscure, e ci sono anche libri più cinici e più spietati nei confronti dei propri personaggi. Ma a dispetto delle quasi 1000 pagine, non c’è un romanzo fantasy come Jonathan Strange & il signor Norrell nel mondo (per lo meno se consideriamo i romanzi fantastici inglesi scritti negli ultimi settant’anni, parola di Neil Gaiman.

Jonathan Strange & il signor Norrell è il primo (ma non unico!) romanzo di Susanna Clarke, un’opera di esordio la cui stesura ha avuto una durata record: undici anni, dal 1992 al 2003 (pubblicato nel 2004) ma capace di fruttare all’autrice il premio Hugo di miglior romanzo nel 2005 (anno in cui è stato pubblicato anche in Italia con Longanesi).

È un libro che bisogna leggere con pazienza ed attenzione, in modo da apprezzare i giochi di parole che i nomi inglesi lasciano intendere (a volte lasciati in originale ma nel complesso stupendamente tradotti in modo da rispecchiare il senso trasmesso dall’originale).

Tutto ciò che appare nel libro è un grande percorso fatto di primi passi (nel mondo nella magia, prima, e poi come maghi), l’esperienza e l’esuberanza, l’egoismo, l’amore, la vita e, insieme, la morte.

La narrazione è costruita come se gli avvenimenti raccontati siano fatti storici realmente accaduti, sullo sfondo delle vicende dei vari personaggi il lettore può seguire anche un’altra storia: quella della mitologia originale (una fusione di vari miti tradizionali inglesi del nostro mondo) grazie ad un ricco apparato di note a piè pagina che riferiscono non solo dettagli biografici sui personaggi storici realmente vissuti, il duca di Wellington, Lord Byron e Giorgio III, ma anche di personaggi fittizi appartenenti al mondo della magia. Tra le note non manca anche una dettagliatissima bibliografia dei volumi e dei trattati sulla magia da cui sono tratte le informazioni che i personaggi si scambiano tra loro. Alcune delle note a piè di pagina sono enormi e interrompono la narrazione. Tuttavia, sono importanti per capire la storia in tutte le sue sfaccettature e aiutano ad aggiungere ulteriore peso alla sensazione di guardare un mondo che è come il nostro (solo meglio).

Punto di congiunzione tra queste due “storie” è la libreria che entrambi i due maghi protagonisti adorano, i libri che consultano e scrivono e, verso la fine, li caratterizzano. I libri sono ovunque nelle vicende dei nostri eroi e le vicende dei nostri eroi sono nei libri, la conoscenza della parola scritta svolgerà un ruolo determinante nell’evolversi della trama.
Norrell è cauto, studioso e autocosciente, Strange è sconsiderato, aperto a nuove conoscenze più pratiche. È ansioso di spingere i limiti del suo insegnante oltre l’approccio limitato alla magia e di mettere in pratica i magici insegnamenti ricevuti.
Combatte nella guerra napoleonica per rendere grande e nobile la magia arricchendone la sua fama mitologica mentre Norrell rimane nella sua biblioteca, a distanza, limitandosi a lanciare magie meteorologiche per spaventare e facilitare l’inseguimento dei francesi. I loro caratteri contrastanti, impuntati sulle proprie ferree convinzioni, li spingono ad agire, a volte, anche in maniera non proprio esemplare.
Strange è giovane, ma è anche pratico per le esigenze del suo paese, non sorprende quindi che l’Inghilterra stessa lo preferisca al suo maestro, il signor Norrell.

«Può un mago uccidere un uomo per magia?” Chiese Lord Wellington a Strange. Strange si
accigliò. Sembrava non gradire la domanda. “Suppongo che un mago potrebbe”, ha
ammesso, “ma un gentiluomo non lo farebbe mai»

I lettori che amano i classici ottocenteschi, con la loro prosa elegante che dispiega la trama senza trascurare nessun dettaglio scenico (l’opera sembra scritta proprio da un’inglese dell’Ottocento, da una Jane Austen alternativa), avranno di che rallegrarsi da questa lettura. Coloro che invece prediligono ritmo e azione rischiano di dover combattere la noia non poco.
La componente magica si manifesta in incantesimi momentanei, dai fini prettamente pratici o, al massimo, scenografici. Nessuno spettacolare duello di magia o altisonante incantesimo da imparare.
L’apice di questo tipo di narrazione lo raggiungono i due maghi protagonisti: i loro scambi di opinioni rappresentano un duello all’arma bianca molto piacevole da seguire.
Certo, non è scorrevolissimo ma neanche difficile.
L’unica pecca sentita in maniera sensibile da un lettore non inglese è il dibattito filosofico sul carattere dell’Inghilterra e sulle distinzioni tra nord e sud, noiose in quanto in qualche modo non accessibili e prive di rilevanza per il lettore straniero. In un certo senso si può leggere tra le righe delle similitudini con il mescolarsi delle diverse culture nel nostro secolo.
Jonathan Strange e il Signor Norrell resta comunque un classico della letteratura fantastica, una favola per adulti descritta con precisione e con una cura tale da volerne ancora nonostante il finale perfetto.

La BBC America è riuscita ad acquistare i diritti per la trasposizione dell’opera, dando vita
nel 2015 ad una serie di soli sette episodi, scritta da Peter Harness e diretta da
Toby Haynes, con Bertie Carvel e Eddie Marsan nei ruoli rispettivamente di Jonathan
Strange e di Gilbert Norrell (che potete vedere sulla copertina dell’edizione più recente del
romanzo).



Quarta di copertina: Il romanzo ci porta in un Ottocento inglese alternativo, in cui la magia c’è stata
davvero ma è ormai scomparsa, rimangono quasi solo leggende come quella di Re Corvo, il grande mago capace di fondere la sapienza delle fate con la ragione umana.
Ma dalle regioni del Nord, un tempo visitate da elfi e folletti appare, il signor Norrell un uomo dalle straordinarie abilità e capace di far parlare le statue della cattedrale di York. La notizia sembra segnare il ritorno della magia in Inghilterra, e Norrell si trasferisce a Londra per offrire i suoi servizi magici al governo, impegnato nella guerra contro Napoleone. Si imbatte in ciarlatani, finti indovini, personaggi equivoci e in un uomo, un “mago” riconosciuto di nome Vinculus, che gli parla di profezia in cui due maghi faranno rinascere la magia inglese:

«Due maghi appariranno in Inghilterra. Il primo avrà paura di me, il secondo vorrà trovarmi, il primo sarà governato da ladri e da assassini, il secondo cospirerà per distruggere se stesso. Il primo seppellirà il suo cuore in un bosco oscuro, sotto la neve, ma continuerà a sentire il suo dolore. Il secondo vedrà ciò che gli è più caro in mano al suo nemico»

Uno dei due maghi è sicuramente il signor Norrell. L’altro chi sarà (spoiler, ma non troppo: la risposta si trova nel titolo del romanzo)?


Dicono dell’autrice.

Susanna Clarke, classe 1959, ha avuto un successo clamoroso con il suo romanzo d’esordio Jonathan Strange & il Signor Norrell (Longanesi, 2005): pubblicato in trentaquattro paesi e finalista al Man Booker Prize, il libro ha venduto quattro milioni di copie, è stato accolto come l’opera inglese più grande e originale pubblicata dai tempi di C.S. Lewis e J.R.R. Tolkien ed è stato definito da Neil Gaiman «il più grande fantasy inglese degli ultimi settant’anni». A quindici anni di distanza, pubblica un nuovo romanzo: Piranesi (Fazi, 2021)

Pubblicato in: #fantascienza, #recensione

‘Elbrus’ di Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa

Finora abbiamo vissuto in una prigione senza sbarre, ingannati, creati per essere usati, diversi da tutti gli altri essere umani.
Credevamo di essere una speranza di sopravvivenza per l’intera Umanità, ma invece siamo un prodotto da laboratorio per surrogare l’Uomo nella conquista dello spazio. Il nostro tempo sulla Terra è finito. Siamo parte di qualcosa di più grande, di speciale. Qualcosa alla quale adesso sentiamo di appartenere.

A. D. 2113
Crisi climatica, economica e crisi migratoria. La colonizzazione dello spazio è un progetto fallito. L’umanità è al collasso e il pianeta sovrappopolato e con scarse risorse disponibili.
Sembra tutto perduto ma dallo spazio, quello spazio che non si è riusciti [ancora] a sfruttare, giunge una comunicazione.

E da quella comunicazione prenderà il via il romanzo.

Scritto a quattro mani da Giuseppe di Clemente, economista e Marco Capocasa, antropologo molecolare, il romanzo mette insieme l’amore condiviso dei due per la fantascienza e l’astronomia.
La passione degli autori si riflette nelle righe della storia che cambia e diventa una vera e propria fantastoria al servizio dei personaggi ben calibrati e della narrazione precisa e affascinante.

I pilastri su cui si basa questa storia alternativa sono certamente la manipolazione genetica vista come possibile soluzione alla ‘mancanza’ umana, la capacità empatica e totalizzante degli ‘altri’ in contrapposizione con le vite separate e individualistiche vissute da ‘noi’.
La risposta che i terrestri daranno alla comunicazione che arriva dallo spazio è indicativa e denuncia la corruzione dei vertici geopolitici della Terra ormai assoggettati a pochi uomini di grande potere che individuano negli scienziati il loro braccio ‘armato’.

Dietro questo troviamo una storia avvincente e un intreccio fatto di flashback e salti temporali tali da non farci mai perdere la voglia di girare pagina dopo pagina. L’ambientazione terrestre è pressoché nordica in quanto il cambiamento climatico ha fatto in modo che le persone si spostassero interamente nella fascia più vivibile del pianeta. E quindi vediamo Tallin, Oslo ed infine il Monte Elbrus in Russia. Per quanto riguarda il pianeta degli ‘altri’ le descrizioni sono più legate al modo di vivere e alla società rispetto alla location.

I personaggi primari e secondari si concatenano in una maglia che crea aspettativa e rende più interessante la trama orizzontale.

Edito da Armando Curcio Editore il romanzo, da cinque stelle di fantascienza, è consigliato a tutti gli appassionati del genere ma anche a chi si vuole avvicinare ad una storia che risvegli la passione per lo spazio e il ‘Viaggio’.

Se interessati potete anche dare un’occhiata all’ Intervista agli autori.



Quarta di copertina:

Anno Domini 2113. La Terra è al collasso. I cambiamenti climatici prodotti dal riscaldamento globale hanno
determinato nuovi equilibri geopolitici. Il sovrappopolamento e le migrazioni di massa verso i paesi “non
più freddi” sono parte di un problema più esteso: l’imminente scarsità di risorse che permettano il
sostentamento del genere umano nel prossimo futuro. L’esplorazione spaziale ha fallito nel suo obiettivo
fondamentale, la fondazione di colonie autosufficienti dove l’Uomo del futuro potesse emanciparsi. Gli
ostacoli non sono quelli dovuti alle tecnologie disponibili, ma alla natura stessa della specie umana. Ma la
soluzione è dietro l’angolo e viene da un altro sistema solare, dalle cui profondità siderali, decine di anni più
tardi, un messaggio risveglierà il Viaggiatore e con lui tutti i suoi simili.



Dicono degli autori.

Giuseppe Di Clemente nasce a Roma nel 1976. Appassionato fin da ragazzo di astronomia e fantascienza, la necessità di comprendere talune dinamiche della nostra esistenza lo porta a conseguire la laurea in
economia, il che dà un’ulteriore impronta alla sua personalità, contribuendo a una visione complessa e
contraddittoria del mondo. Nasce così il suo primo romanzo Oltre il Domani (L’Erudita – Giulio Perrone
Editore, 2019), un racconto trasversale, dove la fantascienza è genere e pretesto per interrogarsi sul futuro
degli uomini.

Marco Capocasa, antropologo molecolare, deve la sua passione per la fantascienza alle letture dei classici
di questo genere. Laureato in Scienze Biologiche e in Antropologia Culturale, successivamente ha
conseguito un dottorato di ricerca in Antropologia Molecolare. Autore di decine di articoli su riviste
scientifiche internazionali, insieme a Giovanni Destro Bisol ha recentemente pubblicato due libri di
divulgazione scientifica: Italiani. Come il DNA ci aiuta a capire chi siamo (Carocci, 2016) e Intervista
impossibile al DNA. Storie di scienza e umanità (il Mulino, 2018). Elbrus è il suo esordio nella narrativa del fantastico.

Pubblicato in: Narrativa contemporanea, Romanzo

Recensione: Un tè a Chaverton House, Alessia Gazzola

«Lascia profumo dove sei passata».


Ventisette anni è un’età terrificante.
Anche l’adolescenza e molte altre età, non fraintendete, ma se domandate a molti ventisettenni cosa vogliono fare della loro vita non sanno bene cosa risponderti. Alcuni ti fissano con lo sguardo perso o come se tu gli avessi domandato di argomentare su Pseudo-Dionigi l’Areopagita.
Altri, dopo che gli avete sbloccato il ricordo della temutissima domanda “Cosa vuoi fare da grande?” è probabile che vi risponderanno l’astronauta o l’esploratrice.
Ventisette anni sono a metà fra “Il mondo è mio” e “Trenta? Ma che davero?
I tanto temuti trenta…
Che poi fino a tre secondi fa avevo vent’anni e ora sono quasi arrivata a trenta. Accidenti, fermatelo questo tempo!
La protagonista di questo romanzo si chiama Angelica, ha ventisette anni e non sa bene cosa vuole fare nella sua vita.
Abbiamo deciso che si tratta di una cosa alquanto normale, no?
E quale miglior modo per capire la strada della vita se non prendere un aereo (prima o poi torneremo a farlo anche noi!), volare in Inghilterra e trovare un lavoro, ma mica in un pulcioso pub della periferia londinese. Eh no.
Un lavoro in una bellissima tenuta in campagna immersa nel verde, inoltre nello svolgere il lavoro perché non diventare un aspirante Sherlock Holmes alla ricerca di una oscura verità?
Si aggiunge una buona padronanza delle lingue, una famiglia Splendida Splendente ed un enigmatico ma affascinate capo: il gioco è fatto, gli ingredienti ci sono tutti e si comincia a divertirsi.

Chiunque abbia visto Downton Abbey ha sognato almeno una volta di entrare nella meravigliosa Highclere Castle, la tenuta dove è ambientata la serie.
Parallelamente la protagonista Angelica si ritrova a fare da guida turistica nella maestosa Chaverton House dove è ambientata la serie de L’Orfana di Mallands Park, serie che è costretta a vedere interamente per potersi tenere il lavoro.
Inoltre all’interno della fornitissima e meravigliosa biblioteca, io l’ho immaginata come quella de La Bella e la Bestia, ci sono anche delle interessanti prime edizioni.

Indovinate quali?
Orgoglio e Pregiudizio‘ di Jane Austen e ‘Cime Tempestose‘ di Emily Brontë.
Ovviamente.


Avete presente quando leggendo in un libro c’è quel determinato personaggio che sembra stato scritto proprio sulla vostra persona? Ecco, quel personaggio per me è proprio Angelica.
La protagonista di questo ultimo romanzo di Alessia Gazzola edito da Garzanti e scritto tutto durante il primo lockdown, è una ragazza come tante con sogni, dubbi e paure. In sole centonovantadue pagine si riesce benissimo a immedesimarsi in lei, io ci ho messo un istante: abbiamo la stessa età ed anche gli stessi dubbi.

Io però non ho un lavoro in una tenuta inglese. Meh.


Ci vuole poco tempo per concludere questo breve romanzo ed è un piacevole diversivo alla monotonia che l’ennesima zona rossa ha, inevitabilmente, portato con sé.
Alla fine delle pagine non solo vi verrà voglia di rivedere tutte le stagioni di Downton Abbey (tanto, voglio dire, il tempo non manca) e iniziare a bere tè alle 5 in punto, ma vorrete soprattutto andare al supermercato a comprare gli ingredienti per preparare la ricetta della felicità, ovvero i cornetti di Angelica!


Citando il simpatico Giusy vi mando a swag of love!

P.s. Per capire a cosa si riferisce questa citazione correte a leggere il libro!

Recensione a cura di Rossella Zampieri


Quarta di copertina: “Mi chiamo Angelica e questa è la lista delle cose che avevo immaginato per me: un fidanzato fedele, un bel terrazzino, genitori senza grandi aspettative. Peccato che nessuna si sia avverata. Ecco invece la lista delle cose che sono accadute: lasciare tutto, partire per l’Inghilterra e ritrovarmi con un lavoro inaspettato. Così sono arrivata a Chaverton House, un’antica dimora del Dorset. Questo viaggio doveva essere solo una visita veloce per indagare su una vecchia storia di famiglia, e invece si è rivelato molto di più. Ora zittire la vocina che lega la scelta di restare ad Alessandro, lo sfuggente manager della tenuta, non è facile. Ma devo provarci. Lui ha altro per la testa e anche io. Per esempio prepararmi per fare da guida ai turisti. Anche se ho scoperto che i libri non bastano, ma mi tocca imparare a memoria i particolari di una serie tv ambientata a Chaverton. La gente vuole solo riconoscere ogni angolo di ogni scena cult. Io invece preferisco servizi da tè, pareti dai motivi floreali e soprattutto la biblioteca, che custodisce le prime edizioni di Jane Austen e Emily Brontë. È come immergermi nei romanzi che amo. E questo non ha prezzo. O forse uno lo ha e neanche troppo basso: incontrare Alessandro è ormai la norma. E io subisco sempre di più il fascino della sua aria da nobiltà offesa. Forse la decisione di restare non è così giusta, perché io so bene che quello che non si dovrebbe fare è quello che si desidera di più. Quello che non so è se seguire la testa o il cuore. Ma forse non vanno in direzioni opposte, anzi sono le uniche due rette parallele che possono incontrarsi”


Dicono dell’autrice.

Alessia Gazzola, classe 1982, è nata a Messina. Laureata in Medicina e Chirurgia ed è specialista in Medicina Legale. Ha esordito nella narrativa con L’allieva nel 2011, cui sono seguiti Un segreto non è per sempre (2012), Sindrome da cuore in sospeso (2012), Le ossa della principessa (2014), Una lunga estate crudele (2015), Non è la fine del mondo (2016), Un po’ di follia in primavera (2016), Arabesque (2017), Il ladro gentiluomo (2018) e Lena e la tempesta (2019). Dai romanzi della serie L’allieva, tradotti in numerose lingue, è tratta la serie tv di successo in onda su RaiUno con Alessandra Mastronardi nei panni di Alice Allevi e Lino Guanciale nel ruolo di Claudio Conforti. Vive a Verona con il marito e le due figlie.
Con Questione di Costanza (2019) inaugura una nuova serie di romanzi incentrati sul personaggio di Costanza Macallè.
A Marzo 2021 esce il suo ultimo romanzo questa volta con una nuova protagonista di nome Angelica.