recensione di Rossella Lazzari
Da poco pubblicato in Italia da Marsilio con la traduzione di Claudia Zonghetti, L’orecchio di Kiev di Andrei Kurkov è un poliziesco per caso, ossia un giallo che non avrebbe voluto essere giallo. Per farvi capire cosa intendo, vi racconto un po’ di trama.
Nella Kiev del 1919, in un normale giorno di caos, un ragazzo e suo padre stanno andando dal sarto di fiducia a ritirare un vestito, quando incappano in un imboscata dei cosacchi.
Il primo colpo di sciabola uccide il padre, il secondo mozza l’orecchio destro del ragazzo. Samson – così si chiama quello studente appena uscito dal liceo – sa che non può cedere alla disperazione, deve muoversi, fare qualcosa, perché le strade in città ormai non sono sicure neanche di giorno. Così recupera l’orecchio, va dal primo medico che trova – che si rivelerà un buon appoggio nel prosieguo – cerca di farsi medicare e poi si occupa del corpo del padre. Samson ora sa di essere solo in una casa che il regime – quale che sia il regime – considererà troppo grande per una sola persona, e infatti ben presto gli appioppano due soldatucoli dell’armata rossa…
Samson deve proteggersi, deve guardarsi le spalle… così osserva, si muove guardingo, si guarda intorno e si cautela. Un grande aiuto inaspettato gli giunge proprio da quell’orecchio mozzato che conserva ancora e che impara ad “usare” in modo strategico.
Sfruttando un’occasione inattesa, Samson ottiene un lavoro nella milizia: dovrà occuparsi di reati, furti, truffe ecc. I primi su cui punta l’attenzione sono i due loschi sfruttatori di casa sua… quel che scoprirà diverrà per lui quasi un’ossessione, un punto d’onore, una vicenda su cui far luce fino in fondo.
Ebbene, io non so se il talentuoso Kurkov in origine volesse già scrivere un poliziesco, in ogni caso è venuto fuori un giallo assolutamente atipico, ma molto, molto apprezzabile. Quel che è certo, invece, è che con questo romanzo Kurkov volesse descrivere la situazione di profonda instabilità che imperversava a Kiev nel 1919. Quella che emerge da queste pagine è una Kiev malsicura, nel caos politico ed istituzionale (bolscevichi da una parte, nazionalisti e nostalgici zaristi dall’altra, e varie milizie in avvicinamento), in cui impazzano le ruberie e la delinquenza a tutti i livelli, dai furti di legna alla centrale elettrica che precludono l’illuminazione notturna, ai ladrocini legalizzati nelle case (fatti passare per requisizioni), fino ai delinquenti e banditi comuni che invadono le strade di giorno e di notte. E viene spontaneo pensare che descrivendo quella Kiev, l’autore ammiccasse alla situazione attuale, o quantomeno a quella prebellica. E, a questo proposito, segnalo che Kurkov è un autore ucraino, patriota ucraino, ma di lingua russa… a dimostrazione che l’essere umano non vive a compartimenti stagni, sfugge a tutte le etichette e non può essere incasellato in un modello predeterminato.
Ma tornando al libro, vorrei soffermarmi sullo stile: asciutto, quasi distaccato e vagamente ironico, ma non per questo privo di partecipazione. Mi ha colpito, però, una sensazione nitida che ho avvertito durante tutta la lettura: non so spiegare a parole il perché, ma ho capito di aver letto uno di quei romanzi che restano, che non vanno nel dimenticatoio come migliaia di altri, uno di quei romanzi che, tra qualche anno, forse classificheremo come “letteratura”.

È il 1919 e Kiev è invasa dalla cacofonia della rivoluzione. Dopo l’arrivo dell’Armata rossa, in città imperano il caos e l’anarchia. Il vecchio ordine è in pezzi e il paese è alla ricerca di una propria identità: russi bianchi da un lato, nazionalisti dall’altro, e nel mezzo i delinquenti comuni, ladri e balordi. Sono tutti fianco a fianco e tutti contro tutti.In questo tumultuoso e vacillante mondo pre-sovietico, dominato dalla totale assenza di regole, il giovane studente Samson Kolečko si ritrova da un giorno all’altro a dover badare a se stesso, dopo aver perso in un’imboscata il padre (e l’orecchio destro) sotto la spada di un cosacco. Da quel momento, la sua vita prende una piega inaspettata. Arruolato in modo del tutto fortuito nel neonato corpo di polizia, Samson si butta a capofitto nella prima indagine: una serie di traffici loschi che coinvolgono due soldati, sgraditi occupanti del suo appartamento. Oltre all’inaspettata assistenza che riceve – ebbene sì – dall’orecchio perduto, Samson può contare sulla bella Nadežda, una ragazza con la speranza nel nome, impiegata dell’Ufficio statistiche e bolscevica convinta, che in breve conquista il suo cuore.
Denso dei colori e del fervore polifonico della grande letteratura dell’Est Europa, L’orecchio di Kiev è il primo episodio di una nuova serie firmata da Andrei Kurkov, un romanzo picaresco che ridà vita al passato del suo paese, confermandolo come uno dei migliori autori viventi di lingua russa. Un poliziesco di grande ritmo e, per di più, un libro divertente. E in tempi bui, abbiamo tutti bisogno di storie che, oltre ad aiutarci a capire, siano anche capaci di farci ridere.

Andrei Kurkov (1961). Autore pluripremiato tradotto in quarantadue lingue e pubblicato in sessantacinque paesi, tra i cinquanta più importanti scrittori del mondo per Lire, è nato nella regione di Leningrado e ha sempre vissuto a Kiev. Ha studiato lingue (ne parla correntemente undici) e scrive in russo. Ha lavorato nella redazione di un quotidiano ed è stato guardia carceraria durante il servizio di leva a Odessa; successivamente, ha fatto il cameraman e ha firmato diverse sceneggiature. Oggi lavora per la radio e la televisione ed è il presidente di PEN Ucraina. È un appassionato collezionista di cactus.